L’America nera ancora in marcia contro il razzismo: «Siamo noi il cambiamento»

Sul palco le famiglie di George Floyd e Jacob Blake. Lo zio denuncia: Paralizzato ma ammanettato al letto

NEW YORK.La convention repubblicana è terminata con un lunghissimo discorso di Trump e la consapevolezza che il tycoon, se mai ci fossero stati dubbi, non ha intenzione di uscire pacificamente dalla Casa Bianca. «Qua ci siamo noi», ha detto indicando la residenza presidenziale alle sue spalle.

Proprio il giorno seguente la fine della kermesse repubblicana si è tenuta a Washington DC un’altra delle manifestazioni tanto invise al presidente, organizzata a 57 anni da quella in cui Martin Luther King al National Mall chiese diritti civili e vere opportunità economiche, nel 1963.

A organizzarla ora sono stati gli attivisti per i diritti civili degli afroamericani, il reverendo Al Sharpton affiancato dal figlio di King, Martin Luther King III, che hanno invitato a parlare le famiglie dei cittadini neri uccisi o gravemente feriti dalla polizia, tra cui quelle di George Floyd e Jacob Blake. «Lavoreremo per la guarigione e la giustizia come se ne andasse delle nostre vite, perché lo sono», ha detto alla folla la deputata democratica del Massachusetts Ayanna Pressley.

L’evento, «Marcia dell’impegno», arriva alla fine di una settimana tumultuosa, dopo gli spari della polizia al 29enne Jacob Blake, durante un’estate che ha visto una protesta globale per le uccisioni dei neri americani per mano delle forze dell’ordine e nel mezzo di una pandemia che ha colpito in modo sproporzionato le persone di colore.

Sharpton aveva annunciato la marcia il 4 giugno, nel l discorso pronunciato al funerale d Floyd, per farne sia la commemorazione di un momento fondamentale nella storia degli Usa, in cui gli afroamericani avevano chiesto diritti civili e opportunità economiche, sia un nuovo capitolo di lotta.

Gli attivisti sono scesi in piazza a Washington per chiedere al Senato di approvare la legge di riforma della polizia intitolata a Floyd, che la Camera ha approvato a giugno, e di impegnarsi a porre fine alla violenza delle forze dell’ordine, a smantellare il razzismo sistemico e a garantire l’accesso alle urne.

La marcia celebra anche lo spirito e le azioni dell’icona dei diritti civili e membro del Congresso recentemente scomparso, John Lewis, che ha dedicato tutta la vita a lottare per il diritto di voto e che, a 23 anni, era stato uno degli oratori principali della marcia originale del 1963.

«Non saremo uno sgabello all’oppressione – ha detto dal palco sorella di Blake, Letetra Widman, alla folla davanti al Lincoln Memorial – America, ti ritengo responsabile. Non devi stare ferma in piedi. Devi combattere, ma non con violenza e caos». «Mio fratello non può essere una voce oggi – ha detto la sorella di George Floyd, Bridget – Dobbiamo essere noi la voce. Dobbiamo essere il cambiamento».

«Siamo a un punto in cui possiamo ottenere quel cambiamento – ha continuato la madre di Breonna Taylor, Tamika Palmer – ma dobbiamo restare uniti, dobbiamo votare».

A 57 anni dal famoso discorso di King, «I have a dream», nelle parole di chi ha organizzato la marcia del 2020 c’è lo spettro peggiore per Donald Trump, che la comunità afroamericana decida di recarsi alle urne e di votare in modo compatto per Joe Biden, regalandogli una vittoria indiscutibile, come lo erano state quelle di Obama nel 2008 e nel 2012.

Mai come in questa convention repubblicana sono stati invitati a parlare tanti rappresentanti afroamericani, messaggio indirizzato ai bianchi per dire loro che non sono razzisti se hanno paura delle proteste e che i neri buoni esistono e non vanno a manifestare, ma votano ordinatamente a destra.

Che la folla accorsa per la Marcia dell’Impegno possa farsi convincere dai discorsi dei repubblicani è poco probabile, anche perché non passa giorno senza notizie che buttano nuova benzina su un fuoco che non accenna a spegnersi. Alle telecamere della Cnn Justin Blake, zio di Jacob, ha raccontato che il nipote, reduce da un’operazione chirurgica e paralizzato dalla vita in giù, è ammanettato al letto: «Questo è un insulto alla sofferenza – ha detto – È paralizzato e non può camminare e lo hanno ammanettato al letto. Perché?».

Nessuno sembra voler rispondere a questa domanda: il portavoce dell’ospedale ha rimandato al dipartimento di polizia che si trincera dietro i «no comment». Il governatore democratico del Wisconsin Tony Evers ha detto di «non avere alcuna idea del perché Blake sia stato ammanettato, e non vedo il motivo per cui debba essere necessario».

Trump aveva dichiarato che avrebbe parlato del caso di Blake nella serata conclusiva della convention repubblicana, ma nel suo discorso di accettazione durato 70 minuti non ne ha fatto cenno, anzi, ha continuato ad attaccare le proteste.

* Fonte: Marina Catucci, il manifesto



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