Ricostruire welfare urbano e un governo pubblico delle città. Intervista a Paolo Berdini

Intervista all’urbanistica Paolo Berdini, dal 17° Rapporto sui diritti globali – “Cambiare il sistema”

Massimo Franchi * • 17/3/2020 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali, Rapporto 2019 • 364 Viste

La battaglia globale dei “Fridays for future” lanciata dalla giovanissima Greta sta già portando frutti importanti. Per Paolo Berdini, urbanistica e storico nemico degli abusi edilizi e del rispetto del territorio, «una nuova cultura basata sul rispetto dell’ambiente e sullo sviluppo delle economie locali inizia a delinearsi prefigurando l’inizio di un nuovo ordine mondiale basato su nuovi paradigmi economici che capovolgano l’attuale dominio dell’economia neoliberista». Speranze figlie della mobilitazione dei giovani in tutto il mondo che va di pari passo con le lotte di intere popolazioni contro il consumo del suolo e il land grabbing. Una lotta che coinvolge ognuno di noi nella vita quotidiana delle nostre città, devastate dalla stessa cultura che ha portato all’aumento ormai insostenibile dell’inquinamento globale.

 

Rapporto Diritti Globali: Il consumo del suolo e il land grabbing sono considerati tra le cause principali dell’inquinamento globale con conseguenze devastanti su milioni di persone ogni anno. È possibile combatterlo?

Paolo Berdini: L’acquisto di imponenti quantità di aree agricole nei Paesi più poveri è praticato dai gruppi dominanti l’economia globale e dalle politiche di Stati che cercano di accaparrarsi ricchezze naturali preziose per le produzioni industriali del futuro. In questa seconda categoria si colloca, in particolare nel continente africano, l’azione della Cina. I terreni accaparrati, spesso con la complicità di governi collusi e corrotti, vengono sottratti alle produzioni agricole e ciò provoca l’impoverimento di centinaia di milioni di persone e l’aumento delle migrazioni verso le aree urbane dei Paesi più ricchi. Queste metropoli crescono dunque a ritmi molto elevati e ciò provoca un incessante consumo di suoli agricoli da destinare a usi produttivi o abitativi. Il fenomeno delle migrazioni dovute a cause ambientali o al land grabbing provoca un duplice effetto: l’abbandono delle terre coltivate nei Paesi più poveri e l’aumento dell’impronta ecologica delle città della parte più ricca del pianeta.

È evidente che oggi i rapporti di forza politici ed economici non consentono agli Stati nazionali di contrastare le logiche predatorie, ma se si guarda con attenzione a quanto avviene su scala locale in ogni parte del pianeta, si vedono conflitti tra le popolazioni indigene e chi vuole rubare loro il futuro. Manca ancora una cornice teorica e organizzativa che amplifichi le azioni locali, ma la costruzione di una nuova cultura basata sul rispetto dell’ambiente e sullo sviluppo delle economie locali inizia a delinearsi. Sono tendenze oggi ancora molecolari, ma che in prospettiva prefigurano l’inizio di un nuovo ordine mondiale basato su nuovi paradigmi economici che capovolgano l’attuale dominio dell’economia neoliberista.

 

RDG: A livello urbanistico si parla tanto di rigenerazione, soprattutto delle periferie. Come è cambiata l’idea di città in questi ultimi anni? Si va verso un nuovo modello di fruizione degli spazi?

PB: Negli ultimi due secoli le grandi migrazioni dalle campagne verso le città sono avvenute perché in questi luoghi urbani c’era la certezza di trovare un lavoro stabile e di poter accedere ai servizi pubblici inesistenti nei luoghi di origine. Insomma, nelle città si poteva iniziare quel processo di emancipazione sociale e di miglioramento delle proprie condizioni di vita che ha connotato la modernità. Oggi il quadro è diametralmente opposto. Il lavoro che si trova nelle città è sempre più precario e non garantisce una prospettiva duratura di miglioramento sociale. D’altro canto, il sistema del welfare urbano, il più straordinario risultato delle rivendicazioni di massa del passato, è in crisi in ogni parte del mondo e l’accesso ai servizi – dalla sanità all’istruzione ai trasporti pubblici – è sempre più costoso.

Le città stanno dunque svanendo per lasciare il posto a immense periferie fisiche ed esistenziali. Questa tendenza verso un grave arretramento sociale è accompagnata dal contemporaneo abbandono delle aree interne: se storicamente le migrazioni erano avvenute garantendo comunque un nucleo di popolazione sufficiente a svolgere la funzioni di presidio fisico e sociale, oggi – per restare in Italia – molte parti dell’Appennino e delle Prealpi sono caratterizzate da un irreversibile abbandono. Il modello di spazio imposto è dunque quello di un gigantesco processo di costruzione di periferie e di abbandono delle aree interne.

 

RDG: Il tema della città è legato strettamente a quello delle migrazioni e di come le persone che arrivano in Europa e in Occidente scappando dalla povertà o dai disastri ambientali vengono accolte. Il razzismo imperante è anche figlio di un’idea e di una gestione sbagliata degli spazi urbani?

PB: Sì, il razzismo oggi diffuso è figlio di un’idea sbagliata degli spazi urbani. Lo dice la storia delle grandi migrazioni che hanno sempre generato in larghi strati sociali delle popolazioni in cui arrivavano i flussi, diffidenza, chiusure fino ad arrivare a palesi forme di razzismo. La migrazione degli italiani poveri verso le Americhe generava segregazione e repressione da parte delle autorità civili mentre la popolazione scaricava sui nuovi “ultimi” tutta la sua frustrazione e violenza. Peraltro, lo stesso tipo di esclusione si generò cinquant’anni dopo con le grandi migrazioni dal Meridione verso le città industriali del Nord. Anche lì si manifestavano forme di intolleranza. Ma finché ha funzionato l’allargamento dei diritti e del welfare urbano, queste pulsioni sono state progressivamente contenute e sconfitte. L’inclusione sociale generata dal sistema di servizi urbani che abbiamo conosciuto tra il 1950 e il 1980 ha arginato tentazioni di intolleranza e razzismo. Oggi le città vivono le migrazioni dai Paesi poveri senza favorire l’inclusione sociale. Anzi, il welfare urbano viene cancellato per tutti i cittadini. L’economia dominante pensa che gli spazi urbani siano soltanto il luogo di arricchimento. La convivenza civile è un lusso che non possono più tollerare.

 

RDG: Lei è stato in prima fila – a Roma e non solo – contro i cosiddetti “palazzinari”, i costruttori edili che hanno fatto scempio del paesaggio e delle regole urbanistiche e ambientali. Esiste una ricetta per combatterli per riportare una regolazione minima nello sviluppo delle città?

PB: La vittoria dell’ideologia liberista su scala mondiale ha aperto nel campo della città una fase inedita. Esse sono state lasciate all’azione esclusiva della proprietà immobiliare che ha potuto attuare tutti i suoi progetti. L’azione delle Amministrazioni pubbliche è stata interdetta e le città sono state di fatto privatizzate. Negli oltre cinque millenni di vita delle città è la prima volta che ciò avviene. I centri urbani sono sempre stati i luoghi in cui i poteri pubblici hanno saputo esprimere e concretizzare una visione complessiva, proiettata verso la ricerca di un futuro migliore per tutta la popolazione. Oggi il tempo che scandisce le città è tutto rivolto al presente. Si compiono scelte che ipotecano il futuro di tante persone sull’esigenza di un guadagno immediato di pochi gruppi dominanti, come i player della distribuzione globale che stanno distruggendo il tessuto commerciale che rendeva le città differenti una dall’altra. L’assenza di regole ha creato gigantesche “nebulose” insediative, penso ad esempio alla città diffusa della valle del Po, alla città adriatica che senza soluzione di continuità collega la costa romagnola a quella abruzzese o alle periferie abusive del meridione. È in quei luoghi anonimi che si verifica lo smarrimento narrato così bene da Italo Calvino. Ogni luogo è uguale all’altro e tutti hanno perduto il rapporto con il contesto storico e paesaggistico. Aree geografiche una volta differenti e affascinanti sono state omologate dalla volgarità di tessuti urbani senza alcuna anima.

L’unica ricetta che abbiamo è quella di riportare il governo delle città in mano alle Amministrazioni pubbliche e alle popolazioni. Occorre cambiare le leggi liberiste nate negli ultimi trenta anni e iniziare a ricostruire il welfare urbano. La speranza sta in alcune elaborazioni di Italo Insolera. Se si riuscisse a mettere limiti invalicabili all’espansione urbana, riusciremmo anche a recuperare identità e a favorire i processi di qualità che nella storia delle città si sono ottenuti per la presenza del limite fisico rappresentato dalle mura urbane. Oggi, invece delle mura fisiche, dobbiamo delineare muri virtuali che preservino all’esterno gli usi agricoli e all’interno avviino i processi di qualificazione urbana.

 

RDG: Da uomo di sinistra con una esperienza partitica e amministrativa alle spalle: come rilanciare una reale politica progressista in Italia e in Europa? Siamo – come sostengono in molti – all’ultima chiamata per la sinistra?

PB: Le difficoltà che la sinistra attraversa in ogni parte del mondo ci dicono che siamo all’ultima chiamata. Il movimento operaio e le sinistre di ogni cultura sono diventate forze di massa perché hanno saputo fornire una prospettiva all’esigenza di riscatto delle classi subalterne. Nel corso degli ultimi decenni questa spinta di progresso ha perso progressivamente idealità e l’azione di governo delle sinistre, con qualche eccezione, è rimasta all’interno delle ricette liberiste, come la compressione dei diritti dei lavoratori e l’accettazione della precarietà del mondo giovanile.

Ma, paradossalmente, ci sono immense contraddizioni insolute che possono fornire nuova linfa alla sinistra. Il dominio neoliberista, come noto, ha aumentato in modo gigantesco le disuguaglianze sociali in ogni parte del mondo. Spetta alle sinistre nel cui DNA è iscritta la lotta contro le disuguaglianze economiche e sociali, affrontare una nuova fase per costruire una società di eguaglianza. Occorre dunque tornare alle radici di un pensiero egalitario ancora fecondo che si è appannato per la grande offensiva dei nostri avversari e per il cedimento culturale di molta parte delle sinistre dei Paesi occidentali. Non sarà una strada facile, ma è l’unica.

 

RDG: L’ambientalismo globale oggi ha la faccia di Greta Thunberg, la ragazzina svedese che accusa le generazioni più adulte di lasciare un mondo peggiore. Lo scontro generazionale è inevitabile?

PB: Lo scontro generazionale è un fenomeno inevitabile che ha spesso avuto conseguenze positive nell’evoluzione delle società. I giovani che si affacciano sulla scena hanno colto in modo puntuale e radicale la principale conseguenza che l’economia dominante sta producendo: quella del disastro ambientale che sta mettendo a rischio la stessa sopravvivenza del pianeta. I giovani vedono con i propri occhi i fenomeni di inquinamento dilagante e vivono in un mondo che subisce gli effetti dei cambiamenti climatici. Gli eventi naturali estremi dominano ormai la scena globale e sono sempre più ravvicinati e catastrofici. Giacarta, capitale dell’Indonesia con una popolazione di oltre 10 milioni di abitanti, deve essere trasferita a causa dell’innalzamento del livello marino conseguenza del riscaldamento globale. Sono convinto che il modo radicale con cui i giovani di Fridays for Future e di Extinction Rebellion stanno affrontando l’emergenza ambientale produrrà una salutare dialettica, perché la contraddizione tra il modello dissipativo che distrugge le foreste dell’Amazzonia per meri calcoli di dominio e l’esigenza di tutelare la vita sul pianeta non è risolvibile all’interno dei canoni dell’economia dominante.

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 Paolo Berdini: nato a Roma il 16 dicembre del 1948. Urbanista, si è laureato nel 1976 presso la facoltà di Ingegneria dell’Università La Sapienza di Roma. Ha perfezionato gli studi nel 1985 presso lo IAURIF, Istitut d’Amenagement et d’Urbanism a Parigi. Allievo di Italo Insolera, membro della commissione territorio di Italia Nostra negli anni 2001-2008. Dal 2009 al 2012 è stato membro del Consiglio nazionale del WWF Italia. Fondatore dell’associazione Polis, è membro del Comitato per la Bellezza Antonio Cederna. Negli anni accademici 2005/2009 è stato docente a contratto di Urbanistica presso la facoltà di Ingegneria dell’Università di Tor Vergata. Ha svolto lezioni presso numerose università italiane e straniere, quali la Scuola di Architettura di Mendrisio (Ch). È autore di libri di grande successo editoriale, tra cui: La città in vendita (Donzelli, 2008) e Breve storia dell’abuso edilizio in Italia (Donzelli, 2010). Editorialista del quotidiano “il manifesto”, nel 2016 è stato nominato dalla sindaca Virginia Raggi assessore all’Urbanistica della città di Roma, carica da cui si è dimesso nel febbraio 2017.

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* Intervista pubblicata nel 17° Rapporto Diritti Globali – “Cambiare il sistema”, a cura di Associazione Società INformazione, Ediesse editore

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