Ripresa Ue in bilico, i timori di Berlino sul primo passo falso degli ultimi 5 anni

Oggi si sapranno i dati sulla crescita di Francia, Germania e dell’intera Eurozona, dopo che la scorsa settimana l’Istat ha comunicato il ritorno in recessione dell’Italia

Francesca Basso, Corriere della Sera redazione • 14/8/2014 • Copertina, Lavoro, economia & finanza, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 836 Viste

BRUXELLES — L’attesa è finita. Oggi si sapranno i dati sulla crescita di Francia, Germania e dell’intera Eurozona, dopo che la scorsa settimana l’Istat ha comunicato il ritorno in recessione dell’Italia. Le aspettative non sono ottimistiche: la ripresa, secondo la maggior parte degli economisti, si ferma allo 0,1%, in discesa rispetto al già debole +0,2% del primo trimestre.
Per la Francia l’ipotesi è di un Pil che cresce appena dello 0,1% oppure stagnante, cifre che mettono Parigi nella condizione di dover accelerare sulle riforme strutturali e rivedere le stime sui conti pubblici. Anche per la locomotiva tedesca le previsioni hanno il segno meno (-0,1%), che se confermato oggi sarà la prima contrazione della crescita della Germania dal 2009. Quella di oggi, comunque, non sarà una doccia fredda. La maggior parte dei dati macroeconomici pubblicati in queste settimane contribuisce a disegnare un’Europa che non è ancora uscita dalla crisi, con una crescita «debole, fragile e disomogenea», come l’ha definita il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, e messa alla prova dall’accentuarsi dei rischi geopolitici, in particolare dall’escalation della crisi ucraina. Già si cominciano a contare gli effetti delle sanzioni imposte dall’Unione Europea alla Russia e le ritorsioni di Mosca nei confronti dei prodotti Ue.
La produzione industriale dell’Eurozona ha registrato un calo dello 0,3% congiunturale a giugno (contro le attese di un +0,4%) dopo il -1,1% di maggio. Il tasso è sceso così ai nuovi minimi dagli ultimi otto mesi (ottobre 2013). Sempre ieri sono stati pubblicati i dati sull’inflazione in Francia e Germania dove i prezzi restano positivi (rispettivamente +0,5% e +0,8% a luglio su base annua), mentre in Spagna lo scorso mese sono scesi dello 0,3% su anno. Cresce il timore che l’Europa scivoli in deflazione. Sembra un target difficile da raggiungere quello indicato dalla Bce al 2%. Tuttavia per il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, nell’Eurozona «non c’è uno scenario deflazionistico che si alimenta — ha spiegato al quotidiano francese Le Monde —. La ripresa è debole ma inflazione e crescita dovrebbero riprendere gradualmente». E non c’è bisogno di nuove misure da parte della Bce: «Prima di discutere la pertinenza di nuove azioni — ha detto — dovremmo aspettare di vedere l’effetto prodotto» dai nuovi prestiti Tltro concessi da Francoforte alle banche per finanziare imprese e famiglie. Weidmann ha ribadito la linea della Bundesbank: «Un’Europa forte e un euro forte vanno di pari passo». Ma soprattutto ha lanciato un messaggio chiaro a Francia e Italia, i due Paesi in affanno: «La crescita deve venire dall’interno: non è responsabilità né dei governi vicini né della Bce, ma di ciascun governo che deve creare uno scenario favorevole all’innovazione e all’occupazione» facendo le riforme strutturali. La Germania, ha sottolineato, «va bene grazie alle decisioni prese all’inizio degli anni 2000». Il mercato continua ad avere fiducia in Berlino, che ieri ha collocato i Bund a 10 anni al tasso più basso della sua storia (rendimento medio dell’1,08%).
Segnali positivi, seppure con qualche ombra, dalla Gran Bretagna: il tasso di disoccupazione è sceso al 6,4% (in Italia è oltre il 12%), ai minimi dal 2008 quando la crisi finanziaria è esplosa, ma i salari dei lavoratori sono diminuiti dello 0,2% rispetto all’anno scorso (è il primo calo da inizio 2009). Anche per la crescita della Grecia sembra cominciata un’inversione di rotta. Nel secondo trimestre il Pil è sceso dello 0,2% contro il -0,5% previsto. Potrebbe avere imboccato la via d’uscita dalla recessione. Ieri giornata di numeri anche oltre i confini europei: il Giappone ha visto il Pil crollare dell’1,7%, a causa dell’aumento dell’Iva dal 5% all’8% introdotto ad aprile (il primo in diciassette anni). Il risultato è stato una frenata dei consumi del 5% ad aprile-giugno, che ha determinato il peggiore impatto sulla crescita dalla crisi seguita al terremoto del 2011.
Francesca Basso

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