Escludere i cittadini extracomunitari dalle case popolari è illecita discriminazione

Escludere i cittadini extracomunitari dalle case popolari è illecita discriminazione

Che la Lega, dappertutto, cerchi in tutti i modi di far fuori gli extracomunitari, anche quando regolarmente residenti, da contributi, concorsi, assegnazioni di posti negli asili nido e quant’altro, è cosa risaputa. Così come ormai fa giurisprudenza la lunga lista di sentenze che riconoscono l’illegittimità di tali atti. Bandi annullati, graduatorie sospese, un po’ dappertutto è tutto un fare e disfare.

È successo anche a Monfalcone dove sono finiti sotto processo bandi e graduatorie legate all’assegnazione di alloggi popolari e all’ottenimento di contributi per l’affitto. Coinvolta Regione, Ater, e Comune.  Chiedere un supplemento di documentazione ai cittadini extracomunitari, la prova ufficiale di non possedere proprietà immobiliari all’estero, quando agli altri basta autocertificare, il più delle volte cozza contro l’impossibilità pratica di ottenere tale documentazione che, se anche fosse disponibile, comporterebbe spese inaffrontabili di registrazione, traduzione, autenticazione ecc. Vale così, in particolare, per i cittadini bengalesi, quei tanti che lavorano nel cantiere navale di Monfalcone, spesso per incontrollate ditte di subappalto, con contratti capestro quando riescono ad avere un contratto, ricattati, sfruttati, lasciati in mano a profittatori di ogni genere che speculano sulla loro fragilità e non si fanno scrupolo anche di ospitarli in nero per lucrare sui loro bisogni più basilari.

Gli extracomunitari a Monfalcone rappresentano più del 25% della popolazione, un numero enorme, e orbitano praticamente tutti attorno a Fincantieri. La maggioranza viene dal Bangladesh e ha attraversato mezzo mondo per arrivare su questo golfo e costruirsi un futuro. Sembra inevitabile che l’amministrazione comunale debba occuparsene, dopo tutto è sul loro disgraziato lavorare che si garantisce anche un bel ritorno economico ed è sulla costruzione di una società includente e pacifica, che può misurare la serena convivenza dei suoi cittadini. Invece no, «Prima gli italiani», ecco così i bandi che pretendono documenti da reperire in Bangladesh e poco importa se in quel Paese sostanzialmente il catasto, come parecchio altro, non esista. Fuori dalle graduatorie, niente casa, niente contributi.

Ma quindici cittadini asiatici e trentacinque residenti bengalesi si sono rivolti all’avvocato Cattarini ed è partito il ricorso. Di due giorni fa la sentenza: la giudice del Tribunale di Gorizia, Di Lauro, riconosce che Regione, Ater e Comune di Monfalcone hanno tenuto una condotta di carattere discriminatorio e, regole uguali per tutti, ha ordinato l’inserimento in graduatoria di tutti quelli che ne avrebbero avuto diritto. Ma per la sindaca di Monfalcone Cisint oltre al danno c’è la beffa: la Regione Friuli Venezia Giulia aveva messo a disposizione un budget per finanziare il taglia/affitti ma, se ora Monfalcone deve raddoppiare la graduatoria degli aventi diritto, mancano più o meno 700 euro che spettano ai cittadini monfalconesi che affittano casa e che la Regione non può più garantire. Gli uffici comunali devono rifare tutto, nuove graduatorie, altro tempo perso, altro lavoro che si poteva evitare se solo si fosse usata la ragionevolezza e non la protervia leghista. Il commento di Anna Maria Cisint?

La sindaca glissa ma dovrà tagliare da qualche altra parte, dovrà ridurre altri servizi perché servono soldi a questo punto. Pagheranno i cittadini. «Siamo stanchi di vedere i costi della propaganda scaricati sui cittadini, vogliamo amministratori che facciano il bene della comunità, che conoscano e difendano la Costituzione, che uniscano la comunità anziché dividerla» commenta Cristiana Morsolin, consigliera comunale di «la Sinistra per Monfalcone».

* Fonte: Marinella Salvi, il manifesto



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