Genocidio a Gaza. Il Sudafrica a L’Aja aspone le accuse e chiede «Cessate il fuoco»

Genocidio a Gaza. Il Sudafrica a L’Aja aspone le accuse e chiede «Cessate il fuoco»

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Il giorno dell’accusa di fronte all’organo di giustizia internazionale: «Perché è genocidio»

 

Si è aperto ieri, presso la Corte internazionale di giustizia dell’Aja, l’azione legale intentata dal Sudafrica contro lo stato di Israele. Alla corte non viene richiesto di stabilire se la condotta di Israele costituisca genocidio, ma se gli atti presentati configurino violazione della Convenzione delle Nazioni Unite sul genocidio, così come era stato per il caso Gambia contro Myanmar, giudicato dalla stessa corte nel 2022, portato come giurisprudenza. Se tali violazioni saranno confermate si impone l’intervento immediato.

L’ACCUSA APRE con una dichiarazione che elude qualsiasi dubbio sulle ragioni alla base di questa azione legale: «Il Sudafrica riconosce la continua Nakba del popolo palestinese attraverso la colonizzazione israeliana a partire dal 1948». La difesa del «diritto inalienabile e riconosciuto a livello internazionale all’autodeterminazione, e il diritto al ritorno» citato dall’ambasciatore presso i Paesi Bassi, Vusimuzi Madonsela, che apre e chiude le argomentazioni, lega la storia del Sudafrica a quella del popolo palestinese. Lo ricorda anche Ronald Lamola, ministro della Giustizia, citando Mandela.

L’iniziale dichiarazione ribadisce fortemente la non eccezionalità della situazione. Se è vero che dal 7 ottobre il grado di disumanità a cui il mondo assiste è tale da non rendere più possibile la dimenticanza da parte dell’opinione pubblica globale, il Sudafrica sostiene che gli atti genocidi e le omissioni da parte dello Stato di Israele «fanno inevitabilmente parte di un continuum» di atti illegali perpetrati contro il popolo palestinese dal 1948. 75 anni di apartheid, 56 anni di occupazione, 16 anni di assedio imposti alla Striscia di Gaza. Quello che sta succedendo – «la distruzione della vita palestinese inflitta deliberatamente» – è la goccia che fa traboccare un vaso saturo da tempo.

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OGNUNO DEI SEI LEGALI ha concentrato la proprie argomentazione su specifiche violazioni: Adila Hassim, rischio di atti di genocidio e vulnerabilità perpetua derivante; Tembeka Ncgukatoibi, presunto intento genocida; John Dugard, giurisdizione di merito; Blinne Ní Ghrálaigh, urgenza e potenziale danno irreparabile; Max du Plessis, diritti attualmente minacciati; Vaughan Lowe, misure provvisorie.

Si è parlato di uccisioni di massa, di fosse comuni, un numero «senza precedenti» di civili morti. Centinaia di famiglie multigenerazionali spazzate via, senza sopravvissuti. Fame, sete, danni fisici e mentali, l’ordine di per sé genocida di evacuazione di oltre 1 milione di persone – compresi bambini, anziani, feriti e infermi, interi ospedali – in 24 ore, senza alcuna assistenza. I bombardamenti sulle vie dichiarate «di fuga». Mezzo milione di palestinesi senza una casa in cui tornare e nessuna responsabilizzazione dello stato di Israele per la ricostruzione. Le umiliazioni dei prigionieri, il sadismo dei soldati israeliani. La negazione di ingresso agli aiuti umanitari. Il tutto argomentato con una significativa attenzione all’uso limitato di materiale audiovisivo, «nel rispetto della dignità del popolo palestinese».

NON SI È ASCOLTATO NULLA di nuovo rispetto alle terribili notizie diffuse dal 7 ottobre in poi. Semplicemente si sono organizzate, fattualmente, una serie di prove indicanti le gravi violenze e gli atti contro il popolo di Gaza, in flagrante violazione della Convenzione sul genocidio e in violazione dei loro diritti. Quello che si è voluto dimostrare è l’intenzione genocida dello stato di Israele espresso dai suoi leader politici e dai comandanti militari. Un intento esplicitato in referenze bibliche che configurano persecuzioni e fanatismo religioso; linguaggi del tipo «combattendo gli animali umani» che esprimono una disumanizzazione sistematica; apologia dell’odio attraverso la celebrazione di figure criminali (Ezra Yachin – un veterano del massacro di Deir Yassin contro i palestinesi nel 1948, per esempio).

«SIA IL POPOLO DEL SUDAFRICA che quello di Israele hanno una storia di sofferenza. È nei termini di questa Convenzione, dedicata alla salvezza dell’umanità, che il Sudafrica porta questa controversia davanti a questa Corte» dice Dugard. Gli fa eco Hassim: «È un caso che sottolinea l’essenza stessa della nostra comune umanità».

Quello che il governo di Pretoria ha fatto, non è stato nulla altro che «adempiere – come si legge nelle dichiarazioni finali – all’obbligo internazionale che grava sul Sudafrica e su tutti gli altri stati ai sensi dell’Articolo IX della Convenzione» di «intervenire mentre Israele non rispetta i suoi obblighi internazionali sotto i nostri occhi». L’iniziativa sudafricana richiede semplicemente l’ovvio: il cessate il fuoco, il rispetto degli obblighi derivanti dalla Convenzione e, di conseguenza, la fine del genocidio in corso. Oggi toccherà a Israele difendersi dalle accuse.

* Fonte/autore: Laura Burocco, il manifesto



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