Ascoltiamo il grido dei poveri e della Terra. Intervista a Luigi Ciotti

Intervista a Luigi Ciotti, dal 17° Rapporto sui diritti globali – “Cambiare il sistema”

Fabio Cantelli Anibaldi * • 7/6/2020 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali, Rapporto 2019 • 713 Viste

I disastri che abbiamo alle spalle rendono necessario un cambiamento di sistema, radicale e articolato. La politica, però, non è sufficiente. Per don Luigi Ciotti, presidente del Gruppo Abele e di Libera, «ci vuole una rivoluzione dei cuori, delle coscienze, dei comportamenti» che muova dalla consapevolezza che tutto è in relazione, è connesso nella “rete della vita”. Anche perché l’individualismo si è fatto egocentrismo, «processo che ha degradato la libertà ad arbitrio e la condivisione a privilegio».

 

Rapporto Diritti Globali: Don Luigi Ciotti, il Rapporto sui Diritti Globali quest’anno ha come titolo Cambiare il sistema. Lo condividi? Secondo te in cosa dovrebbe consistere questo cambiamento?

Luigi Ciotti: Lo condivido, certo. E mi chiedo come non si possa condividerlo di fronte ai disastri che, in più ambiti, ha provocato il sistema che dobbiamo lasciarci alle spalle. Disastri che impongono un cambiamento al tempo stesso radicale e articolato. Le iniziative della politica sono necessarie ma insufficienti. Ci vuole una rivoluzione dei cuori, delle coscienze, dei comportamenti. Cioè riforme educative e culturali ispirate da uno sguardo che sappia vedere lontano e in profondità, libero dagli schemi di quello che Papa Francesco, nella Laudato si’, chiama «paradigma tecnocratico».

 

RDG: Quali sono gli schemi da cui bisogna liberarsi?

LC: La riflessione della Laudato si’ è complessa e articolata. Detto in estrema sintesi, la chiave del cambiamento è riconoscere, come Francesco ripete nell’enciclica, che «Tutto è connesso». Ossia che non c’è forma di vita autosufficiente, dunque capace di badare solo al proprio benessere senza causare un danno alle altre e, in un’ultima analisi, a sé stessa, in quanto connessa a sua volta al Tutto benché ignara del suo essere in relazione. È quest’ignorare la “rete della vita” – splendida immagine di molte antiche civiltà – la causa profonda della logica a conti fatti suicida di un genere umano che sfrutta e devasta la terra, sua sorgente di vita. E, prima ancora, dell’individualismo, cultura che ha avuto il merito, ai suoi albori, di rivendicare i diritti e la libertà dei singoli di fronte alle prepotenze di monarchi o Stati sovrani e totalitari, ma che nelle moderne democrazie tecnologiche ha perso sostanza etica fino a diventare egocentrismo, tendenza a vedere e vivere tutto in funzione di sé stessi e del proprio vantaggio. Processo che ha degradato la libertà ad arbitrio e la condivisione a privilegio. Con i danni sociali e ambientali sotto gli occhi di tutti: povertà, disuguaglianze, conflitti, migrazioni forzate e, insieme, inquinamento, surriscaldamento, distruzione della biodiversità. La disgregazione delle società umane e la devastazione della Terra, osserva giustamente il Papa, sono facce di una stessa medaglia, aspetti di un’unica crisi socio-ambientale.

 

RDG: È per questo che molti potenti della Terra, promotori di questo modello politico-economico, causa di disuguaglianze inaccettabili e inedite, minimizzano la questione ambientale-climatica fino ad arrivare, in certi casi, a negarla?

LC: Aggiungerei quelli che, più diplomaticamente, firmano accordi sulla riduzione delle emissioni di gas serra che poi si guardano bene dall’applicare perché contrari agli interessi industriali delle loro nazioni… A ogni modo, è evidente il nesso tra disgregazione sociale e devastazione ambientale: se non rispetti la dignità delle persone, a cominciare dalle più povere, fragili ed emarginate, perché mai dovresti rispettare la natura, che offre inoltre il vantaggio di poter essere abusata e umiliata senza poterlo denunciare, subendo inerme le tue angherie? Si potrà parlare di cambiamento quando tutti, nessuno escluso, e a cominciare da chi occupa ruoli di potere, saremo in grado di ascoltare le grida dei poveri e della terra. Ma per ascoltarle, quelle grida sommesse ma disperate, bisogna liberarci dal dominio dell’indifferenza, cioè dallo stato d’animo che permette all’“io” di esercitare le sue violenze e di giustificare le sue omissioni.

 

RDG: In questo scenario che speranze ci sono per i diritti e la democrazia?

LC: La speranza, lo ripeto da cinquantacinque anni – cioè dalla nascita del Gruppo Abele – si chiama impegno. Impegno collettivo, però, e ostinato. Condivisione, continuità, corresponsabilità sono le prerogative di un’azione che voglia eliminare le ingiustizie e affermare la libertà e dignità di ogni persona. La cultura dell’individualismo ha distrutto il legame umano e sociale, tra di noi e tra noi e l’ambiente: solo un “noi” unito, ribelle, coraggioso potrà produrre una svolta, lasciarsi alle spalle una stagione d’ingiustizia e profonda disumanità, come dimostrano ad esempio i recenti “decreti sicurezza”, ratifiche legali dell’indifferenza e del disprezzo della vita umana. Le politiche sull’immigrazione, cioè su un esodo forzato e disperato sul quale l’Occidente ha responsabilità enormi, sono una cartina di tornasole del collasso della civiltà europea, un collasso culturale ma prima ancora etico, causato dall’egoismo e dalla sete di conquista. Per questo l’impegno per “cambiare sistema” deve essere ispirato da pensieri profondi e visioni d’insieme, capaci di andare alla radice dei problemi e immaginare soluzioni all’altezza della loro enorme portata.

 

RDG: In sintesi come potremmo definire questa svolta?

LC: Le definizioni bisogna che sia la prassi a suggerirle. Se vengono date prima, rischiano di addomesticare la componente rivoluzionaria dell’azione, di rinchiuderla in argini troppo stretti, inadatti ad accogliere il nuovo e il diverso, cioè la vita. A ogni modo, ritengo particolarmente calzante, perché scaturita da una riflessione profonda, la formula proposta da Papa Francesco nella Laudato si’: ecologia integrale. Ma ecologia integrale è espressione che va compresa a fondo e colta nella sua sostanza, che è soprattutto etica ed esistenziale: non possiamo cambiare le cose, fermare la distruzione prodotta dal “paradigma tecnocratico” nelle sue versioni politiche ed economiche, se prima non cambiamo noi stessi. E cambiamo solo se nelle nostre coscienze, dunque nei nostri saperi e nelle nostre azioni, avviene una sorta di “rivoluzione copernicana”. Copernico nel ’500 rivelò che la Terra ruota attorno al sole e non viceversa – dunque che il nostro pianeta è parte e non centro del sistema solare. L’essere umano deve a sua volta abbandonare il suo egocentrismo, la pretesa di essere al centro di tutto e di disporre come crede di quello che gli sta attorno, cose e persone. Deve scoprirsi parte del Tutto, quel Tutto da cui riceve vita e di cui nel suo piccolo è responsabile. È evidente che una simile rivoluzione non avviene dall’oggi al domani e comporta percorsi lunghi e approfonditi di studio, formazione, educazione. Per ritrovare quella sensibilità verso l’Altro – sia esso umano, naturale o culturale – e trasmetterla alle nuove generazioni, a lungo abbandonate a sé stesse e alle chimere del consumismo. È per questo che il Gruppo Abele, in collaborazione con il Dicastero per il “Servizio dello sviluppo umano integrale” del Vaticano, ha aperto “Casa comune”, scuola che ha sede nella Certosa di Avigliana, all’imbocco della Val Susa. Ecco i riferimenti del sito per chi voglia approfondire ed eventualmente partecipare: www.casacomunelaudatoqui.org

 

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Luigi Ciotti: è nato nel 1945 a Pieve di Cadore (BL), nelle Dolomiti.

Emigrato con la famiglia a Torino negli anni Cinquanta, ha fondato nel 1965 il Gruppo Abele, associazione che promuove l’inclusione e la giustizia sociale attraverso un impegno che salda accoglienza e cultura, dimensione educativa e proposta politica. È stato ordinato sacerdote nel 1972 da Padre Michele Pellegrino, che gli ha assegnato come parrocchia “la strada”, luogo di povertà e di fragilità, di domande e provocazioni dalle quali imparare.

Col Gruppo Abele ha costruito opportunità e progetti per le persone tossicodipendenti, per le donne e ragazze prostituite, per gli ammalati di AIDS, per gli immigrati e tutte le persone segnate da povertà e fragilità esistenziali. A questo si è aggiunto un impegno di ricerca, informazione e formazione attraverso la realizzazione di un Centro Studi (1975), della “Università della Strada” (1978), della casa editrice (1983), di una libreria (1994), e delle riviste “Animazione Sociale” (1971) e “Narcomafie” (1993). Da sempre il Gruppo Abele è impegnato in progetti di cooperazione allo sviluppo nelle aree più povere del mondo (oggi in Costa d’Avorio) e di cooperazione sociale per dare dignità e lavoro a persone con storie difficili.

Convinto dell’importanza del “noi”, don Luigi ha contribuito alla costruzione di reti come il Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza (CNCA), che ha presieduto per oltre 10 anni, e la Lega Italiana per la Lotta all’AIDS (LILA), della quale pure è stato presidente.

Nel corso degli anni Novanta, il suo impegno si è allargato alla denuncia e al contrasto al potere mafioso, dando vita a Libera – Associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Oggi Libera coordina oltre 1.600 tra associazioni e gruppi che promuovono attività nelle scuole e università, curano strumenti d’informazione, si offrono come punto di riferimento per i famigliari delle vittime, operano e danno lavoro nei beni confiscati alle mafie attraverso le cooperative agricole del circuito “Libera Terra”.  Il contrasto alle mafie si lega attualmente all’impegno contro le disuguaglianze e la povertà (con la Rete “Numeri Pari”) e contro la corruzione.

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* Intervista pubblicata nel 17° Rapporto Diritti Globali – “Cambiare il sistema”, a cura di Associazione Società INformazione, Ediesse editore

Il volume, in formato cartaceo può essere acquistato anche online: qui
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