Epidemie zoonotiche. Good Food Campaign: «La carne fa male alla Cina»

La filiera zootecnica globale è una bomba a orologeria soprattutto per i cinesi, ossessionati dalle proteine animali. Intervista a Jian Yi, portavoce di una campagna per il «buon cibo»

Marinella Correggia * • 2/7/2020 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Salute & Politiche sanitarie, Stili di vita e di consumo • 337 Viste

Da quando è iniziato l’affaire Covid-19, il malsano rapporto fra mondo umano e mondo animale si è rivelato in tutte le sue sfaccettature. Da un lato i rischi di trasferimento di agenti patogeni a causa dei rapporti ravvicinati con la fauna selvatica. Dall’altro la bomba a orologeria della filiera zootecnica globale.
Inoltre, le responsabilità degli allevamenti nella deforestazione in alcuni paesi si intrecciano all’impatto che le epidemie zoonotiche hanno su altre aree; secondo gli ultimi dati del governo Bolsonaro, riferisce il sito specialistico TheMeatSite.com, le esportazioni brasiliane verso la stessa Cina sono aumentate nei primi 4 mesi del 2020: in particolare soia e carne bovina ma soprattutto carne di maiale (vista la strage di suini provocata anche nel paese asiatico dalla «peste suina» africana). Pensiamo poi alle condizioni di lavoro in diversi macelli e nelle industrie per la trasformazione della carne, in Occidente: i molti casi di contagio fra gli addetti le hanno rese note.

Un’altra emergenza preoccupante è la resistenza agli antibiotici che si sviluppa soprattutto a causa dei trattamenti veterinari negli allevamenti intensivi del mondo intero. Non per niente fra le richieste di cambiamento post-Covid c’è l’addio agli allevamenti intensivi e un forte ridimensionamento della filiera zootecnica. La rete internazionale Global Forest Coalition nei mesi di blocco ha dedicato diversi webinar all’impatto ambientale e sociale della zootecnica industriale soprattutto nel Sud del mondo. E in Europa la Campagna per un giusto prezzo per le proteine animali chiede di tener conto delle esternalità ambientali.
Anche in Cina, dove le epidemie da zoonosi si susseguono, lavora da anni la Good Food Campaign che fa parte della China Biodiversity Conservation and Green Development Foundation (Cbcgdf), una delle più antiche organizzazioni nazionali per la protezione della natura e degli habitat come scelta per il futuro. Jian Yi è il coordinatore della Good Food Campaign.

Qual è il focus del vostro impegno?

Lavoriamo per un modello alimentare che ottimizzi la salute umana, animale e del pianeta. Ogni anno organizziamo a livello nazionale un incontro nazionale di fautori del cambiamento a tavola e anche una kermesse di cuochi. Portiamo avanti la sensibilizzazione sui social circa l’impatto delle proteine animali sull’ambiente e la salute. Abbiamo un programma per migliorare le mense nei campus universitari e dei luoghi di lavoro. Sul lato della politica alimentare, lavoriamo per ridisegnare i wet markets (mercati all’aperto con prodotti freschi) nel paese, e per aiutare le città a migliorare la loro politica alimentare.

La Cina – vista la sua dimensione demografica – è il primo paese al mondo per allevamento di maiali, in maniera intensiva. Il governo ha annunciato già anni fa l’obiettivo di dimezzare il consumo pro capite di carne entro il 2030.

La cosa fondamentale è che cambi l’ossessione nel nostro paese per le proteine animali. E’ molto importante occuparsi della loro sovraproduzione e del loro iperconsumo nella Cina contemporanea, negli ultimi 30 anni: è un peso per l’ambiente da un lato e per la salute dall’altro, con i rischi di malattie non trasmissibili come obesità e patologie cardiovascolari, ma anche di zoonosi. Gli allevamenti industriali sono ad alto rischio. Così tanti animali insieme sono come un gruppo di persone che vivono in un ascensore… Sarebbe perfino strano che non si ammalassero. C’è molto stress. Si fa ricorso a un eccesso di antibiotici per prevenire le malattie, ma questi sono efficaci solo per i batteri, non per i virus. Non sarei sorpreso di altre epidemie, a meno che non cambi il sistema della zootecnia intensiva. Per non parlare poi del benessere animale: non si può giustificare quello che accade in quelle stalle. Un altro risultato dell’iperconsumo di prodotti animali è rappresentato dall’aumento delle importazioni, soprattutto di mangimi ma anche di carne.

Si pone la questione della riconversione della produzione e dei consumi?

Anni fa il ministero dell’agricoltura e la televisione nazionale cinese promuovevano ogni genere di allevamento (ad esempio dei ratti del bambù e altre specie in origine non domestiche) per alleviare la povertà in certe aree. Adesso, nel 2020, questo tipo di specie per la carne è stato messo al bando. Se guardiamo al futuro e vogliamo minimizzare le malattie zoonotiche – un peso anche economico – dovremo spendere molte più risorse pubbliche per le alternative vegetali. Il lavoro si crea anche lì. Anzi di più: gli allevamenti intensivi richiedono generalmente pochi addetti. E ottengono molti sussidi, che rendono ancora più difficile, per i piccoli allevatori, competere. Durante la pandemia quando molte catene di valore erano in difficoltà – non arrivavano i mangimi e i mercati di sbocco si erano ridimensionati – i grossi allevamenti hanno dimostrato la loro debolezza. Hanno dovuto uccidere in massa molti animali… Per avere più resilienza nel sistema alimentare, le fattorie devono essere molto più piccole, specialmente nel caso degli animali.

Ci sono stati molti equivoci sui wet markets… cosa sono e che fare?

Il termine è usato da persone che non sono in Cina per descrivere situazioni cinesi. In realtà, in gran parte si tratta di mercati che vendono vegetali freschi o essiccati e preparati. Nelle zone rurali non sono quotidiani, si svolgono solo nei week end, perché molti si producono il cibo; sono simili ai mercati contadini e sono all’aperto, mentre in città in genere sono al coperto. La loro chiusura in toto andrebbe a detrimento dell’accessibilità al cibo fresco. Quindi occorre regolamentarli meglio: secondo la Good Food Campaign, dovrebbero essere limitati ai soli alimenti vegetali, per minimizzare i rischi sanitari. Quindi stop a quei settori, nei mercati, destinati alla vendita di animali vivi (selvatici e allevati), macellati sul posto. Che abbiano avuto un ruolo come amplificatori o intermediari nel passaggio agli umani del virus Sars-CoV-2, è probabile. In ogni caso sono sporchi e malsani, come si può vedere nel mio documentario What’s for dinner? Sono terribili, con gli animali nelle gabbie che poi vengono uccisi sul posto, contaminati da sangue, visceri ed escrementi. I prodotti animali è meglio che siano venduti solo in circuiti più controllati.

E la carne selvatica oggi messa al bando in Cina? Chi la consuma?

Qualunque cosa si pensi sulla questione, è una specie di lusso, prevalentemente destinata a occasioni speciali. Un tempo la carne in generale era poco accessibile ai più. Adesso lo è, dunque si cerca qualcosa di più… esotico. E’ spesso apprezzata da turisti che vogliono provare la local wildlife meat. Certi cacciatori la vendevano di fronte ai ristoranti, nelle aree turistiche. Non è una necessità per i poveri, non è qualcosa che aiuti davvero la sopravvivenza. Certo la messa al bando può provocare il mercato nero. Ma allora? Lasciar tutto come stava? No. Semplicemente, occorre applicare le leggi.

* Fonte: Marinella Correggia, il manifesto

Articoli correlati

5 per mille

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »

Pin It on Pinterest

Share This