Indagine conoscitiva sulla famigli. Audizione di Achille Passoni

Audizione Commissione XII Camera Deputati su indagine conoscitiva sull


ACHILLE PASSONI, Segretario confederale della CGIL

Le vicende legate al tema famiglia attraversano trasversalmente più settori della nostra vita: il

lavoro, le politiche sociali, le politiche fiscali, le politiche demografiche. E’ evidente che districarsi

all’interno di queste problematiche rischia di portare ad una dispersione; occorre pertanto effettuare

una scelta delle priorità che, peraltro, per un sindacato rappresenta il quotidiano, perché scegliere su

cosa intervenire è un nostro compito istituzionale, non potendo sommare tutto, e intendendo

soffermarmi, in questa sede, sulle politiche sociali.

Per quanto riguarda il lavoro, il problema precarietà ha immense proporzioni che incidono in modo

devastante sulle famiglie, trattenendo a casa i giovani disoccupati, sui giovani, non garantendo

stabilità, con il conseguente effetto di rendere insicura l’intera società, di scaricare sulla famiglia

tensioni molto forti, dal punto di vista non solo del reddito, ma anche dell’incertezza per il futuro.

Esiste quindi un insieme di politiche che vanno impiegate per recuperare il senso della flessibilità,

senza scambiarla per precarietà, confusione di concetti spesso verificatasi in questo paese. La

stabilità nel lavoro aiuta a creare un clima di sicurezza che può pervadere l’insieme della famiglia.

Ci sono poi le politiche fiscali. Anche qui, il piano è costituito da vari tasti: quando trattiamo di

fisco dobbiamo considerare da un lato il concetto di famiglia e dall’altro il concetto di persona, in

un mix che consenta equità ed equilibrio.

Attualmente non sappiamo ancora cosa comporterà la manovra di finanza pubblica di quest’anno.

Ci pare di capire che, sul versante fiscale, si possa rispondere alle esigenze che come sindacato

avevamo posto – ignoro in quale quantità, lo apprenderemo nelle prossime ore – relativamente alla

necessità di redistribuire la ricchezza verso il basso, in considerazione del fatto che tutte le

statistiche dimostrano come in questi anni sia avvenuta una gigantesca redistribuzione delle risorse

in senso inverso. Se venisse restituito il fiscal drag sottratto in questi anni al lavoro dipendente e alle

pensioni, non solo si fornirebbe una cifra superiore a quella stimata, ma si consentirebbe,

comunque, di riaprire un canale di distribuzione del reddito che si era interrotto, anzi invertito nel

passato. Ci pare di capire – ma lo verificheremo nei prossimi giorni – che nel disegno di legge

finanziaria siano contenuti interventi positivi per la famiglia a partire dalla realizzazione dell’idea,

esposta dall’onorevole Bindi in questa Commissione, di una dote per i figli quantificata in 2500

euro, che si otterrebbe dalla revisione degli assegni familiari e da una redistribuzione delle

prestazioni. Certo, il libro dei sogni di cui parlava l’onorevole Gardini, si misura necessariamente

con la realtà attuale dell’economia di questo paese. Forse, ci sarebbe bisogno di una

programmazione che uscisse dalla contingenza di una sola legge finanziaria. Forse, sarebbe giusto

che il Governo e il Parlamento cominciassero, su questi temi, a darsi uno scadenzario che superi

l’annualità, che dia al paese l’idea di un progetto di legislatura, che garantisca certezze sulle cose

che si fanno oggi, su quelle che si possono fare domani e su quelle che si rinviano a dopodomani.

L’idea generale di una equità nel paese, in questo modo, sarebbe di innovazione: perché c’é bisogno

non solo di equità ma anche di innovazione nelle politiche sociali. Oggi, le nostre priorità sono

quelle che ha citato prima il collega Betti: la lotta alla precarietà del lavoro, una redistribuzione del

reddito che garantisca le fasce più deboli, ed è stato anche qui richiamato come tutte le indagini

condotte evidenzino l’aumento degli indici di povertà, l’intervento a favore della non

autosufficienza. Le badanti in questi anni hanno salvato intere famiglie da una condizione disperata,

perché, in loro assenza, la famiglia sarebbe esposta ad un disastro, qualora in una situazione di

basso reddito subentrasse una non autosufficienza. Ovviamente, l’impiego di badanti è anche

correlato ai problemi di garanzia del lavoro, di trasparenza, di emersione dal lavoro nero: sulla non

autosufficienza la Commissione dovrebbe inserire anche questo aspetto, compresa la questione della

loro professionalità. Sarebbe, infatti, positivo che, trattando non autosufficienti, sia pur non da un

punto di vista sanitario, esistesse un livello di formazione professionale di base, in grado di

consentire alle badanti, nell’approccio alla persona che ha bisogno, migliori livelli di qualità di

intervento.

E’ poi un punto cruciale la lotta alla povertà. L’onorevole Burtone segnalava la stranezza del nostro

paese, in cui si avviano delle sperimentazioni, e poi si cancellano senza avere effettuato una

valutazione. L’aver cancellato il reddito minimo di inserimento senza aver tracciato una riga sulla

sperimentazione, per sostituirlo con un altro strumento (reddito di «ultima istanza»), che non ha

avuto esiti positivi, ha reso impossibile la realizzazione di quella soluzione alternativa al reddito

minimo di inserimento. Abbiamo chiesto al ministro Ferrero che si valuti la sperimentazione sul

reddito minimo di inserimento, facendo chiarezza sull’accaduto. In tal modo, si scoprirà che in un

comune come quello di Catania – non voglio usarlo ad esempio, perché so cosa è stato fatto lì – il

reddito minimo di inserimento ha messo in moto processi che hanno portato ad un buon lavoro

sull’inclusione, che non ha rappresentato puro assistenzialismo, cambiando anche la struttura

burocratica di quel comune.

Esiste, poi, il fondo per le politiche sociali. Non sappiamo cosa succederà nella legge finanziaria.

Abbiamo visto che con la «manovrina» di giugno sono stati reintrodotti 300 milioni rispetto al

taglio dell’anno precedente. Ne mancano ancora 200 per arrivare alla situazione del 2004, non so se

sarà possibile reperirli. Chiedo anche alla Commissione di aiutarci in questa partita del fondo per le

politiche sociali. La Commissione sta già svolgendo un lavoro importante sulla non autosufficienza,

ma auspichiamo che si possa intervenire anche su questo versante, perché senza politiche sociali

che aiutino davvero, che promuovano inclusione e socialità nelle famiglie, poiché rischiamo che un

mero trasferimento monetario verso i nuclei familiari crei una condizione di solitudine delle

famiglie stesse. Infatti in questi anni c’è stato un trasferimento monetario, sia pure esiguo, ma un

tale intervento rivolto ad un nucleo familiare privo di strumenti culturali significativi – penso alle

fasce basse – determina una condizione di assoluta solitudine. In altri termini, un mero

trasferimento monetario non risolve i problemi, perché le politiche sociali sono i servizi, le strutture,

le professionalità che siano di sostegno alle famiglie. Certo, è meglio di niente, ma è evidente che si

tratta di un’altra politica, che non si esclude ma che deve essere integrata: è necessario un mix delle

due cose, trasferimenti e politiche sociali. La priorità per noi è la costruzione di strutture sociali che

aiutino la famiglia nei momenti di povertà.

Infine, mi preme sottolineare la centralità dei LIVEAS perché, sulle politiche sociali, questo paese

ha bisogno di certezze, di diritti, che ancora mancano. Oggi, nella politica sociale, i diritti si

chiamano «assistenza» che questo o quel comune, di destra o di sinistra, decide di erogare secondo

criteri propri. Non esiste la certezza di quale diritto una famiglia o una persona in condizione di

disagio, di esclusione o di povertà possa avere. Questa, quindi, è una priorità per la garanzia dei

diritti individuali delle persone: esistono nella sanità, ma sinora non nelle politiche sociali, e

speriamo che nei prossimi cinque anni ci siano novità.

Come ho già accennato precedentemente, sulle politiche fiscali e di lotta all’esclusione e

all’evasione, occorre intervenire la rotta con grande vigore e attenzione: inasprendo alcune politiche

e disincentivandone altre. Non so se i 70 mila euro, di cui si legge sui giornali, costituiranno la

nuova soglia di riferimento, abbassata rispetto a quella attuale, su cui applicare l’aliquota massima;

e non so dire se questo incentiverà il lavoro nero: immagino che una fascia di alti professionisti

potrebbe essere indotta ad evitare di certificare la prestazione. Ma il punto può non essere questo,

perché il problema dell’emersione dal lavoro nero è ormai a livelli altissimi in rapporto al PIL. Sono

necessarie politiche che incentivino l’emersione: non serve solo la repressione. Certo, la repressione

serve, così come servono gli ispettori che sono pochi, ma occorre realizzare anche una politica di

incentivazione all’emersione. Su questo terreno abbiamo avanzato una proposta, con una

piattaforma CGIL,CISL e UIL, ed il Governo ha dimostrato sensibilità. Mi permetta però di dire che

le notizie apprese sui giornali sui tassi di evasione del lavoro autonomo, che arrivano a livelli

intollerabili e ingiustificabili, non entrano – a mio parere, ma posso anche sbagliare – in rapporto

con gli studi di settore, perché a studi di settori bassi corrisponde evasione alta. Comunque, forse, in

tale ambito, sarebbe necessaria qualche riflessione in più.

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