Iraq. Lavoratori più poveri e senza diritti, lo sfruttamento trionfa

Iraq. Lavoratori più poveri e senza diritti, lo sfruttamento trionfa

Baghdad. Basta andare ad al-Nidhal street per vedere i bambini lavorare. Fanno i meccanici, lavano le auto, vendono chincaglierie per le strade del centro di Baghdad, non nei sobborghi o nelle “città nella città”, come Sadr City, due milioni di abitanti stimati. Eppure è lontano il tempo della fondazione di quartieri come quello, i quartieri destinati ai poveri.

NEL 1959, QUANDO NACQUE, non si chiamava nemmeno così: era al-Thawra City (rivoluzione, a memoria di quella dell’anno prima), vent’anni dopo Saddam Hussein fece costruire case popolari e prese il nome del raìs. Sadr City è venuto dopo l’invasione americana del 2003 e l’assedio di cinque anni del quartiere per disarmare l’Esercito del Mahdi.

Settanta anni fa qui vennero trasferiti dal governo centinaia di migliaia di poveri dalle campagne per lavorare come manodopera a basso costo. Vivevano in baracche di fango e pietre. Vivevano vicino alle discariche. Saddam costruì le case, la rete fognaria e le strade, affollatissime ma tutte perpendicolari e parallele, lontane dalla naturale confusione urbanistica della città vecchia.

OGGI LA MANODOPERA a basso costo non è marginalizzata nei sobborghi, è in tutta Baghdad. Il tasso di povertà sfiora il 32% della popolazione, dati raccolti dall’Onu durante la pandemia; nel 2018 era al 20%. Oltre undici milioni di persone per cui il lavoro è precario, a giornata, sempre misero. La povertà la rispecchia anche la città: lontano il tempo dei 40 cinema, dei dieci teatri, del teatro dell’Opera e delle librerie in ogni quartiere.

«IN UN PAESE POVERO il lavoro minorile non è anormale – ci spiega Ali Saheb, capo-progetto della ong Maluma per i diritti dei lavoratori e i diritti socio-economici -. La legge prevede un’età minima di 15 anni per lavorare, ma non è applicata. I bambini lavorano anche nelle fabbriche, spesso con tutta la famiglia. Lavori duri, pericolosi, per cui vengono pagati molto meno di un adulto».

In Iraq si calcolano dieci milioni di lavoratori e lavoratrici, numero sottostimato viste le dimensioni del lavoro informale. La legge sul lavoro, 37/2015, giunta dopo lunghissime pressioni delle organizzazioni e dei lavoratori, è teoricamente avanzata per gli standard regionali ma resta sulla carta: «Non la applica il settore pubblico, immaginarsi il privato. I lavoratori non hanno assistenza sanitaria, pensione di anzianità, reversibilità. Le pressioni dei sindacati sono minime: sono deboli, spesso legati ai partiti e in grado di rappresentare solo piccole fette di lavoratori nelle singole aziende».

LE PIÙ GRANDI VITTORIE i lavoratori le hanno ottenute non con la mediazione sindacale ma con gli scioperi, rischiosi visto che in certi settori (come quello energetico) chi sciopera può essere accusato di terrorismo.

«La forza dei lavoratori la si è vista nell’ottobre 2019 – continua Saheb -. Sono stati tra i leader della protesta, mentre la presenza dei sindacati è stata solo simbolica. Ora la situazione è ancora peggiore di allora: secondo il consigliere economico del primo ministro, con la pandemia sono andati persi due milioni di posti di lavoro. Queste persone hanno ricevuto 20 dollari al mese per due mesi. Poi basta».

«IN PIAZZA NON C’ERANO i dipendenti pubblici o delle compagnie petrolifere – aggiunge Falan al Wan, Federation of Workers Council and Unions – ma i precari, i senza contratto, i disoccupati. La crisi economica non è nata oggi, ma nel 2003. L’Fmi impose una serie di condizioni all’Iraq per concedere prestiti: ridurre i dipendenti pubblici, cancellare i sussidi, privatizzare il settore pubblico, ridurre i servizi pubblici come scuola e sanità. Questo ha fatto impennare disoccupazione e povertà e calare gli investimenti pubblici».

Buona parte delle fabbriche (vetro, fosfati, ferro, industrie casearie e alimentari…) sono state chiuse facendo crollare anche l’indotto. L’economia di produzione è stata abbandonata, l’agricoltura scompare a causa della desertificazione e dell’invincibile competizione con i prodotti importati e il settore petrolifero assorbe solo 127mila lavoratori, il resto sono espatriati assunti dalle compagnie straniere.

TRA LE PIÙ PENALIZZATE ci sono le donne. Difficile stimare i numeri delle occupate, molte lavorano a nero, molte nei campi o le attività di famiglia, «centinaia di migliaia di persone trattate come casalinghe, non come lavoratrici», dice al Wan. Chi ha un contratto, non gode di pieni diritti: «Guadagnano un quarto di un uomo. E poi c’è la maternità: la legge la prevede ma non la applica nessuno e il governo non punisce i trasgressori – aggiunge Saheb – Ci sono molti casi di donne licenziate perché incinte o donne obbligate a firmare fogli in cui si impegnavano a non avere figli».

A MONTE STA L’ABBANDONO di un’economia circolare, dove il prodotto finale seguiva a una lunga filiera tutta irachena. Nel settore tessile, nel caseario, nell’alimentare si erano generati milioni di posti di lavoro, dal campo fino al prodotto confezionato. Ora i componenti arrivano da fuori e gli step si sono ridotti a uno. «L’Iraq è entrato nella catena globale a costo della sua economia di produzione – conclude al Wan – Non perdiamo solo denaro, perdiamo posti di lavoro».

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* Fonte: Chiara Cruciati, il manifesto



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