Con le Zone economiche speciali in Venezuela tramonta il chavismo

Con le Zone economiche speciali in Venezuela tramonta il chavismo

Maduro promulga la legge. Isole neoliberiste di estrazione e appropriazione delle risorse nazionali

 

Sono la quintessenza del capitalismo neoliberista, il paradiso degli investitori stranieri, eppure le Zone economiche speciali (Zee) sono diventate realtà anche in Venezuela: l’ultimo colpo inferto al sogno di Chávez di un socialismo del XXI secolo.

Promulgando mercoledì la legge sulle Zee, il presidente Nicolás Maduro non ha nascosto il suo entusiasmo, parlando di «un nuovo e speciale impulso al processo di sviluppo della nuova economia venezuelana», nel rispetto, a suo dire, dello sviluppo umano e della giustizia sociale.

E CON QUESTO annuncio dell’apertura di «una nuova tappa economica» destinata a superare «la dipendenza dal petrolio» e a rafforzare la fiducia degli investitori di ogni parte del mondo, Maduro ha ordinato la creazione delle prime cinque zone economiche speciali: Paraguana, nello stato di Falcón; Puerto Cabello-Morón, a Carabobo; lo stato di La Guaira; Margarita, in Nueva Esparta e, infine, l’isola La Tortuga, nella regione caraibica, quest’ultima presentata, «senza esagerazione», come «il progetto turistico più grande e importante dei Caraibi e del mondo», nonché un modello di «turismo pulito e felice».

CINQUE AREE geografiche strategiche (a cui potranno aggiungersene altre) che saranno rette da «condizioni economiche speciali» per gli investitori, a cominciare da incentivi fiscali e facilitazioni doganali, sotto la direzione e la supervisione della neonata Sovrintendenza delle Zee. E che vedranno interessati settori economici come quello agricolo, industriale, aeronautico, energetico, finanziario e tecnologico.

Era da un anno che la legge era in discussione in parlamento, attirandosi le critiche di molti settori anche all’interno del chavismo, ai cui occhi neppure la necessità di una riattivazione dell’apparato produttivo poteva giustificare la creazione di enclave estrattiviste sottratte al controllo dello stato. Perché, per quanto il governo si affannasse a garantire che la legge non avrebbe pregiudicato i diritti dei lavoratori né danneggiato gli ecosistemi del paese, i critici evidenziavano come le Zone economiche speciali, eliminando per definizione qualunque ostacolo al rapido sviluppo del capitale – che siano imposte, dazi, misure di protezione del lavoro, restrizioni in materia ambientale – avrebbero comunque comportato, nelle parole del sociologo Emiliano Terán Mantovani, «nuovi e drastici» processi di «estrazione e appropriazione di risorse in tutta la geografia nazionale».

Le critiche, tuttavia, non sono bastate a impedire all’Assemblea nazionale, lo scorso 30 giugno, di approvare la legge quasi all’unanimità, con la sola astensione del deputato del Pcv (il Partido Comunista del Venezuela) Oscar Figuera, il cui intervento, tuttavia, come ha sottolineato Tribuna popular, l’organo informativo del Pcv, non è stato trasmesso neppure dal canale televisivo del parlamento. Ed è così che si sono perse le sue parole di denuncia sulla «nuova minaccia alla sovranità nazionale» rappresentata dalla creazione di «aree sotto il controllo del grande capitale transnazionale», esposte alla «flessibilizzazione e deregolamentazione dei rapporti di lavoro».

ANCHE L’OPPOSIZIONE ha votato a favore della legge, salutando con «gioia», come ha fatto il deputato di Acción Democrática Luis Eduardo Martínez, un provvedimento «fondamentale per la riattivazione economica del Venezuela» e destinato a «potenziare l’investimento nazionale e straniero».

E a dare il via libera è stato, il 6 luglio, anche il Tribunale supremo di giustizia, ammettendo la costituzionalità di una legge che segna il definitivo smantellamento del modello chavista.

* Fonte/autore: Claudia Fanti, il manifesto



Related Articles

Fmi e Tesoro Usa all’attacco “La Germania investe poco così frena lo sviluppo di tutti”

Il Fondo monetario difende le politiche monetarie della Bce dalle critiche dei falchi

La bufala dei posti fissi, mentre l’Italia resta precaria

I tempi indeterminati attivati nei primi due mesi dell’anno, i famosi 79 mila propagandanti dal governo, rappresentano solo il 22% del totale: il 78% è fatto di contratti a tempo, spesso abusivi

Siamo un Paese che rinuncia al futuro

La crisi economica internazionale ha colpito tutti i Paesi a capitalismo avanzato. A partire dal 2008 tutti i principali indicatori economici europei, Pil, occupazione, investimenti, produzione industriale, hanno il segno meno davanti ad ogni indicatore da almeno 4 anni, ma l’Italia ha manifestato una caduta di reddito, occupazione, produzione e investimenti molto peggiore della media dei Paesi europei.

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment