Reddito: la povertà non è una colpa, il problema è il mercato del lavoro

Reddito: la povertà non è una colpa, il problema è il mercato del lavoro

Reddito di cittadinanza. Secondo i più recenti dati Inps, sono stati più di 1,6 milioni di nuclei familiari a ricevere almeno una mensilità del RdC nel periodo giugno-luglio 2021 (per un totale 3,7 milioni di persone interessate), per un importo medio di 579 euro

La discussione sul reddito di cittadinanza (RdC) che si è riaperta di recente ha finora avuto il merito di svelare le posizioni in campo, rivelando un discrimine dalle origini antiche tra chi ritiene quella della povertà come una condizione subita e chi invece la considera una colpa. La povertà, ovvero la mancata disponibilità di mezzi sufficienti alla sussistenza – definizione dell’Istat – è infatti il risultato di una esclusione non volontaria e spesso duratura dal mercato del lavoro. Sostenere che questa sia «ricercata» è ovviamente insensato, anche quando questa potrebbe essere sostenuta dalla ricezione di un sussidio. Perché non guarda a come quella condizione si genera.

La povertà in Italia esiste e riguarda una fascia di popolazione non esigua. Se prima della pandemia quella che l’Istat chiama povertà assoluta riguardava già 4,6 milioni di persone, nel 2020 ha interessato ben 5,6 milioni di cittadini. Che sarebbero stati anche di più, secondo uno studio della Caritas, se non vi fosse stato il RdC (ma su 100 indigenti, solo 44 ricevono il sussidio). Il fatto è che per avere il RdC è richiesta una residenza di almeno dieci anni – tagliando fuori un buon numero di immigrati – e un reddito (e patrimonio) la cui soglia è unica a livello nazionale. Essendo però il costo della vita superiore al Nord, il tasso di copertura del 44% è pari al 95% al Sud e scende al 37% al Nord, escludendo così molti dei poveri che risiedono nel Settentrione (dove si trova anche la maggior parte degli immigrati).

Secondo i più recenti dati Inps, sono stati più di 1,6 milioni di nuclei familiari a ricevere almeno una mensilità del RdC nel periodo giugno-luglio 2021 (per un totale 3,7 milioni di persone interessate), per un importo medio di 579 euro e con percentuali molto diverse nelle varie regioni sul totale degli abitanti (dall’1,2% del Trentino A.A. al 15% della Campania). Il costo medio mensile per le casse statali è sui 750 milioni di euro. Come fa notare l’INPS, peraltro, la correlazione tra la percentuale di percettori di RdC e il tasso di povertà regionale stimato dall’Istat è molto alta, il che fa ritenere che il RdC riesca in parte ad indirizzarsi alle persone «giuste».

Tuttavia, il RdC era stato pensato non solo come uno «strumento di civiltà» – è rimarchevole come l’Italia sia buona ultima in Europa nelle misure di supporto agli indigenti – e di sostegno al reddito dei cittadini nella fase transitoria fra un impiego e l’altro o nell’inserimento lavorativo. Tuttavia, molte delle persone in condizione di povertà non sono inseribili, necessitano di percorsi di inclusione sociale (le madri sole, i disabili e i minori a carico), tanto che appena un sesto dei percettori, in passato, ha trovato un’occupazione.

Il fatto è che il nostro mercato del lavoro non solo è «segmentato» per settori e qualifiche, ma soprattutto sul versante delle basse remunerazioni e delle basse qualifiche è particolarmente «respingente» (contratti precari, a tempo determinato e parziale, in occupazioni con alto turn-over, salari infimi). In più, l’economia non attrae occupazione, come confermano Istat e Eurostat. L’Italia ha un tasso di disoccupazione (9.3%) secondo solo a Grecia e Spagna, la disoccupazione giovanile è al 27.7%, il tasso di inattività è del 35.5% (molto più alto che in Europa). E sono le donne con figli a pagare il prezzo più alto: mentre in Europa nel 2020 il 72.2% di esse aveva un lavoro, in Italia erano solo il 57.3%, meno anche di Grecia e Spagna. Tra l’altro, gli andamenti dei prezzi delle materie prime e dei mercati della logistica e delle catene delle forniture sono stati finora assorbiti dalle nostre imprese frenando la domanda di lavoro, con un ulteriore aggravamento delle previsioni occupazionali.

L’Italia, nell’ambito del Pnrr, si è impegnata ad adeguare le misure per l’occupazione agli standard europei e a renderle uniformi sul territorio ma il processo non è ancora partito. Il sostegno all’occupazione (Ease) della UE indirizza tutti gli stati membri a garantire, tra le altre cose, un maggiore sostegno alle transizioni occupazionali. Ma le nostre politiche attive del lavoro stentano.

L’aver legato le misure di sostegno alla povertà a queste politiche complica ulteriormente il quadro mentre sarebbe più ragionevole farle marciare su binari diversi. Si aiutino le persone in condizioni di povertà con un reddito minimo e si migliorino le condizioni del mercato del lavoro. Perché non siano sempre gli ultimi della scala sociale a portare il peso della «congiuntura», accusandoli di «preferire il divano» alla ricerca di un impiego che non sia solo di sfruttamento e di sopravvivenza. Il nostro tessuto sociale è come un vecchio drappo logoro: si operi per ricomporlo, emendandolo, invece di lacerarlo ancora accusando i poveri della loro colpa.

* Fonte: Pier Giorgio Ardeni, il manifesto



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