Sorveglianza, per ora Amazon non fornirà il riconoscimento facciale alla polizia

Sorveglianza, per ora Amazon non fornirà il riconoscimento facciale alla polizia

Ce l’hanno fatta proprio sul filo di lana, all’ultimo. E sarà pure una piccola cosa, nient’altro che un primo gradino ma conta tanto. Conta molto per tutti, perché davanti avevano una delle controparti più potenti. Anzi la più potente: Amazon. La più ricca, con quel Jeff Bezos che ha visto crescere la propria “disponibilità” a 160 miliardi di dollari. Sessantasette dei quali solo nell’ultimo anno, quello della pandemia.

Eppure Amazon è stata sconfitta. Per prima, ne ha dato notizia la Reuters, annunciandola con il solito avvertimento, “breaking news”, che sta ad indicare un fatto rilevante: il gruppo ha deciso di prolungare – senza una data di scadenza – la moratoria per la vendita alla polizia americana e alle polizie locali della sua tecnologia per il riconoscimento facciale.

Annuncio, lo si è detto, che è arrivato proprio all’ultima curva. Perché il primo giugno scadeva la data di un’altra moratoria, che era stata decisa nelle drammatiche settimane che seguirono l’assassinio di George Floyd.

Anche allora, proprio sull’onda delle piazze statunitensi, quelle del Black Lives Matter, si formò una coalizione eterogenea che mise sul banco degli imputati il più grande negozio on line al mondo. Ed i suoi prodotti. Primo fra tutti, “Rekognition”, della sua “divisione cloud”.

Un “prodotto” che proprio nella primavera e nell’estate scorsa, nel pieno delle tensioni seguite all’assassinio da parte dell’agente Derek Chauvin, si scoprì essere in dotazione a tanta parte dell’apparato di sicurezza statunitense. E che tanti drammi ha causato. Ai neri, alle donne, ai trans. Ai migranti.

Grazie a quel programma di riconoscimento facciale – nell’estate di un anno fa –  sono state arrestate centinaia di persone a  Minneapolis, la città di Floyd; grazie a “Rekognition”, l’Ice –  la tristemente nota agenzia americana che controlla e sequestra i migranti sudamericani – spiava le mosse di chiunque provasse ad entrare negli States.

Attraverso questo strumento, la polizia etichettava le persone lgbtq, con “Rekognition” – che si può poggiare su un data base di 640 milioni di volti, il doppio degli abitanti americani – gli uffici della sicurezza seguivano passo passo i neri. Nei quartieri periferici delle metropoli. Più o meno come avveniva due secoli fa con le “leggi sulle lanterne”, che obbligavano i neri ad “illuminarsi di notte”. A farsi riconoscere “sempre ed in qualunque momento”.

Una strumentazione fallace, oltretutto, che spesso sbagliava e sbaglia. Col clamoroso caso di Robert Williams, un signore di Detroit, ovviamente nero, arrestato perché riconosciuto colpevole, col riconoscimento facciale, di una drammatica rapina. E c’è voluto tutto l’impegno di una storica organizzazione per i diritti civili americani, l’Aclu – sorta nel 1920, all’epoca della segregazione – per farlo tornare in libertà.

Ma il problema non è che il sistema di riconoscimento facciale possa sbagliare. Come spiega – sempre l’Aclu  – “anche se funzionasse darebbe comunque a governi, aziende e individui il potere di spiarci ovunque andiamo, rintracciando i nostri volti durante le proteste, le manifestazioni politiche, i luoghi di culto e altro ancora. Non possiamo permettere la sua normalizzazione”.

La campagna prese forza appunto con le manifestazioni e gli arresti dopo la morte di George Floyd. E stretta dalla pressione popolare Amazon, annunciò una prima moratoria: per qualche tempo, disse, non avrebbe più venduto, né fornito assistenza alle forze di polizia per il suo “Rekognition”.

Moratoria che appunto stava per scadere. A questo punto, la coalizione, la Athena Coalition, ha rialzato la voce contro Amazon. Schierandosi ovviamente dalla parte dei lavoratori nella difficile – e perdente – battaglia per creare il sindacato a Bessemer, in Alabama e provando a bloccare per sempre Rekognition.

Ed ha ottenuto un primo, parziale risultato. È poco? Molto? “No, non è sufficiente – dice Myaisha Hayes, direttore di MediaJustice, che ha guidato la campagna – Non basta a chi è stato preso di mira dalla polizia, non basta agli attivisti, alle persone il cui diritto di esistere e muoversi liberamente nello spazio pubblico resta minacciato ogni sacrosanto giorno”. Amazon deve impegnarsi a non elaborare, né vendere mai più alla polizia tecnologia di sorveglianza.

Il colosso – pressato – non si è sbilanciato più di tanto. Ha deciso per ora di non cedere la sua tecnologia, né di farlo in un prossimo futuro: “almeno fino a quando gli Stati Uniti non varino norme vincolanti nel settore”. Norme – non c’è bisogno di aggiungerlo, giusto? – che Jeff Bezos ed i suoi vogliono “etiche, trasparenti e non discriminanti”.

La palla sta al congresso, dicono. Che però per ora non ha preso alcun impegno. Comunque, dietro questo paravento – “aspettiamo la politica” – s’è nascosta anche Microsoft, che dopo Amazon ha deciso “autonomamente” che avrebbe aspettato la regolamentazione federale prima di ultimare e di proporre alla polizia i suoi strumenti di riconoscimento facciale.

Vendere alla polizia. Uno dei punti più delicati, però, è proprio questo. Prima, quando nacque il movimento che ha imposto un primo stop ad Amazon, si raccontava di una coalizione eterogenea. Al suo interno c’è anche l’EFF, l’Electronic Frontier Foundation, una delle più grandi organizzazioni mondiali per i diritti digitali. Una delle più importanti, più influenti e più ascoltata. Anche nei Palazzi.

Bene, su questo tema ha una posizione che molti definiscono “strana”, se non inspiegabile. Perché non vuole che la polizia possieda strumenti per l’identificazione facciale ma sostiene che quegli strumenti potrebbero essere venduti ai privati. Pur con diversi “limiti”.

Perché – con un ragionamento un po’ contorto – questo permetterebbe anche agli studiosi di “analizzare la tecnologia e denunciare eventuali abusi”. Tesi discutibile, senza considerare l’elemento più rilevante: da anni, tutto l’apparato di sicurezza statunitense acquista dai privati. Dati, numeri di telefono, email. Clearview AI – si sa – da tempo fornisce, ben remunerata, una non meglio identificata “assistenza” nella lotta all’immigrazione clandestina. Che tutti sanno significa mettere a disposizione della polizia di frontiera un enorme data base di volti. Di facce. E addirittura – come rivelarono Insider e Vice appena un anno fa – la polizia è riuscita anche ad acquistare un elenco di password rubate. Gli apparati di sicurezza, insomma, sanno come aggirare eventuali blocchi legislativi.

E questo, la non chiarezza degli obbiettivi, è sicuramente un limite del movimento. Ma intanto una prima crepa nel muro del controllo si è aperta. E forse non è così poco.

* Fonte: Stefano Bocconetti, il manifesto

 

Foto di Tumisu da Pixabay



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