La parata hi-tech che archivia Mao “Niente egemonia vogliamo la pace”

La parata hi-tech che archivia Mao “Niente egemonia vogliamo la pace”

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Cina. A piazza Tienanmen 12.000 soldati celebrano la vittoria nella Seconda guerra mondiale. Per la prima volta il pubblico gira le spalle al mausoleo del Grande timoniere Così Xi Jinping mostra i muscoli al paese e al mondo, ma promette: “Taglieremo le Forze armate”
PECHINO. CIELO BLU, strade vuote, nazione in festa e Borse chiuse. Oggi solo buone notizie dalla Cina. La migliore è la sorpresa che il presidente Xi Jinping, in divisa rivoluzionaria grigia, svela dalla porta d’onore della Città Proibita: «Amiamo la pace – dice – non cerchiamo egemonie e non vogliamo espanderci. Taglieremo le forze armate di 300mila soldati ». Chi accusa Pechino di corsa al riarmo è subito servito. L’armata di liberazione resta l’esercito più numeroso del mondo, entro il 2017 scenderà da 2,2 a 1,9 milioni di uomini, quarto taglio in trent’anni.
Il messaggio però è chiaro: la Cina è ormai una super-potenza militare avanzata, vanta arsenale atomico e industria bellica hi-tech, non ha più bisogno della vecchia carne da macello. Per rendere inequivocabile il concetto di pace, inattaccabilità e capacità di offesa senza precedenti, Pechino mette in scena la più colossale parata militare della sua storia. Per la prima volta, dopo 70 anni, celebra l’anniversario «dalla vittoria contro l’aggressione giapponese e nella Guerra mondiale contro il fascismo ». Richiami alla pace a piene mani, ma i concetti-chiave di Xi Jinping in piazza Tienanmen sono due: la «vittoria totale della Cina sul Giappone» e la «necessità di un nuovo ordine nelle relazioni internazionali».
L’ultimo sgarbo anti-Tokyo, che si dice «delusa», e il nuovo monito a Washington chiudono la presa del potere di Xi a tre anni dalla sua ascesa, rafforzata dal primo show delle ultime armi segrete al mondo e dall’inedito occultamento di Mao Zedong ai cinesi. Il taglio anti-giapponese e antagonista rispetto agli Usa, è la ragione che induce l’Occidente a disertare l’esibizione di forza. Xi Jinping è spinto così tra le braccia del russo Putin, del bielorusso Lukashenko, del sudanese al-Bashir e di uno stuolo di autoritari leader di Asia centrale, Sudest asiatico, Africa e America Latina. Inequivocabile il ruolo di «ospiti d’onore», riservato a Putin e al kazakho Nazarbayev, per trasmettere fisicamente l’idea del ricostruito asse energetico Cina-Russia. Come a Mosca in maggio, la coppia Xi-Putin spacca così in due il pianeta e l’uso parziale della storia auto-emargina sorprendentemente anche la Cina, consegnata ai militari. Nessun capo di Stato o di governo occidentale è a Pechino, a parte il ceco Zeman, e la propaganda accende i riflettori sui due alleati Usa che evitano alla Cina la catastrofe d’immagine: la presidente sudcoreana Park Geun-hye, offesa come Xi dalle «scuse a metà» pronunciate dal premier nipponico Shinzo Abe per l’invasione imperiale, e il connazionale segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon. Altro schiaffo a Tokyo, ma pure all’amico di cui Pechino diffida, il nordcoreano Kim Jong-un, blindato a Pyongyang.
Rispetto al V-Day di Mosca, boicottato causa Ucraina, qui pesa l’allarme per l’espansionismo cinese nel Pacifico e per la spesa bellica record di Pechino, tale da indurre alla diserzione anche la spaventata India di Modi. Spicca l’ennesimo ordine sparso dell’Europa. Assenti i vertici Ue, presenti in base al fisico economico e politico i singoli Stati: basso profilo per Germania e Gran Bretagna, più alto possibile per Italia e Francia,qui come in Russia con i ministri degli Esteri, Gentiloni e Fabius. A Pechino però le opportunistiche sottigliezze europee vengono ridotte a stadi progressivi di debolezza, il focus resta sugli Usa e sul Giappone: mentre Xi Jinping e Vladimir Putin si abbracciano, il palco sopra la Porta Celeste è già concentrato sulle novità più importanti: 70 cannoni sparano a salve 70 volte, comincia la parata. Gli ex presidenti Jiang Zemin e Hu Jintao, il premier Li Keqiang e il suo predecessore Wen Jiabao – si dice tutti in disgrazia – assieme ai leader del comitato permanente del politburo salutano veterani di guerra, 12mila soldati, 500 tra missili atomici, carrarmati, anfibi, droni e caccia invisibili, i 200 jet da combattimento divisi in 8 stormi.
Ma l’attenzione di tutti è per l’evento del giorno. Per i cinesi non è il fatto che l’84% delle armi tirate fuori dagli arsenali «non era mai stato mostrato prima al mondo», ma il fragoroso addio a Mao Zedong. Per la prima volta, dalla fondazione della Repubblica popolare nel 1949, una parata militare non si svolge il primo ottobre, sacro anniversario della sua rivoluzione. E per la prima volta coristi, bandisti militari e parte degli invitati sono costretti ad applaudire la sfilata girando le spalle al mausoleo del Grande Timoniere: chiuso e nascosto dietro le tribune, soffocato fra le transenne, isolato in mezzo a piazza Tiananmen come un albero secco ma ingombrante, in attesa di qualcuno che se la senta di calare il primo colpo di accetta. Nel partito-Stato gli strappi della storia sono da sempre affidati ai dettagli della cronaca. Archiviare la parata maoista del primo ottobre, anticipare «la rinascita della nazione dalle ceneri» alla data di resa del Giappone e cancellare dall’evento la mummia di Mao, più che la celebrazione della vittoria sul fascismo viene intesa come l’ufficiale avvio della marcia di congedo dal comunismo.
Questa improvvisa cesura ideologica, mentre lungo il viale Chang An passano i missili balistici intercontinentali capaci di colpire gli Usa e vengono liberate in cielo 70mila colombe bianche e altrettanti pallonici colorati, scuote oggi un Paese in realtà sfiancato dalla sua prima, vera crisi economica. Ignorato «per motivi logistici» Mao, rimossa «per ragioni di sicurezza» la pietra onorifica di Jiang Zemin, arrestati «per corruzione » decine di generali che oggi avrebbero dovuto guidare le truppe: Xi Jinping umilia il Giappone e avverte gli Usa, mette in vetrina le invincibili armi da guerra condivise con la Russia, ma Pechino dimentica il mondo e pensa alla Cina.
Mai, dal 1989 della tragica repressione anti-democratica, piazza Tienanmen, ora eccitata dal debutto di 51 soldatesse d’onore «tutte alte oltre 1,78», si scopre tanto isolata dalla comunità internazionale. Ma soprattutto così inquieta dentro. Dietro le bandiere rosse si profilano altre purghe, dietro l’esercito dei professionisti imminenti repressioni, dietro la frenata della crescita economica la resa dei conti tra riformisti e conservatori.


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