Pandemia. Programma Covax: un prevedibile fallimento

Pandemia. Programma Covax: un prevedibile fallimento

Ha consegnato metà dei vaccini previsti. Senza brevetti si sarebbe potuta avviare una produzione locale a basso costo, aumentando la disponibilità per tutti

 

La diffusione della variante Omicron ha dimostrato al mondo l’importanza di allargare le vaccinazioni ai paesi a basso reddito. Per riequilibrare le disuguaglianze vaccinali, l’Oms e le organizzazioni umanitarie Gavi e Cepi avevano lanciato sin dal 2020 il programma Covax.

COVAX RACCOGLIE finanziamenti da paesi ricchi e poveri e li usa per comprare dosi e redistribuirle in modo equo, alla maniera dei «gruppi di acquisto solidali» di quartiere. L’idea è stata fortemente caldeggiata dalla fondazione di Bill e Melinda Gates, assai influente nell’ambito della sanità globale e nella stessa Oms. L’obiettivo dichiarato – consegnare a paesi a basso reddito due miliardi di dosi di vaccino entro il 2021 – è stato però clamorosamente mancato.

Ad oggi le dosi consegnate sono circa 900 milioni, meno della metà del previsto. In gran parte dei paesi poveri, la percentuale dei vaccinati rimane ancora molto bassa: meno del 10% della popolazione africana ha ricevuto due dosi di vaccino.

Quello di Covax è forse il fallimento più cocente della cooperazione internazionale in tempi di pandemia. «Non parlerei di fallimento» dissente Nicola Magrini, direttore dell’Agenzia Italiana per il Farmaco. Magrini è stato a lungo responsabile della lista dei farmaci essenziali dell’Oms e conosce bene l’agenzia e i suoi problemi. «Covax ha raccolto notevoli finanziamenti. E avrebbe dovuto disporre di molte più dosi» spiega. «Le aziende farmaceutiche non sono state molto puntuali con le consegne. Anche all’Italia mancano parecchie dosi». In effetti, contrariamente al luogo comune, il problema di Covax non è la disponibilità economica. Sulla carta le dosi acquistate o donate a Covax sono oltre 3 miliardi, cui si aggiungono 2,1 miliardi di dosi «opzionate». In tutto, fanno 5,5 miliardi di dosi, sei volte più di quanto ricevuto.

NEMMENO LA CAPACITÀ produttiva di vaccini a livello mondiale, di per sé, rappresenta un ostacolo alla vaccinazione dell’Africa. Certo, senza brevetti si sarebbe potuta avviare una produzione locale a basso costo, aumentando la disponibilità per tutti. Ma le dosi prodotte a fine 2021 sono circa 12 miliardi, secondo i dati Covax. Le previsioni parlano di 41 miliardi di dosi prodotte nel 2022, e 43 nel 2023.

QUANDO DOMANDA E OFFERTA non si incontrano, pur avendo i mezzi per farlo, gli economisti parlano di «fallimento del mercato» a causa di monopoli e altre distorsioni del libero commercio. E quello dei vaccini è tutt’altro che libero, condizionato com’è da brevetti, interessi nazionali e autorizzazioni regolatorie.
Se Covax non ha ricevuto tutte le dosi prenotate in gran parte è colpa del divieto di esportazione dei vaccini decretato dall’India per far fronte all’ondata della variante Delta nella scorsa primavera.

Il Serum Institute of India, che produce il vaccino AstraZeneca su licenza, avrebbe dovuto fornire a Covax circa 500 milioni di dosi acquistate e opzionate. A dicembre, quando il governo indiano ha eliminato il blocco, ne risultavano consegnate solo 30 milioni.

L’ALTRO «BUCO» nelle consegne si chiama Novavax. L’azienda doveva fornire 1,1 miliardi di dosi a Covax. Tuttavia, garantire gli standard di qualità occidentali nella produzione su larga scala del vaccino si è rivelato più difficile del previsto. Questo ha rallentato le procedure di autorizzazione degli impianti. Perciò Covax, come tutti gli altri stati, aspetta ancora le prime consegne. Anche le consegne dei 650 milioni di dosi prenotate dalla Moderna, un altro fornitore di Covax, sono sostanzialmente ferme. Oltre ai ritardi nelle consegne dei fornitori, Covax non ha potuto contare nemmeno sulle dosi promesse dai governi sotto forma di donazione. Per esempio, secondo i dati di fine novembre, dei 308 milioni di dosi che l’Ue aveva annunciato di regalare a Covax meno di 60 erano arrivati ai paesi destinatari.

Per l’Italia, il data scientist Vittorio Nicoletta dell’università di Laval (Canada) ha censito 33 milioni di dosi consegnate finora, sui circa 55 milioni «assegnati» dal nostro governo. Meglio, ma sono numeri ancora lontani da quelli annunciati.

PER DI PIÙ, MOLTE DELLE DOSI consegnate ai paesi a basso reddito non sono state somministrate e in qualche caso sono state rispedite al mittente. Solo il 56% delle dosi fornite ai paesi africani è stato effettivamente utilizzato. Più che i movimenti no vax, secondo Saad Omer, direttore dell’Istituto per la salute globale dell’università di Yale (Usa), ha contato la difficoltà di organizzare campagne vaccinali con dosi che arrivano a singhiozzo e senza programmazione. «Un paese a basso reddito non si può permettere di mettere in piedi un sistema di distribuzione e lasciarlo inattivo, non sapendo né la quantità né la tipologia dei vaccini che riceverà».

La tara del programma Covax risiede proprio nella scelta originale di affidarsi al mercato, invece di puntare a riequilibrare le disuguaglianze strutturali tra ricchi e poveri. L’Oms e i suoi «filantrocapitalisti» hanno creato un soggetto dotato del potere contrattuale necessario per partecipare alla spartizione dei vaccini. Ma a quel tavolo il controllo delle frontiere nazionali, cioè delle esportazioni, delle autorizzazioni regolatorie e dei brevetti, ha contato più del denaro da spendere.
Poteva funzionare se al meccanismo Covax avessero aderito tutti i paesi, anche quelli ricchi, accettando di condividere i vaccini disponibili su base di equità: ma non lo ha fatto praticamente nessuno. Alla fine, con tanti soldi ma senza un territorio, Covax si è rivelato un gigante di argilla.

* Fonte: Andrea Capocci, il manifesto

 

ph by Ministerio de Salud Argentina, CC BY 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/4.0>, via Wikimedia Commons



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