Nei quartieri arabi la culla della violenza “Abbandonati da tutti così vince l’odio”

Chi vive in questa area è cittadino israeliano ma spesso si sente discriminato La barriera è stata voluta come protezione: però fa crescere la rabbia

JODI RUDOREN, la Repubblica redazione • 19/10/2015 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Guerre, Armi & Terrorismi • 781 Viste

GERUSALEMME. Gerusalemme Est, da sempre cuore emotivo della vita palestinese, è oggi al centro delle preoccupazioni di moltissime persone.
Non solo perché la maggior parte dei giovani responsabili dell’ondata di attacchi a colpi di coltello di questo mese viene da dentro i confini della città, come lo studente 18nne a cui Israele ha revocato la residenza dopo che ha accoltellato un ebreo alla schiena.
Ma anche perché vi abitano persone come Fuad Abu Hamed, un imprenditore di successo che condanna l’ondata di violenza, ma condivide la frustrazione e il senso di alienazione che sta alla base di questa nuova rivolta.
Abu Hamed ha 44 anni ed è docente presso l’Università Ebraica che gestisce due cliniche nel sistema sanitario israeliano, e vive in una casa confortevole sulle affollate colline di Sur Baher, uno dei quartieri dell’area. Dal suo balcone si vede il disordinato espandersi delle enclave israeliane e il muro eretto da Israele per dividere Sur Baher dalla Cisgiordania.
In questi giorni può anche vedere i soldati israeliani che hanno bloccato due delle uscite del quartiere e istituito un posto di blocco nella terza, rendendo la divisione psicologica della città ancora più concreta: «Il problema è la politica, perché qui un palestinese vive continuamente un sacco di problemi che non ti permettono di sentirti parte della città».
A Gerusalemme Est il conflitto israelo-palestinese è più personale e più profondo che in altre aree di Israele. Per gli ebrei israeliani questa ondata di attacchi apparentemente casuali da parte di palestinesi è al tempo stesso una sfida difficile da contenere e un richiamo al dilemma eterno di una Gerusalemme unita. Per molti dei 320mila residenti arabi la violenza è una conseguenza di anni in cui si sono sentiti come dei figliastri trascurati sia dal Municipio di Gerusalemme, gestito dagli israeliani, che dall’Autorità nazionale palestinese, che ha sede in Cisgiordania e non può operare a Gerusalemme. Non si sentono voluti qui, né parte di ciò che vi accade.
Le istituzioni civiche e culturali si sono trasferite anni fa nella città cisgiordana di Ramallah.
Nella Gerusalemme Est araba ci sono troppo poche aule scolastiche e troppi abbandoni fra gli alunni. È difficile ottenere un permesso per ampliare la casa; 98 strutture illegali sono state demolite l’anno scorso. Tre quarti della popolazione vive sotto la soglia di povertà di Israele.
Questi palestinesi sono visitatori abituali del sito sacro conteso della Città vecchia, dove i timori di una presa di possesso da parte di Israele hanno contribuito ad alimentare l’ultima esplosione di violenza. Parlano ebraico e, a differenza dei loro fratelli in Cisgiordania o nella Striscia di Gaza, hanno la residenza. Questo significa che possono lavorare e viaggiare ovunque in Israele, come gli altri cittadini: ma anche che hanno una percezione quotidiana di tutto ciò che non hanno.
«Da un lato, sì, puoi accedere alla società israeliana, ma dall’altro sei più consapevole della discriminazione», dice Sari Nusseibeh, ex presidente della Al Quds University.
L’aumento di aggressività non è iniziato con la ventina di attacchi che hanno ucciso sette ebrei dal 1 ottobre in poi.
Gerusalemme Est è diventata un focolaio di violenza sin dal luglio del 2014, quando degli estremisti ebrei rapirono e uccisero Muhammad Abu Khdeir, un sedicenne arabo del quartiere di Shuafat. La polizia ha riferito di 1.594 incidenti con lanci di pietre a Gerusalemme Est negli ultimi tre mesi, contro i 1.216 avvenuti in 10 mesi del 2013; più di 700 persone sono state arrestate per disordini a Gerusalemme nello stesso periodo nel 2014. La polizia dice di aver proceduto a 380 arresti fra il 13 settembre e il 15 ottobre di quest’anno, 171 dei quali relativi a minorenni.
Yehuda Yemini, che ha lavorato per 15 anni a Gerusalemme Est per l’agenzia di sicurezza israeliana Shin Bet, lamenta «l’incitamento tossico» che pervadeva i libri di testo nelle scuole arabe fino a pochi anni fa. «C’è una generazione che è cresciuta con il messaggio che un ebreo è qualcuno che viene a fare loro del male e a mettere in pericolo la loro religione», dice. «E c’è un conflitto tra l’Israele moderno, dinamico che vede ogni cittadino arabo-israeliano vede tutti i giorni davanti a sé e l’idea inculcata che c’è un cattivo Israele che non bisogna far vincere».
La Gerusalemme Est araba non è un singolo posto, ma una serie di una ventina di satelliti diversi. Ci sono zone come Sur Baher, Jabel Mukhaber e Al-Is- sawiya, dove raramente gli israeliani si avventurano, ma anche luoghi di livello relativamente alto e accessibile come Beit Hanina, dove vivono gli operatori umanitari internazionali e diplomatici e gli israeliani si affollano per comprare l’hummus. C’è l’irrequieto campo di rifugiati di Shuafat dove regna la droga. E c’è la Città Vecchia, dove le strade di ciottoli sono stranamente vuote da quando sono iniziati gli accoltellamenti.
Israele ha conquistato tutto questo alla Giordania nella guerra del 1967, e ha ampliato i confini di Gerusalemme da 6 a 70 chilometri quadrati. L’annessione israeliana fu respinta dalle Nazioni Unite, e la maggior parte del mondo considera questa zona occupata.
I leader israeliani affermano che tutta questa è la loro capitale indivisa. I palestinesi vedono Gerusalemme Est come la capitale del loro futuro stato.
E le road map della diplomazia internazionali per la pace prevedono il controllo palestinese delle aree arabe e il controllo israeliano per quelle ebraiche, con un regime speciale per la Città Vecchia e i suoi dintorni.

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