Lula vola negli USA: «Sulla guerra il mio Brasile non ci sta»

Lula vola negli USA: «Sulla guerra il mio Brasile non ci sta»

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Il comunicato congiunto accenna alla condanna, da parte di entrambi i paesi, dell’invasione da parte della Russia, ma tace sulle profonde divergenze tra i due governi

 

Se con la sua visita alla Casa Bianca Lula mirava a rilanciare le relazioni con gli Stati uniti, l’obiettivo può dirsi sicuramente raggiunto. A partire dall’insediamento di Biden, i rapporti tra le due potenze si erano un bel po’ «sfilacciati» rispetto all’allineamento automatico a Trump praticato da Bolsonaro. L’ex presidente, ha detto Lula a Biden, «si è autoemarginato per quattro anni» dalle relazioni internazionali: «il suo mondo iniziava e finiva con le fake news, a colazione, pranzo e cena». E Biden, di rimando: «Suona familiare».

Sulla difesa delle istituzioni democratiche dagli «estremismi» e dalla «violenza politica», i due presidenti, costretti entrambi ad affrontare atti golpisti – l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 e quello alle sedi dei Tre Poteri dell’8 gennaio scorso -, si sono così trovati perfettamente d’accordo. E altrettanto hanno concordato, stando al comunicato congiunto diffuso dopo l’incontro, su promozione dei diritti umani, lotta al razzismo, cooperazione bilaterale nelle aree del commercio e degli investimenti, riforma del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Molto diverso, invece, il tema spinoso ma ineludibile della guerra in Ucraina. Il comunicato congiunto accenna alla condanna, da parte di entrambi i paesi, dell’invasione da parte della Russia, ma tace sulle profonde divergenze tra i due governi. «Non credo che Biden mi inviterà a partecipare allo sforzo di guerra contro Putin, perché il Brasile non lo farà», aveva già messo in chiaro Lula, deciso a conservare buoni rapporti con la Russia e con la Cina, il principale socio commerciale del paese a cui il presidente farà visita tra marzo e aprile.

Al contrario, Lula ha proposto la mediazione di un gruppo di paesi che si sono mantenuti terzi, come il Brasile ma anche la Cina, l’Indonesia, la Turchia o il Messico, perché, come aveva evidenziato prima dell’incontro con Biden, «oggi non c’è nessuno che stia discutendo di pace» e a portare avanti i negoziati possono essere solo paesi non coinvolti nel conflitto «né direttamente né indirettamente». È un Lula super-presidenziale, quello che Joe Biden ha incontrato, in grado di influenzare le posizioni di un continente e di mettersi alla testa di quelle non allineate con Washington. Ha firmato appelli con i presidenti di Colombia e Argentina per la ricerca di una via diplomatica, ha votato contro l’invasione russa all’Onu ma ha criticato le sanzioni a Mosca, criticava l’espansione della Nato già quando era candidato, e da presidente ha messo il veto alla fornitura di munizioni per quei carri armati che Germania e Stati uniti alla fine hanno deciso di inviare in Ucraina. Insomma, l’opposto della linea statunitense: mettere fine alla guerra, non cercare a ogni costo di farla e di vincerla.

Prima di andare alla Casa Bianca ha incontrato anche il leader della sinistra democratica americana Bernie Sanders, la parlamentare progressista Alexandria Ocasio Cortez e il suo gruppo di deputati di sinistra, i leader del sindacato Afl-Cio. Ambiente e diritti i temi trattati, ma è stato soprattutto l’incontro tra esponenti della sinistra continentale americana meno allineata alle posizioni ufficiali.

Ucraina a parte, con Biden, accordo pieno sulla lotta «urgente» e «prioritaria» alla crisi climatica – perlomeno sulla carta – e della preservazione della foresta amazzonica, con l’impegno degli Usa a versare il loro primo contributo al Fondo Amazzonia creato nel 2008 e finanziato principalmente da Norvegia e Germania. C’erano in realtà molte aspettative sull’importo della donazione da parte statunitense, ma sono andate almeno in parte deluse: l’amministrazione Biden ha promesso di contribuire con appena 50 milioni di dollari (un’inezia rispetto ai 20 miliardi di dollari di cui aveva parlato in campagna elettorale).

Eppure non si può certo dire che il governo Lula non stia facendo la sua parte: la deforestazione, a gennaio, si è ridotta del 61% rispetto allo stesso mese del 2022 ed è già partito con il piede giusto un piano di operazioni diretto a liberare la riserva Yanomami dalla presenza dei garimpeiros, i minatori illegali, con il supporto delle forze armate. A Washington il presidente ha anche spiegato di non voler trasformare l’Amazzonia in «un santuario dell’umanità» ma di farne, nel rispetto della sovranità brasiliana, un centro di ricerca condiviso con il resto del mondo.

* Fonte/autore: Claudia Fanti, il manifesto



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