In Cile riparte la protesta a Plaza de la Dignidad, ma torna la repressione

L’idea-forza di un movimento ampio e variegato resta quella che Piñera se ne deve andare

Andrea Cegna * • 29/11/2020 • Internazionale • 355 Viste

In Cile non si ferma la protesta. Se qualcuno pensava, o temeva, che il referendum costituzionale, stravinto un mese fa, avrebbe rallentato le mobilitazioni ha avuto la sua risposta questa settimana: mercoledì e venerdì «Plaza de la Dignidad» è tornata a popolarsi come capita con ricorrenza dal 19 ottobre 2019. E con le manifestazioni sono riprese le violenze delle forze di polizia.

Una delle idea-forza che spinge numeri considerevoli di cileni a manifestare è quella che il presidente Piñera se ne vada. L’onda peruviana con tre presidenti in sette giorni ha dato una nuova energia ai movimenti locali. Oltre alle dimissioni del presidente le piazze chiedono la libertà per le persone arrestate durante le mobilitazioni e per attivisti e attiviste Mapuche. Il malcontento verso governo e presidente si nutre anche dei degli ostacoli al processo costituente che la politica istituzionale sta mettendo in campo.

LA MOBILITAZIONE ha certamente il suo punto principale a Santiago del Cile, ma si estende anche in altre parti del paese dove la richiesta delle dimissioni del presidente, accusato di difendere gli interessi dei più ricchi e di voltare le spalle ai bisogni della maggioranza della popolazione, è molto forte e si muove dietro al grido «Piñera, conchetumare, asesino igual que Pinochet» (Piñera, stronzo, assassino come Pinochet).

Il movimento resta ampio, variegato e scomposto. La manifestazione di venerdì ha ricordato nei numeri le migliori chiamate pre-referendum, e con l’assenza di un chiaro referente politico cori, colori, e gli attimi più conflittuali si appoggiano alle componenti delle tifoserie, una parte della moltitudine in lotta. Culturalmente il riferimento forte sono gli anni ’70 con artisti come gli Inti Illimani o Victor Jara, e i movimenti politici anti-dittatura.

«C’è ancora molta rabbia – dice Rodrigo Bustos Bottai, attivista per i diritti umani – rispetto alle diseguaglianze sociali del Cile. Tanta rabbia. Molti credono non ci siano gli aiuti sufficienti in un paese con molta povertà e tanta differenza in quel che sta accadendo con la pandemia. Nelle tante manifestazioni che ci sono state, e che probabilmente continueranno, ci sono denunce di violazioni dei diritti umani, alcune anche gravi».

VENERDÌ I SOCIAL MEDIA si sono riempiti di immagini di violenza da parte delle forze di polizia. I carabineros sono gli osservati speciali anche perché, una decina di giorni fa, Mario Rozas, capo del corpo di polizia, si è dovuto dimettere a causa della dure proteste nate dopo che due agenti hanno sparato e ferito due minori a Talcahuano. «Ci sono ancora diversi tipi di denunce per violenze subite dopo essere stati arrestati. Certo gravi, ma in un numero, fortunatamente, minore rispetto a ottobre e novembre dello scorso anno», ricorda Bustos Bottai. A scaldare piazze e proteste c’è anche lo sciopero nazionale degli operatori sanitari. Chiedono un aumento del budget 2021e ritengono insufficienti le risorse destinate alla sanità pubblica dal governo.

LA DESTITUZIONE DI PIÑERA fa parte anche del dibattito parlamentare dopo che alcuni esponenti dell’opposizione hanno presentato, martedì, una proposta per anticipare le elezioni presidenziali e parlamentari già in aprile, tenendole in contemporanea alla scelta dell’assemblea costituente.

I promotori sostengono che a causa della crisi economica e sociale, aggravata dalla pandemia Covid-19, servano un governo e un congresso nazionale con alta capacità di risposta e legittimità, qualità di cui l’esecutivo non gode nelle strade del paese

* Fonte: Andrea Cegna, il manifesto

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