Caso Zaki. Con Al Sisi, dittatore peggio di Erdogan, l’Italia come Ponzio Pilato

Caso Zaki. Con Al Sisi, dittatore peggio di Erdogan, l’Italia come Ponzio Pilato

Sorpresa: il censore delle dittature diventa Ponzio Pilato. In pochi giorni, dopo avere puntato il dito contro il «dittatore Erdogan», Draghi rischia di apparire complice di un altro dittatore, l’egiziano Al Sisi. Prendere le distanze dalla mozione del Senato, questo significa.

Perché è stata una presa di distanza dalla cittadinanza a Zaki con dirette le parole di Draghi – «si tratta di un’iniziativa del Parlamento» – che assume venature ridicole, se non fosse questione drammatica, visto che quel documento è stato votato dagli stessi partiti che costituiscono il suo governo. Lui dove pensa di stare?

Nel consiglio d’amministrazione di una banca? Mentre «salva la patria» è il momento di fargli capire che deve preoccuparsi di salvare anche se stesso dalle derive dell’ingannevole elisir del potere. Per ora è stato salvato in corner dal sottosegretario agli esteri Benedetto Della Vedova secondo il quale il governo «avvierà le verifiche necessarie per il conferimento della cittadinanza a Patrick Zaki». E meno male. Ma in ogni caso si tratta di una parabola preoccupante per la democrazia italiana e per i cantori foscoliani dell’ex capo della Bce. Perché Draghi ha una strana idea, e assai variabile, della dittature e il caso Zaki lo dimostra. Erdogan per lui è un dittatore, «del quale abbiamo bisogno» – il lavoro sporco per l’Occidente qualcuno deve pur farlo – o forse sarebbe meglio dire un autocrate, visto che pur tenendo migliaia di innocenti in prigione e massacrando i curdi, qualche elezione la perde, come alle municipali di Ankara e Istanbul.

Certo per essere un membro della Nato il Sultano non è certo aderente ai principi, solo enunciati, dell’Alleanza che tanto piace a Draghi. Ma il generale egiziano Al Sisi è ancora peggio: lui nel 2013 è stato autore di un sanguinoso golpe che ha defenestrato un governo che poteva non piacere, dei Fratelli Musulmani, ma era il primo eletto regolarmente nella storia recente dell’Egitto. Non solo. Al Sisi detiene 60-70 mila persone in condizioni carcerarie terrificanti e in totale arbitrarietà.

Al Sisi è colui che dal 2016 prende in giro la giustizia italiana rifiutandosi di mettere sotto processo i torturatori e gli assassini di Giulio Regeni. Insomma, è il burattinaio complice convinto di gente che dovrebbe stare sotto processo e pagare il conto con la giustizia. Agli atti della procura di Roma ci sono abbondanti testimonianze sui poliziotti che hanno assassinato Regeni e come i servizi egiziani hanno costantemente inquinato le prove e depistato le indagini. Draghi queste cose non può fare finta di ignorarle: dal 2016 l’assassinio di Giulio scuote l’opinione pubblica e le coscienze.

Ora lo studente dell’università di Bologna Zaki è in carcere da oltre 430 giorni, privato della libertà con accuse false, senza prove e senza possibilità di accedere a un giusto processo. I suoi avvocati sono stati arrestati, i sostenitori intimiditi e ogni tentativo italiano di tirarlo fuori dalla galera è disatteso e sbeffeggiato. Ma Draghi prende tempo, distanze e guanti di velluto e ci induce a pensare che, per evitare un’altra «grana», lo faccia per i mega-contratti Eni sul gas e per le forniture belliche da miliardi con l’Egitto: dopo avere avventatamente aperto un caso Erdogan non lo vuole con Al Sisi. Sì, i dittatori sono pessimi. Ma anche la democrazia parlamentare gli deve sembrare una «scocciatura». Soprattutto per chi non è stato eletto e se ne vuole lavare le mani.

* Fonte: Alberto Negri, il manifesto



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