Roma, un presidio della democrazia che chiama i lavoratori al conflitto

Roma, un presidio della democrazia che chiama i lavoratori al conflitto

In piazza sabato la «stessa consapevolezza del 2002 al Circo Massimo», ricordava Cofferati. Dopo l’assalto fascista alla Cgil, «Mai più» ora vuol dire protagonismo della classe operaia

Una grande, combattiva e solare manifestazione di volontà ha ieri presidiato Roma perché mai più tornino gli spettri del fascismo. Promossa da Cgil, Cisl e Uil – che non hanno ascoltato le sirene del «silenzio elettorale» -, è stata la prima risposta di massa alla grave aggressione squadrista fascista che si è consumata il 9 ottobre – una data da non dimenticare – che ha attaccato e devastato la sede nazionale della Cgil, il più grande sindacato della storia italiana. Nella piazza era evidente il forte legame di solidarietà e insieme un nuovo protagonismo, non solo d’appartenenza, perché stavolta il vulnus è stato a tutta la democrazia italiana e alla Costituzione nata dalla Resistenza antifascista.

Una «manifestazione di tutti» e «per estendere la democrazia» ha detto un elegante Landini per la prima volta in vita sua con una cravatta, rigorosamente rossa. Ora unitariamente, i sindacati aspettano Draghi alla prova dell’antifascismo: il governo deve mettere fuorilegge le formazioni squadriste come Forza Nuova.
Ma la convinzione, sospesa e diffusa, che abbiamo raccolto è che la difesa a questo punto non basta e che sarebbe ora di uscire dall’assedio e dalla condizione di divisione che la classe operaia tutta, nella sua nuova e vecchia composizione, vive ora. Perché il corpo sociale dei lavoratori esce dalla pandemia – ma ne siamo davvero fuori? – più colpito e frantumato di prima.

Mentre il fronte padronale, compatto dietro la Confindustria, è attivo nella ricomposizione delle condizioni di sfruttamento eguali e superiori al periodo precedente.

DIMENTICO che i nodi della sicurezza per il Covid sul posto di lavoro sono stati sollevati nei mesi più bui della pandemia a inizio 2020 con una stagione di scioperi al nord dagli stessi lavoratori che, anche nel periodo più duro della diffusione del contagio, sono andati a lavorare in milioni mentre venivano disattese dai padroni le più elementari norme di distanziamento, tutto subordinando alla logica del profitto, al «verbo» della crescita e alla gestione tutta padronale delle novità del lavoro digitalizzato a distanza. Una Confindustria «militante» che rilancia e ottiene lo scellerato sblocco dei licenziamenti. Deve tornare la stessa normalità, quella capitalistica e l’unica misura dell’umanità, il Pil – mentre navighiamo al ritmo criminale di 4 morti al giorno sul lavoro. A proposito di navigare: come non chiamare fascismo la cacciata razzista dei migranti da destinare alle fosse comuni del Mediterraneo?

È UNA CLASSE OPERAIA nell’angolo, divisa in mille rivoli ma «con la stessa consapevolezza del 2002 al Circo Massimo», ricordava Cofferati al manifesto. Il messaggio è partito. «Mai più» deve voler dire ora protagonismo dei lavoratori: solo il conflitto garantisce la democrazia e la cosiddetta «ripresa economica»: sulla sanità pubblica, dove torna l’arrembaggio; sull’uso delle nuove tecnologie; sulla finalità del lavoro stesso per una produzione che risponda non più solo al mercato ma a bisogni collettivi azzerati anche dalla pandemia; sulla garanzia di un salario di base che entri come istituto nel welfare – non abolizione del reddito di cittadinanza ma sua estensione e miglioramento di fronte alla nuova miseria e alle diseguaglianze che avanzano; sulla scuola abbandonata a se stessa; sulla nuova fiscalità che per essere eguale deve essere patrimoniale; sull’ambiente ai limiti della sopravvivenza del pianeta, che vede una litania di vertici internazionali sempre eguali e proteste dei verdi, ma che pretenderebbe la scesa in campo dell’unico soggetto che, riproducendo ogni giorno la vita materiale e pagando sulla propria pelle la distruzione ambientale che inizia dai luoghi di lavoro, deve cominciare a dire No, a partire dalla cosiddetta «transizione ecologica» governativa che riconsegna l’apparato produttivo agli stessi devastatori – mentre Draghi annuncia addirittura un «riarmo» del Paese.

CHE FINE HANNO FATTO le rappresentanze dirette dei lavoratori per il controllo dell’erogazione di lavoro in fabbrica e degli investimenti mastodontici di denaro in arrivo nell’apparato produttivo con Pnrr e bilancio governativo?

MA L’IDEA CHE FA CAPOLINO da più parti, utile agli equilibrismi dell’onnivoro governo di tutti, è quella di un «patto sociale» amministrato dall’avvento di un presunto governo tecnico. Eppure Draghi non è un governo tecnico, è l’ingegnere che, approfittando dell’oggettivo dirigismo sanitario da pandemia – che amministra a volte giustamente come necessario a volte come puro esercizio di autorità -, lavora a ripristinare l’intero sistema, appoggiato dalle standing ovation confindustriali, vale a dire di chi ha il comando sul lavoro e il potere finanziario.

E NON BASTA CERTO che Draghi sia corso da Landini a portare la sua solidarietà tra le macerie interne della sede sindacale, preoccupato che non gli sfugga un interlocutore ancora decisivo. La centralità anomala di questo governo, la verticalizzazione del potere che rappresenta, con un parlamento ridotto a feticcio – in una Europa sempre più debole – , rischia di portare la crisi italiana in un’altra direzione: alla corporativizzazione della società. E allora sì che possono materializzarsi i paragoni con gli anni Venti del secolo passato. Con le immagini della sede Cgil distrutta che hanno richiamato a tutti quelle delle Camere del lavoro incendiate dai manipoli di Mussolini. Ma attenzione, la storia non si ripete mai nello stesso modo, se la prima volta è tragedia la seconda è farsa, ricordava Marx. Se non vogliamo che quei fantasmi «mai più» si ripresentino, è un vasto movimento di lotte e di iniziativa dei lavoratori che va costruito, capace di richiamare a sé, ad unità sociale e politica, la protesta diffusa e la rabbia che ovunque si manifesta in modalità ormai troppo spesso pericolosamente irrazionali.

* Fonte: Tommaso Di Francesco, il manifesto



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