Migranti. Regolarizzare tutti, seguire l’esempio del Portogallo

Poco si parla dei requisiti richiesti per la regolarizzazione, se riguarderà chi già ha un rapporto di lavoro al nero con uno specifico datore di lavoro o se sarà estesa anche a chi non si trova in questa posizione

Enrico Pugliese * • 6/5/2020 • Copertina • 338 Viste

Per gli immigrati ora è fondamentale uscire dalla irregolarità

La decisa presa di posizione di lunedì della ministra dell’agricoltura Teresa Bellanova rappresenta indubbiamente un passo in avanti positivo in direzione di una regolarizzazione degli immigrati in Italia. Non tutto è ancora chiaro, come sottolineava Massimo Franchi sul manifesto di ieri.

Ma la questione della regolarizzazione ormai è sulla agenda politica istituzionale e anche nel dibattito pubblico. A livello governativo le resistenze e i distinguo sembrano più forti che non le dichiarazione di appoggio. Sull’altro fronte però non mancano voci che a volte suggeriscono di andare anche oltre l’apertura della stessa ministra.

Si tratta di prese di posizioni di associazioni, gruppi di studiosi, esponenti politici e singoli commentatori che perorano con motivazioni diverse la causa della regolarizzazione. Meritoria di nota è stata quella di Papa Francesco comparsa sui giornali di mercoledì: una gran bella notizia per i migranti

I problemi aperti riguardano da un lato il processo di regolarizzazione e i requisiti richiesti, dall’altro la dimensione e la composizione della platea degli aventi diritto, in altri termini quali sono le categorie di lavoratori che potranno effettivamente beneficiarne. Si parla, oltre che dei lavoratori dell’agricoltura, anche di colf e badanti e di altre categorie.

La dichiarazione alla stampa della ministra dell’agricoltura sul secondo punto è chiarissima : «Devono essere regolarizzate per una questione di civiltà, di legalità, di tutela sanitaria sui territori. Sia che lavorino in campagna, in edilizia, nelle famiglie, devono poterlo fare in modo regolare». E purtroppo su questo le resistenze saranno notevoli.

Poco si parla poi delle condizioni e dei requisiti richiesti per la regolarizzazione. In particolare se la norma dovrà riguardare le persone che già hanno un rapporto di lavoro al nero con uno specifico datore di lavoro come sembra essere l’opinione dominante. Oppure se sarà possibile estendere la norma anche a chi non si trova in questa posizione.

Su questo si è espressa di recente con un appello l’Asgi (Associazione di studi giuridici sull’immigrazione) che tra l’altro chiede la regolarizzazione anche per ricerca di lavoro: soluzione importante per coloro i quali in questo momento non hanno neanche un lavoro al nero o non possono dimostrare di averlo.

Pensiamo proprio ai soggetti più frequentemente citati: i braccianti agricoli. Chi ne conosce le effettive condizioni e i processi che le determinano sa anche bene quanto sarebbe limitativo un meccanismo di regolarizzazione che postuli un datore di lavoro disponibile ad assumere un bracciante magari pagando un balzello più o meno caro all’Inps, come emerge da qualche proposta.

Il lavoro dei braccianti -si sa- è in genere precario e si è occupati per brevi periodi ma soprattutto si è occupati presso più datori di lavoro. Bisogna quindi ricorrere anche ad altre soluzioni – per altro felicemente applicate in passato – come ad esempio la regolarizzazione per «ricerca di lavoro» e non solo.

In tal modo si riuscirebbe ad allargare la platea degli ammessi e a rendere meno complicato il processo nella misura in cui la responsabilità della dichiarazione ricadrebbe sull’interessato e non su un più o meno benevolo datore di lavoro.

E questo per molti versi vale anche per i lavoratori dell’edilizia oltre che per una parte di colf e badanti che, proprio per la molteplicità di rapporti di lavoro precari e temporanei con diversi padroni, finiscono per trovarsi in continua ricerca di lavoro.

Per gli immigrati ora è fondamentale uscire dalla irregolarità che al momento attuale per significa non avere il diritto di muoversi per andare a lavorare o a cercar lavoro e neanche per andare a comprare del cibo o una tessera telefonica importante per loro come l’acqua. Insomma per poter vivere senza doversi nascondere, che è la situazione stanno attualmente vivendo.

E quelli citati non sono i soli. Ci sono i «diniegati», come si dice nel burocratese corrente, cioè coloro ai quali è stato negato il rinnovo del permesso, e quelli in attesa dell’esito di un ricorso: tutti vittime delle politiche restrittive salviniane ancora in corso. Anche per loro andrebbe prevista la regolarizzazione. Non sarebbe così strano. La regolarizzazione per tutti è quello che si è fatto in Portogallo: un altro paese della Ue.

* Fonte: Enrico Pugliese, il manifesto

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