Migranti. Madre e figlia morte di sete nel deserto in Tunisia

Migranti. Madre e figlia morte di sete nel deserto in Tunisia

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 I corpi trovati vicino al confine con la Libia. Centinaia di migranti abbandonati senza acqua

 

Due donne. Una madre e probabilmente la figlia adolescente abbandonate a morire nel deserto al confine tra Tunisia e Libia. A trovare i due corpi, uno affianco all’altro, la faccia immersa nella sabbia è stato nei giorni scorsi un giornalista libico e l’immagine documenta meglio di qualunque altra cosa il dramma che da settimane vivono in Tunisia i migranti subsahariani, prima vittime di una assurda caccia al nero e poi deportati dalla polizia del presidente Kais Saied fino alla frontiera con la Libia dove a centinaia sono stati abbandonati senza cibo, acqua né assistenza.

Come nel 2015 l’immagine del corpicino senza vita di Alan Kurdi sulla spiaggia di Bodrum costrinse il mondo ad aprire gli occhi sulla disperazione dei migranti che cercavano salvezza in Europa attraversando l’Egeo, adesso è l’immagine di queste due donne a rivelare, per chi vuole vedere e sentire, la tragedia dei subsahariani deportati nel deserto africano. «Siamo bloccati. Non possiamo andare avanti né indietro. Abbiamo bisogno di aiuto, non abbiamo cibo né acqua», è l’invocazione che si sente nei tanti video che è possibile vedere in rete. Parole che trasudano la disperazione di chi si sente in trappola, bruciato dal sole e consapevole di non avere via d’uscita. Come la mamma e la sua bambina. «Che vergogna in Tunisia, questa donna e la figlia sono morte nel deserto, senza acqua né cibo» commentava ieri la ong Refugees en Tunisie che ha pubblicato la fotografia. Mentre la Mezzaluna rossa libica ha lanciato un appello per aiutare i disperati bloccati al confine.

Il paradosso è che Libia e Tunisia sono entrambi Paesi che l’Unione europea e l’Italia sostengono con finanziamenti e mezzi perché arrestino le partenze dei migranti verso le nostre coste. Domenica scorsa la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, insieme alla premier italiana Giorgia Meloni e al primo ministro olandese Mark Rutte hanno firmato nel palazzo presidenziale di Cartagine un Memorandum con il presidente Saied presentato come un «modello» da replicare in altri paesi e il cui punto più importante riguarda proprio l’impegno richiesto alla Tunisia nel bloccare i barconi. In cambio la Tunisia riceverà dall’Unione europea 105 milioni di euro per la gestione delle frontiere più altri 150 milioni per il bilancio del paese nordafricano. Lo stesso Saied che in un discorso ha farneticato a proposito del pericolo di «sostituzione etnica» da parte dei subsahariani e che niente ha fatto per fermare le violenze dei giorni scorsi. Saied che domani sarà a Roma per la conferenza internazionale sull’immigrazione voluta da Meloni e alla quale parteciperanno, tra gli altri, anche il premier libico Dbeibeh e il primo ministro egiziano Madbouly.

Tutti leader di paesi che non si fanno scrupolo di calpestare i diritti umani e con i quali Roma e Bruxelles non sembrano avere problemi a trattare. Una conferenza, spiegava ancora ieri palazzo Chigi, che tra le altre cose vorrebbe «affrontare le cause profonde dei flussi irregolari per sconfiggere l’attività criminale dei trafficanti di esseri umani». Forse un’occhiata a quanto accade nelle stesse ore sull’altra sponda del Mediterraneo aiuterebbe i leader europei ed africani e a gestire in maniera migliore l’immigrazione.

Un appello a ripensarci e fermare il patto siglato con il presidente Saied è arrivato da numerose associazioni umanitarie. «Con il controverso patto concluso dal Team Europa con il leader autocratico della Tunisia – è scritto in una nota di Human Right Watch – gli sforzi dell’Ue per fermare gli arrivi dei migranti a qualsiasi costo hanno toccato il fondo». Hrw ricorda anche come «purtroppo i diritti umani sono menzionati nell’accordo solo in termini generici, mentre non c’è alcun riconoscimento dei gravi abusi da parte delle autorità tunisine nei confronti dei migranti africani né intenzione di occuparsene o di condizionare l’accordo a un miglioramento dei diritti umani».

Preoccupazione per possibili nuovi partenariati per la gestione dei migranti «con governi autoritari e non trasparenti, tra cui Egitto e Tunisia, e con la Libia, teatro di crimini contro l’umanità, è stata espressa infine anche da 27 ong in una lettera a Giorgia Meloni.

* Fonte/autore: Carlo Lania, il manifesto



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