L’Etiopia di Zenawi, tra boom e bolla

Meles Zenawi ha governato per più di vent’anni con mano ferma ma senza dare troppo nell’occhio. Per molto tempo nella cornice alle spalle dei pubblici ufficiali etiopici non c’era il ritratto del “capo” ma l’obelisco di Axum. Il suo programma per far dimenticare il fallimento della rivoluzione militar-socialista del Derg era talmente ampio – democrazia e sviluppo – da rasentare l’utopia. Il bilancio, al momento della sua scomparsa, è un chiaroscuro che non permette ai suoi successori di godere di rendita. Molte scelte si sono rivelate sbagliate. CONTINUA|PAGINA16 La crescita, una success story fra le più strepitose nell’Africa del Duemila, poggia su basi fragili. Il parlamento, sfoggiato come prova della svolta rispetto alla dittatura, è un monocolore che dopo le elezioni del 2010 conta niente meno che un oppositore, un indipendente eletto a Addis Abeba, nel mare dei deputati del partito-ombrello dietro cui si nasconde lo strapotere della leadership tigrina di cui si circondava lo stesso Meles.
Meles era anzitutto un tigrino. La lotta contro il Derg era iniziata con un movimento che si richiamava alla “liberazione” del Tigrai, la regione più settentrionale dell’Etiopia. Haile Selassie considerava i tigrini il junior partner degli amhara, la pseudo-etnia in cui si sintetizzava la classe dirigente di sempre. Da culla dell’impero, con Axum e Adua, il Tigrai era decaduto. La carestia e la guerra l’avevano trasformato nella regione paria. Quando però il Tplf (Tigray People’s Liberation Front) fu sbalzato al potere a Addis Abeba dalla vittoria militare, facilitata dall’aiuto determinante fornitogli dagli eritrei, Meles si convertì al centralismo. Da tigrino non poteva tuttavia ripristinare le vecchie gerarchie imperiali o post-imperiali. Da qui l’invenzione del federalismo su base etnica: invece di essere lo spauracchio da esorcizzare, l’etnicismo veniva legittimato e proposto come parametro della nuova “democrazia”. Forse Meles aveva sognato di diventare il presidente di un Grande Tigrai, inglobando l’Eritrea, ma l’Eritrean People’s Liberation Front (Eplf) di Isaias Afeworki non aveva nessuna intenzione di sparire e d’altra parte al partitino di una piccola provincia periferica si erano spalancate le porte del palazzo che era stato di Menelik, il concorrente e successore di Yohannes IV, l’ultimo imperatore tigrino della storia etiopica. L’occasione era troppo allettante per essere lasciata cadere.
Il passaggio cruciale fu la guerra che Isaias, ormai esaurita la “luna di miele” fra i due movimenti che erano stati più che alleati per sconfiggere il Derg, lanciò nel 1998. Il casus belli era una disputa di frontiera. Nei fatti, Isaias sfidava Meles per l’egemonia regionale. Quali chances poteva avere la piccola Eritrea contro la grande Etiopia? Meles abbandonò ogni possibilità  d’intesa con i fratelli o cugini d’oltreconfine e sposò definitivamente la causa dell’Etiopia. L’Etiopia vinse la guerra sul campo a prezzo di decine o centinaia di migliaia di morti e la perse al tavolo dei negoziati. Non solo Isaias sopravvisse al suo azzardo ma la commissione internazionale diede ragione all’Eritrea sul tracciato della frontiera nella zona di Badme, che un po’ assurdamente era assurta a una specie di Trieste irredenta per entrambe le parti. Forte dell’appoggio degli Stati Uniti, che Isaias si era probabilmente illuso di avere dalla sua parte per le capacità  guerresche che l’Eritrea aveva dimostrato sconfiggendo il Golia etiopico in una guerra di liberazione (o di secessione) durata trent’anni, Meles ignorò il responso che si era impegnato ad accettare quale che fosse. I “patti vanno osservati” ma la mitica comunità  internazionale sa distinguere fra chi è obbligato a rispettare le regole e chi può violarle impunemente. A dispetto di tutto, l’Etiopia, inadempiente, fu condonata e l’Eritrea, che tradusse il suo risentimento in una politica astiosa e destabilizzante, fu condannata.
Qui Meles commise un errore fatale. Dal suo punto di vista poté sembrare un successo. Se non altro poteva spiegare la ragione di tutti quei morti alle famiglie etiopiche che avevano aspettato invano il ritorno dei loro uomini dal fronte. Ma nella prospettiva di un modus vivendi regionale l’Etiopia si condannò a una belligeranza perenne contro tutti. Isaias non esitò nemmeno ad allearsi con gli estremisti islamici pur di mettere in difficoltà  l’Etiopia. Il primo errore ne chiamò un altro. Nel 2006 Meles non trovò di meglio – per far fronte all’ipotetica “minaccia” di una Somalia unita sotto le bandiere delle Corti islamiche – che invadere il paese vicino. Si riprodusse lo stesso scenario, a rovescio, della mossa falsa commessa da Siad Barre nel 1977 invadendo l’Etiopia per “liberare” finalmente l’Ogaden. Etiopia e Somalia si percepiscono reciprocamente come nemici storici e l’occupazione del nemico è un rimedio sicuro alle divisioni interne. Da allora, per ragioni diverse, l’Etiopia deve guardarsi sia dall’Eritrea che dalla Somalia e si gioca tutto in una funzione ausiliaria nel Corno al servizio della war on terror intentata da Bush e continuata da Obama. Tradizionalmente nel Corno gli attori locali hanno sempre anteposto le cause domestiche alle cause internazionali. Ma, terzo errore, l’Etiopia di Meles, che ha pur sempre dentro il suo territorio una maggioranza di musulmani, ha sacrificato la sicurezza nazionale a un’ipotetica sicurezza globale che non è in grado di padroneggiare. 
Causa o effetto, la politica regionale ha compromesso la già  difficile strada della democratizzazione che in teoria Meles era tenuto a perseguire sia per i suoi propositi di “liberatore” che per i suoi stretti rapporti con gli Stati Uniti. Certo è che nelle elezioni del 2005 l’opposizione mise in serio pericolo il regime anche se non ci sono le prove di un imbroglio elettorale per privare la coalizione anti-Meles di una vittoria ottenuta nelle urne. L’illusione di un’Etiopia modello di diritto e di diritti svanì nella repressione degli studenti in strada e degli oppositori nei tribunali. Ormai la scena politica etiopica è ridotta a un deserto. L’esito delle elezioni del 2010, che Meles, dopo qualche titubanza sulla sua ri-candidatura, disse sarebbero state comunque le ultime in cui personalmente si sarebbe cimentato, hanno rappresentato una pietra tombale in tutti i sensi. Per gli eredi di Meles, a cui mancherà  se non altro l’aura che Meles poteva vantare come leader del Tplf nel maquis ai tempi del Derg, sarà  un’impresa rimettere insieme i cocci.
Venuta meno la carta della politica, Meles aveva cercato di risalire la china puntando tutto sullo sviluppo dell’economia. A furia di investimenti nelle infrastrutture (dighe, strade, edilizia urbana), il Pil si è impennato e l’Etiopia è ormai uno dei “leoni” più promettenti con i suoi numeri e le sue potenzialità  ancora inespresse. L’Etiopia si è distinta anche nella cessione di terre a investitori arabi o asiatici (il famigerato land grabbing) contando di compensare l’esproprio dei contadini con l’acquisizione di tecnologia e più mobilità  a livello sociale. Il futuro dirà  se si tratta di un boom o di una bolla.


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