«Curare tutti, vaccinati o meno: è la forza del nostro servizio sanitario»

«Curare tutti, vaccinati o meno: è la forza del nostro servizio sanitario»

Intervista. Alberto Giannini, rianimatore agli Spedali Civili di Brescia

 

L’ondata pandemica che torna a riempire le terapie intensive riduce le possibilità di cura per tutti. Chi rifiuta il vaccino non deve limitare l’assistenza sanitaria per gli altri, sostengono alcuni. L’ultimo è stato Pierluigi Bersani a La7: «Se non ci fosse più posto, un vaccinato ha la priorità su un non vaccinato». Per rispondere a questi interrogativi, nella Società italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva (Siaarti) è attivo un comitato etico presieduto da Alberto Giannini, rianimatore agli Spedali Civili di Brescia.

Dottor Giannini, è giusto curare i No Vax quando mancano le risorse?

La pandemia ci pone in modo nuovo problemi che abbiamo già affrontato. L’etica clinica nacque negli anni ‘50, quando i nuovi sistemi di dialisi non bastavano per tutti. Sul tema specifico dei non vaccinati non c’è stata ancora una riflessione condivisa tra gli intensivisti. La mia posizione è che, nei limiti del possibile, dobbiamo offrire cure a tutti. Il nostro servizio sanitario di tipo universalista è un bene preziosissimo per la comunità, di cui spesso non avvertiamo l’importanza. In altri luoghi non c’è, o se c’è è a pagamento, facendo lievitare i costi della spesa sanitaria. Dobbiamo però sottolineare con chiarezza e responsabilità che i gesti del singolo ricadono sulla comunità. In Lombardia, nelle terapie intensive per pazienti Covid, il 75-80% dei pazienti non è vaccinato. Per far fronte alla pandemia stiamo limitando l’attività chirurgica ordinaria, gli screening e il follow up oncologico, sottraendo cure a chi ne ha bisogno. Avremo un aumento di mortalità per alcune patologie.

Eppure, in condizioni estreme può succedere di dover scegliere.

Credo che debba prevalere il criterio di efficacia clinica: se è impossibile curare tutti, va data la precedenza a chi ha maggiori e reali possibilità di beneficiare di una terapia. Anche perché una mancata vaccinazione non corrisponde necessariamente a un’opposizione ideologica. Ci sono molte ragioni di contesto che possono portare a non vaccinarsi: l’influenza di un contesto familiare, ad esempio. Altrove si fanno ragionamenti diversi.

Dove, per esempio?

In Canada si sta discutendo se tassare chi non si vaccina cosicché il paziente partecipi alla spesa sanitaria. In Australia, i genitori hanno il diritto di non vaccinare i figli, ma devono stipulare un’assicurazione sanitaria, per garantire le spese se i bambini sviluppano la malattia.

Le terapie sono di nuovo piene come nel 2020?

I numeri di oggi sono importanti, ma sono diversi. In Lombardia oggi i ricoverati sono 257, nella prima ondata erano mille. La campagna vaccinale funziona: in terapia intensiva, dove il tasso di mortalità è del 35-40%, arrivano meno anziani. Ma anche qui la vaccinazione fa la differenza. I pazienti non vaccinati sono mediamente più giovani e sani, ma hanno una degenza più prolungata e una mortalità più elevata. Quelli vaccinati hanno età elevata, maggiore comorbilità ma una mortalità inferiore.

La Siaarti ha dovuto scrivere un nuovo documento per affrontare il tema dei negazionisti nei reparti.

Il medico è da sempre una figura di protezione e tutela. Ora invece medici e infermieri sperimentano ostilità e diffidenza. Sono fenomeni inediti. Il rifiuto di cure appropriate e utili finora riguardava casi sporadici. Per esempio, il no alle trasfusioni dei testimoni di Geova. O il rifiuto di cure percepite come eccessivamente gravose, che invece è una scelta piena di senso. Ma l’opposizione irrazionale alle terapie è uno scenario nuovo, che aumenta la sofferenza di medici e infermieri già stremati da due anni di pandemia e che devono compiere azioni contrarie alle loro convinzioni profonde.

Cosa si fa di fronte al rifiuto?

Dobbiamo avere una «ragionevole insistenza». Occorre dare informazione chiara, veritiera e soprattutto tempestiva. Il processo decisionale non è un evento puntuale: si sviluppa nel tempo, in un lasso di ore o talvolta di giorni. E non ricade solo sul rianimatore, magari convocato di notte per un nuovo paziente mai visto prima. C’è un tempo di cura pre ospedaliero, in cui i medici di base hanno un ruolo altrettanto importante di quello del rianimatore. E ci sono gli altri reparti. La relazione con il paziente va costruita, l’opposizione ideologica deve essere conosciuta e dibattuta per tempo. Certo una volontà consapevole va accettata: non si può imporre un trattamento sanitario a nessuno e lo ritengo una conquista. Ma di fronte a un rifiuto non dobbiamo abbandonare le persone. Anche se spesso significa affrontare la morte, occorre rimodulare le cure in chiave palliativa. E continuare ad averne cura senza giudicarle.

* Fonte: Andrea Capocci, il manifesto



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