Ora serve la transizione verso un’economia postcapitalista. Intervista a Paul Mason

Intervista a Paul Mason, dal 17° Rapporto sui diritti globali – “Cambiare il sistema”

Massimo Franchi * • 15/5/2020 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali, Rapporto 2019 • 294 Viste

Viviamo un momento decisivo per il futuro dell’umanità, caduta in una tempesta perfetta a causa di un liberismo morente che si è affidato al populismo per sopravvivere. Dopo la crisi globale del 2008, infatti, «mentre le Banche centrali stavano rivestendo le tasche dei ricchi», una parte dell’élite è entrata in contrasto con le forme precedenti della globalizzazione e ha imposto una svolta verso una forma di neoliberismo nazionalista. «Donald Trump, Matteo Salvini, Boris Johnson e Jair Bolsonaro sono la palla da demolizione» che sta ora imponendo un nuovo ordine, a tutela dei loro interessi, non certo di quelli dei più poveri. Molta della responsabilità è dei media mainstream, perché «diventare uno stenografo per Salvini o Trump ti fa sentire sporco ma 15 mila euro al mese lo rendono tollerabile». Per Paul Mason, giornalista e sceneggiatore inglese e autore di molti saggi, tra cui Postcapitalism, per salvare il pianeta serve un Green New Deal, con lo Stato che deve tornare protagonista dell’economia.

 

Rapporto Diritti Globali: Mr. Mason, lei ha scritto di neoliberismo per un decennio. Negli ultimi anni abbiamo visto la Brexit, l’elezione di Trump e il sorgere di un nazionalismo diffuso in Europa. Perché e come si relazionano con l’evoluzione del neoliberismo?

Paul Mason: Il neoliberismo deve essere inteso come un sistema con un inizio, una metà e una fine. Questa è la fine. Dopo il 2008, a causa del declino a lungo termine delle potenziali fonti di crescita, il mantenere viva la globalizzazione neoliberista è dipeso interamente dalla moneta delle Banche centrali. Ma mentre le Banche centrali stavano rivestendo le tasche dei ricchi, è emersa una fazione delle élites i cui interessi erano in contrasto con la globalizzazione. Persone come Donald Trump, Steve Bannon, Robert Mercer e David Koch gestiscono aziende che hanno bisogno del crollo dell’ordine globale multilaterale. In primo luogo, perché hanno bisogno di fermare la decarbonizzazione; in secondo luogo, perché con una crescita in declino, non è sufficiente immergersi nel “vaso dei biscotti” su una base di uguaglianza: le singole società hanno bisogno di uno status di monopolio, esenzione dalla regolamentazione, trattati favorevoli corrotti dal governo, eccetera. Quindi ora c’è stata una svolta verso una forma di neoliberismo nazionalista. La chiamo “Thatcherism In One Country”. Tutti hanno interesse a distruggere l’ordine globale e Trump, Matteo Salvini, Boris Johnson e Jair Bolsonaro sono la palla da demolizione.

 

RDG: Nel suo ultimo libro – Clear future bright – sembra ottimista. Chiede una partecipazione radicale e generale in politica. Ma la maggior parte delle persone in Europa usa Facebook e si limita a diventare “hater”. È possibile ricostruire la democrazia dall’online?

PM: Sì. Nei prossimi cinque anni dovremo passare a un social media distribuito. Sarà una partita di vita o di morte contro Facebook e gli altri. Abbiamo già visto il passaggio da WhatsApp/Telegram, eccetera, nei grandi movimenti di protesta, da Hong Kong a Mosca, ma dobbiamo incorporare i social media distribuiti gratuitamente sul mercato di massa, immuni dalla pubblicità e dalla manipolazione dei dati.

Nel frattempo, abbiamo bisogno di trovare strategie per fermare i giganti dei social media che controllano i nostri pensieri e comportamenti e uno dei migliori è quello di multarli, tassarli e danneggiarli reputazionalmente. Ho avuto occasione in Argentina di vedere l’inizio dell’uso della democrazia digitale. Ad Amsterdam abbiamo Fairbnb… Abbiamo solo bisogno di soldi e dimensioni e il cambiamento comportamentale arriverà.

 

RDG: I big data rappresentano una svolta nell’economia. Google, Facebook e gli altri giganti sfruttano gli utenti ogni singolo giorno, lo sappiamo, ma siamo dipendenti dai loro servizi e continuiamo, senza privacy. Come possiamo reagire collettivamente?

PM: Le regole di Asimov per i robot devono essere applicate a queste macchine. Nessuna raccolta di dati senza la mia autorizzazione; devi dirmi cosa stai facendo; e non devi infrangere la legge. Una volta che queste società violano queste regole, i governi – nel nostro caso l’Unione Europea – devono avere il coraggio di chiuderli: rimuovere la loro licenza per operare. Questo ovviamente ti mette in rotta di collisione con gli Stati Uniti sul commercio, ma il mio atteggiamento ora è che o l’Unione Europea sopravviverà come ultimo bastione dell’Illuminismo o diventerà un campo di battaglia coloniale a tre vie tra America, Cina e Russia. La scelta è nostra, dipende da noi.

 

RDG: Lei è un giornalista e autore televisivo. Qual è stato il ruolo dei media nell’ascesa del populismo? Le “fake news” si possono fermare?

PM: Sebbene sia molto critico nei confronti della BBC, loro hanno dimostrato come un buon regolamento pubblico possa fermare le notizie false. I tabloid britannici hanno iniziato a far circolare una storia secondo cui Jeremy Corbyn è una spia ceca. Una cazzata, ma che ha guadagnato slancio, quindi i giornalisti hanno iniziato a chiedere di vedere gli Stasi File di Corbyn. Le autorità tedesche hanno confermato che non esistono, così alcuni importanti giornalisti della BBC hanno distrutto quella falsa notizia in un solo giorno.

Il problema è che i media mainstream sono ora configurati come una camera d’eco per i media di estrema destra. E questo influenza sempre più la BBC. In più, senza pensarci, i produttori cercano di mettere in scena discussioni “equilibrate” tra scienziati e negazionisti del clima, medici e persone anti-vax, o disegnare un equivalente tra fascismo e antifascismo.

Il problema principale con la maggior parte dei giornalisti di alto profilo che lavorano nei media mainstream è che vengono pagati per perdere la loro bussola morale. Diventare uno stenografo per Salvini o Trump ti fa sentire sporco ma 15 mila euro al mese lo rendono tollerabile.

 

RDG: Nella sua visione lo “Stato” deve svolgere un ruolo chiave nell’economia. Ma le multinazionali in tutto il mondo sono sempre più forti e aggressive.

PM: Sì, le multinazionali sono forti, ma l’ostacolo più importante allo Stato come meccanismo di raggiungimento della giustizia sociale è il sistema finanziario internazionale – che può colpire un governo di sinistra radicale e distruggerlo. In realtà, nel mio libro Postcapitalism ho detto che esiste solo un’area in cui lo Stato deve essere dominante, e cioè nella transizione verso un’economia a zero emissioni di carbonio. Significa nazionalizzare le grandi compagnie di petrolio ed energia, mettere in crisi la loro attività e utilizzare una pianificazione centralizzata per passare in modo economico e sicuro alle energie rinnovabili.

Per quanto riguarda la transizione verso un’economia postcapitalista, sarà un’economia mista per lungo tempo. La chiave è riconfigurare il rapporto tra lo Stato, il mercato e l’economia non di mercato. Quindi abbiamo bisogno che lo Stato faccia cose che riducano drasticamente il costo della vita – come i sistemi gratuiti di trasporto urbano, l’istruzione universitaria gratuita, Internet in fibra totalmente gratuito in ogni casa … quindi il settore privato opera nello spazio in cui può innovare e fare soldi: fa drammi televisivi, può fare offerte per franchising nel sistema di proprietà pubblica – come la ristorazione sui treni o la gestione delle infrastrutture della città intelligente – ma non può essere autorizzato a possedere i dati. Nel frattempo, lo Stato deve incoraggiare la creazione di un’economia non di mercato vibrante e granulare: per gestire in modo cooperativo panetterie, asili nido, case di cura, caffetterie, società mutualistiche per la gestione dell’acqua pubblica. E deve attaccare i monopolisti e palazzinari, mettendoli fuori dal mercato – in modo che app per i taxi, app per l’affitto di case, eccetera, possano esistere a parità di condizioni, siano esse a scopo di lucro o open source.

 

RDG: Ha scritto Postcapitalism nel 2015. Ha cambiato idea sul futuro del capitalismo? Pensa che sia ancora possibile un altro sistema economico che governi il mondo?

PM: Ciò che è cambiato è il calendario, la tempistica. Dopo il Rapporto dell’IPCC, l’Intergovernmental Panel on Climate Change del 2018, che affermava come avessimo 10 anni per dimezzare le emissioni di carbonio e 30 anni per terminarle, sono diventato più convinto che dobbiamo prendere rapidamente il controllo centralizzato dello Stato – per attuare qualcosa come il Green New Deal. Ma la proiezione principale del libro – che non c’è abbastanza valore in un’economia ad alta tecnologia per ripagare il debito di 250 trilioni di dollari nel mondo – è valida. Ora abbiamo Banche centrali che danno soldi per mantenere vivo il capitalismo ma, come avverte Larry Summers, le fonti di crescita a lungo termine non ci sono.

Un’altra cosa che è cambiata è: nel 2015 ho detto che era “o/o” – o l’FMI e la BCE infliggono meno povertà alla classe lavoratrice del mondo sviluppato o questa si ribellerà, attraverso il populismo di sinistra o di destra, mentre le élite iniziano a cercare di scaricare il dramma economico verso i Paesi rivali. È assolutamente chiaro ora che il sistema globale sta fallendo. In Austria, Italia, Gran Bretagna, Polonia e Ungheria ci sono governi anti-sistemici che attaccano la democrazia. In Francia, Germania e Spagna i globalisti centristi sono appesi a un filo. La chiave dell’intera situazione è sconfiggere Trump nel 2020. Personalmente, attualmente sono impegnato a combattere sulla mia barricata: fermare il colpo di Stato anticostituzionale di Boris Johnson, sostenuto da Trump.

Il pericolo strategico è che l’ordine multilaterale basato su regole si rompa nel momento stesso in cui ne abbiamo bisogno per combattere la crisi climatica. Per questo sono le persone comuni che devono riprendere il controllo.

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 Paul Mason: nato a Leigh (Lancaster), in Inghilterra, 59 anni fa da famiglia operaia: padre autista di camion, madre preside di scuola. Un nonno era un minatore, l’altro era un violinista lituano. Si è laureato all’Università di Sheffield in musica e politica. È stato a lungo insegnante di musica alla Loughborough University. Nel 1988 si è trasferito a Londra ed è diventato giornalista freelance, scrivendo di economia anche per il “Daily Express” e il “Mail on Sunday”. Nell’agosto 2001 è entrato alla BBC lavorando a “Newsnight” come redattore economico. Nel 2011 è passato a “Channel 4” come redattore culturale ed esperto digitale. Nel 2016 è tornato a essere freelance, collaborando con molte testate.
Tra i suoi libri: Live Working or Die FightingHow the Working Class Went Global (Vintage, 2008); La fine dell’età dell’ingordigia (Bruno Mondadori, 2009) e Why It’s Kicking Off Everywhere (Verso Books, 2012).
Ha vinto il Wincott Prize for Business Journalism nel 2003, il Workworld Broadcaster of the Year nel 2004 e il Diageo African Business Reporting Award nel 2007. È anche sceneggiatore: nel 2017 ha scritto Divine Chaos of Starry Things, un’opera teatrale in due atti che guarda alla vita di Louise Michel e altri esiliati dal Comune di Parigi del 1871 in Nuova Caledonia.

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* Intervista pubblicata nel 17° Rapporto Diritti Globali – “Cambiare il sistema”, a cura di Associazione Società INformazione, Ediesse editore.
Il volume, in formato cartaceo può essere acquistato anche online: qui
è disponibile anche in formato digitale (epub): acquistalo qui 

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ph by Marta Jara (eldiario.es) / CC BY-SA 3.0 ES (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/es/deed.en)

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