Dopo l’omicidio del presidente, Haiti chiede l’aiuto USA

Dopo l’omicidio del presidente, Haiti chiede l’aiuto USA

Caos politico. Tre litiganti per il potere privi di legittimità e molti interrogativi sull’omicidio del presidente Moïse. Washington per ora si limita a inviare servizi d’intelligence, vaccini e soldi

Diventa sempre più incerta la situazione politica ad Haiti. Con il congresso chiuso a causa della mancata convocazione delle elezioni parlamentari nell’ottobre del 2019, otto degli unici dieci senatori rimasti in carica hanno designato l’attuale presidente della Camera Alta Joseph Lambert come presidente ad interim, frustrando le velleità di potere del primo ministro de facto Claude Joseph. Era stato quest’ultimo, infatti, ad assumere di propria iniziativa le redini del paese, malgrado due giorni prima del suo assassinio il presidente Jovenal Moïse avesse nominato come nuovo premier Ariel Henry, il quale, non gradendo affatto lo scippo, aveva subito rivendicato il suo diritto a governare il paese.

MA SE NESSUNO DEI TRE LITIGANTI sembra vantare alcuna legittimità – l’unico che l’aveva, il presidente della Corte suprema René Silvestre, è morto di Covid il 23 giugno -, è certo che a fare il bello e il cattivo tempo continueranno comunque a essere gli Stati uniti, ai quali il governo haitiano si è spinto addirittura a richiedere assistenza militare.

IN RISPOSTA, LA CASA BIANCA ha annunciato che invierà sul posto agenti dell’Fbi e del Dipartimento di sicurezza nazionale per collaborare alle indagini sull’omicidio di Moïse, assicurando anche l’invio di vaccini anti-Covid e di un pacchetto di aiuti di 5 milioni di dollari destinato a sostenere la polizia nazionale nella lotta contro le bande armate.
Nessuna conferma, invece, è venuta da Washington sull’invio di militari per la protezione delle infrastrutture chiave come richiesto da Port-au-Prince.

Quanto alle indagini, è evidente che, ad oggi, i dubbi superano di gran lunga le certezze. Dov’erano, si chiedono in molti, i poliziotti super-equipaggiati che vegliavano sull’impopolare presidente giorno e notte? Perché non hanno sparato un solo proiettile? Se, come è stato reso noto, la protezione di Moïse era costituita da tre anelli di sicurezza, come ha fatto il commando armato ad arrivare sul luogo a bordo di vari camioncini Nissan fermandosi in tutta tranquillità di fronte alla residenza presidenziale? Possibile che sia bastato loro identificarsi come agenti della Dea, l’agenzia federale anti-droga degli Stati uniti, per avere campo libero, all’una di notte, fino alla camera da letto del presidente e di sua moglie Martine? E perché solo molte ore dopo l’assassinio si è svolta l’operazione di polizia in cui sono stati uccisi tre dei partecipanti all’assalto?

DOMANDE, TUTTE, a cui non è stata data ancora risposta, benché sia stato reso noto che un invito a comparire, non si sa se in qualità di testimoni o di indagati, è giunto a quattro responsabili della sicurezza del presidente defunto: l’ispettore Amazan Paul Eddy, il capo dell’Unità di sicurezza della presidenza Léandre Pierre Osman e i commissari Dimitri Hérard e Jean Laguel.
Al momento, però, in base alla versione ufficiale, si sa soltanto che sarebbero 28 i mercenari coinvolti nel crimine, di cui 26 colombiani e due statunitensi di origine haitiana. 20 di loro sono stati arrestati, 11 dei quali – altro elemento da chiarire – si nascondevano all’interno dell’ambasciata di Taiwan, e tre sono stati uccisi durante l’attacco, mentre cinque sarebbero in fuga.

È in questo quadro di estrema incertezza che si attende la reazione delle forze popolari, mobilitate contro Moïse fin dalla sua fraudolenta elezione nel 2016 e in maniera quasi ininterrotta a partire dal 2018. Una mobilitazione cresciuta di intensità nella misura in cui si è andata accentuando la deriva autoritaria del presidente, convinto ormai di poter governare senza congresso e senza potere giudiziario.

* Fonte: Claudia Fanti, il manifesto



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