Il virus contro i diritti

Il virus contro i diritti

Nel 2019 avevamo titolato il 17° Rapporto sui diritti globali Cambiare il sistema, a sottolineare quanto tutti gli indicatori sociali, economici, ambientali, geopolitici, in modo inequivocabile e univoco ci stanno da tempo mostrando l’insostenibilità del modello capitalistico-liberista.

Nel 2020 il mondo ha tragicamente vissuto – e sta ancora vivendo nell’anno appena iniziato – un ulteriore slittamento verso un punto di tracollo. La pandemia da Covid-19 in corso, anziché provocare adeguata riflessione sulle sue cause e su immediati e conseguenti ripensamenti e revisioni di quel modello, è stata usata come grande opportunità nella logica rapace della “dottrina dello shock”: per accentrare poteri, incentivare profitti, approfondire le diseguaglianze, violare diritti umani, disciplinare e controllare i cittadini, introdurre procedure di eccezione a discapito del controllo parlamentare e democratico. La crisi pandemica è così divenuta tappa ulteriore della “lotta di classe dall’alto” in atto (e con successo, come ammise, o rivendicò, Warren Buffett, attualmente l’ottavo uomo più abbiente del mondo: «C’è una guerra di classe, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra e stiamo vincendo»). Una guerra lunga ormai da un quarantennio, dall’epoca del thatcherismo e reaganismo.

Ora siamo nel pieno di un nuovo capitolo del “capitalismo dei disastri”, devastante a livello sociale, ma produttivo e decisamente redditizio per le élites globali. Il Covid-19, anzi, è un “disastro perfetto” per quel sistema di governo. Da qui il titolo scelto per il Rapporto 2020: Il virus contro i diritti.

La vera pandemia è, insomma, il capitalismo nell’epoca della globalizzazione, mentre la situazione sanitaria e sociale che stiamo patendo andrebbe più esattamente definita sindemia, ovvero l’interazione sinergica di pandemie infettive e malattie croniche, a loro volta influenzate da problematiche ambientali, sociali ed economiche corresponsabili di diseguaglianze di salute. La distruzione di habitat ed ecosistemi e di ipersfruttamento della natura, il sistema dell’agribusiness, i cambiamenti climatici, l’inquinamento atmosferico, così come il programmatico smantellamento dello stato sociale e della sanità pubblica operati in questi decenni sono alla base dell’immensa tragedia globale che affligge il mondo e che sta colpendo le fasce più deboli e, simmetricamente, sta venendo utilizzata per drenare ulteriore ricchezza e potere verso i più ricchi. Un solo, eloquente, dato: la ricchezza dei 651 miliardari statunitensi è cresciuta di oltre un trilione di dollari dal marzo scorso a inizio dicembre 2020, raggiungendo un totale di quattro trilioni. È cioè aumentata di un quarto in pochi mesi. Una dinamica che ha riguardato anche gli altri paesi, Italia compresa.

Dell’insostenibilità di questo sistema, peraltro, inizia a essere e a dirsi consapevole anche una parte (assai piccola, in verità) dei suoi maggiori beneficiari economici. In questa luce si potrebbe leggere infatti la proposta di Millionairies for Humanity, i cui aderenti nei mesi scorsi hanno chiesto ai governi di essere maggiormente tassati per rafforzare i sistemi sanitari, a fronte dei problemi causati e rivelati dal Covid-19. Si tratta di poco più di un centinaio di possidenti, in buona parte statunitensi; circa un quarto è europeo, ma nessuno dall’Italia, dove l’ipotesi di una tassa patrimoniale continua a essere un tabù infrangibile. L’iniziativa può essere letta come utile sollecitazione politica o come accorta strategia di capitalism washing. In ogni caso, le questioni sistemiche sempre più evidenti e drammatiche hanno bisogno di ben altro dei piccoli correttivi e riequilibri fiscali. In gioco c’è una più complessiva e radicale revisione dell’ordine esistente, come è divenuto a tutti più immediato comprendere in quest’ultimo anno, circa la quale non è realistico immaginare un’autoriforma, come ben dimostrano, ad esempio, le lentezze sulla vitale questione dei cambiamenti climatici e, anzi, i pericolosi passi indietro dagli impegni stabiliti negli Accordi di Parigi del 2015, presto disdetti da Trump e Bolsonaro, vale a dire da due degli attori politici maggiormente determinanti su quello specifico.

Se lo shock pandemico ha scatenato i già bulimici appetiti della grande finanza e delle multinazionali, a partire da quelle del digitale, contemporaneamente ha messo in mora i movimenti.

Nel ventennale di Genova bisogna cominciare a organizzarsi, non tanto per celebrazioni, ma per ripartenze: dalla radicalità e dalla determinazione di quel grande movimento globale che venne definito dal “New York Times” «la seconda potenza mondiale». A distanza di due decenni, occorre riconoscere che le analisi e le proposte di quel movimento globale hanno dimostrato in pieno la loro fondatezza e perdurante attualità.

Il Rapporto sui diritti globali è nato allora. Nel nostro piccolo, in quel solco continuiamo a lavorare, a pensare, a studiare e proporre, per costruire cambiamento dal basso, per immaginare e raccontare altri mondi possibili.

* Fonte: Sergio Segio, Sinistra Sindacale, n. 1/2021

 

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18° Rapporto sui diritti globali – Stato dell’impunità nel mondo 2020, “Il virus contro i diritti”, a cura di Associazione Società INformazione.

L’edizione italiana, Ediesse-Futura editore, in formato cartaceo può essere acquistata anche online: qui
L’edizione internazionale, in lingua inglese, Milieu edizioni, può essere acquistata qui in cartaceo e qui in ebook

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mondiale e’ di 60.600 miliardi di dollari. Questo significa che
sommando le due voci della finanza, si arrivava a un rapporto di
14 a 1. I dati sono contenuti nel rapporto Diritti Globali 2011
curato da Sergio Segio per Cgil, Arci, Legambiente, ed altre
associazioni.

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