I ritardi di informazione sul Covid-19 della Cina all’OMS

Un’inchiesta dell’Ap rivela le riluttanze della Cina a condividere dati scientifici del virus

Simone Pieranni * • 3/6/2020 • Internazionale, Salute & Politiche sanitarie • 465 Viste

L’Oms avrebbe lodato in pubblico la Cina, mentre in realtà i suoi funzionari chiedevano a Pechino dati e informazioni sul virus senza ottenerli.

È quanto emerge da una inchiesta dell’Associated Press che getta una sordida luce sull’operato cinese e sembra sollevare l’Oms dalle gravi responsabilità di cui è stata accusata da gran parte della comunità internazionale, ovvero di essere «collusa» con la Cina. In esame il periodo dal primo al 20 gennaio 2020, considerato quello più rilevante nella gestione cinese dell’epidemia fin dall’inizio dell’emergenza sanitaria.

«RILEVANTE» PERCHÉ COLMO di sospetti: fino ad oggi – infatti – l’accusa nei confronti di Pechino era stata quella di aver comunicato in ritardo la trasmissione da uomo a uomo del coronavirus e aver deciso troppo tardi le misure di lockdown.

Si è sempre detto che se la Cina avesse agito in tempo forse il contagio, anche mondiale, sarebbe stato più tenue. A supportare Pechino c’è sempre stato l’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, che fin da subito aveva sottolineato la professionalità cinese e la sua capacità immediata di condividere i dati scientifici; un comportamento che ha portato l’Oms al centro delle critiche internazionali, da parte di Trump in primis, perché avrebbe sottovalutato, in realtà, i ritardi cinesi.

L’INCHIESTA AP pubblicata ieri dimostrerebbe come, in realtà, i funzionari dell’Oms abbiano vissuto un terribile inizio di gennaio alla ricerca di informazioni dalla Cina. In pratica l’Oms chiedeva – allarmata – dati, sequenze genetiche, informazioni per decidere che tipo di messaggio consegnare alla comunità internazionale, mentre la Cina o non rispondeva o rispondeva in ritardo.

È quanto emergerebbe da documenti, telefonate e testimonianze, capaci di creare una nuova timeline del progredire dell’epidemia e delle azioni di contrasto attuate in Cina e, poi, nel resto del mondo. L’inchiesta Ap dimostra alcune cose: innanzitutto la difficoltà che organismi internazionali hanno di ottenere informazioni da Stati che per diverse ragioni si dimostrano poco reattivi o totalmente negligenti.

«Per tutto il mese di gennaio, scrive Ap, l’Organizzazione mondiale della sanità ha elogiato pubblicamente la Cina per quella che ha definito una risposta rapida al nuovo coronavirus. Ha ringraziato il governo cinese per aver condiviso la mappa genetica del virus “immediatamente”, e ha affermato che il suo lavoro e il suo impegno per la trasparenza sono stati “molto impressionanti e oltre le parole”».

QUI C’È IL SECONDO ASPETTO: questo profluvio di complimenti, a quanto scopriamo, sarebbe stata tutta scena: le lodi dell’Oms erano effettuate nella speranza di non indispettire la leadership cinese e di ottenere al più presto le informazioni. L’inchiesta di fatto metterebbe in ben altra luce il lavoro dell’Oms e chissà non faccia gioco all’agenzia Onu per riavere tra i suoi finanziatori proprio gli Stati Uniti. Non a caso in un passaggio viene sottolineato che l’Oms si è dunque comportata in modo diverso da quello denunciato da Trump.

La dinamica ricostruita dall’Ap permette poi di inoltrarsi anche in un settore poco conosciuto, perché il ritardo cinese più che a una volontà politica esplicita, sembrerebbe essere dovuto a una stramba concorrenza tra istituti di ricerca cinesi.«Tra il giorno in cui il genoma completo è stato decodificato per la prima volta da un laboratorio governativo il 2 gennaio e il giorno in cui l’Oms ha dichiarato un’emergenza globale il 30 gennaio, l’epidemia si è diffusa di un fattore da 100 a 200 volte», si legge su Ap.

E su questo ritardo avrebbero agito blocchi tra centri di ricerca cinese, poiché i primi a decodificare il genoma sarebbero stati i ricercatori di un centro privato. La Cina non ha reagito, per ora, all’inchiesta Ap, ma in sede di Assemblea mondiale della sanità aveva confermato il proprio assenso a un’inchiesta.

* Fonte: Simone Pieranni, il manifesto

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