Alla Corte internazionale di giustizia il dossier sui Rohingya in Myanmar

Sud-est asiatico. Da ieri mattina i magistrati della Corte internazionale di giustizia dell’Aja (Icj), il tribunale dell’Onu, hanno in mano il primo rapporto sulla condizione della minoranza musulmana dei Rohingya

Theo Guzman * • 26/5/2020 • Crimini di stato e impunità, Diritti umani & Discriminazioni, Internazionale • 268 Viste

Da ieri mattina i magistrati della Corte internazionale di giustizia dell’Aja (Icj), il tribunale dell’Onu, hanno in mano il primo rapporto sulla condizione della minoranza musulmana dei Rohingya in Myanmar. Un rapporto del governo birmano che si deve alla sentenza del 23 gennaio scorso con cui l’Icj  ha imposto a Yangoon un primo dossier dopo quattro mesi e in seguito ogni sei. La decisione si deve al Gambia che l’11 novembre 2019 ha denunciato il Myanmar all’Icj per “presunte violazioni” della Convenzione sulla prevenzione e punizione del crimine di genocidio. La minoranza rohingya, fino al 2017 ancora in gran maggioranza residente nello Stato birmano del Rakhine, si trova ora in gran maggioranza all’estero: la parte più consistente in Bangladesh, Stato che ne ospita circa un milione, 750mila dei quali fuggiti dal Myanmar dopo una repressione violentissima nell’estate 2017. Questi rapporti sono la base che consentirà l’apertura del processo vero e proprio: il 23 luglio i magistrati ascolteranno le ragioni del Gambia;  il 25 gennaio 2021 toccherà alla difesa del  Myanmar.

Le autorità birmane non hanno reso noto il contenuto del rapporto ma già in aprile il governo ha cominciato a emanare tre direttive che sono la chiara risposta alle preoccupazioni dell’Aja: le direttive ordinano a ministeri e governi delle regioni e degli Stati birmani di garantire che il proprio personale e altri soggetti sotto il loro controllo “non commettano” atti definiti nella Convenzione sul genocidio e proibiscono di “distruggere o rimuovere” eventuali prove. Infine, l’ultima direttiva riguarda l’incitamento all’odio contro i rohingya, social compresi.

In questi ultimi mesi intanto l’esercito birmano (Tatmadaw) si è rifatto il trucco: ha arrestato alcuni soldati accusati da un video di aver torturato dei sospetti e ha promesso collaborazione nelle indagini sulla morte di un autista dell’Oms ucciso mentre portava articoli sanitari. È stata anche diffusa la notizia che un campo di sfollati interni rohingya nel Rakhine sarà trasferito in una nuova struttura costata oltre un milione di euro. Fumo negli occhi? Tatmadaw ha annunciato a maggio  una tregua di quattro mesi fino ad agosto che esclude però gli Stati Chin e Rakhine, quelli in cui si combatte la guerra guerreggiata come nel caso di circa 200 case nel villaggio (non rohingya) di Lekka, nello Stato del Rakhine, che sono state bruciate a metà maggio da un  incendio doloso che, secondo i locali, si deve all’esercito. Inoltre, U Zaw Htay, portavoce della presidenza della Repubblica, ha messo in guardia sul fatto che la scoperta di casi di Covid-19 nei campi rohingya a Cox Bazar in Bangladesh potrebbe ritardare il processo di rimpatrio mentre Dacca ha già iniziato a trasferire alcuni rifugiati sull’isola incolta di Bhasan Char che rischia di diventare la loro prigione a vita. Infine Yanghee Lee, inviato speciale Onu che ha lasciato il suo incarico a marzo, ha detto di ritenere che il Myanmar non abbia fatto nulla per smantellare il sistema di violenza e persecuzione contro i Rohingya che ancora vivono nel Rakhine.

* Fonte: Theo Guzman, il manifesto

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