L’Isis giustizia 150 donne per aver rifiutato la schiavitù

Iraq. Sepolte in una fossa comune a Fallujah. I peshmerga lanciano una controffensiva a Sinjar: liberati gli yazidi assediati dagli islamisti. Lo Stato Islamico arriva al confine tra Siria e Israele

Chiara Cruciati, il manifesto redazione • 20/12/2014 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Guerre, Armi & Terrorismi • 1131 Viste

Gli attori che lavo­rano alla spar­ti­zione etnica dell’Iraq sono molti. C’è l’Isis che prende di mira le mino­ranze reli­giose e i sun­niti che non si pie­gano al calif­fato; ci sono gli Stati Uniti che pun­tano ad un Iraq fede­rale, diviso in tre enclavi etni­che; ci sono Ara­bia Sau­dita e Tur­chia che imma­gi­nano un Medio Oriente sepa­rato in due entità, una sun­nita e una sciita.

Gli stru­menti sono diversi, mili­tari quelli di Washing­ton, vio­lenti quelli di al-Baghdadi. Tea­tro della nuova bar­ba­rie isla­mi­sta è Fal­lu­jah, città della pro­vin­cia di Anbar, tra le più inquiete fin dai tempi di Sad­dam Hus­sein, roc­ca­forte della resi­stenza sun­nita e pal­co­sce­nico di duris­simi scon­tri tra truppe Usa e insorti negli anni dell’occupazione.

Un mas­sa­cro quello com­piuto a Fal­lu­jah, secondo il Mini­stero ira­cheno per i Diritti Umani: un mili­ziano isla­mi­sta, Abu Anas al-Libi, avrebbe giu­sti­ziato da solo oltre 150 donne che ave­vano rifiu­tato di diven­tare le mogli-concubine dei com­bat­tenti Isis. Ave­vano detto no al “matri­mo­nio della Jihad”, Jihad el-Nikah, pila­stro dell’ideologia pre­di­cata dal califfo al-Baghdadi.

Le donne sareb­bero state sepolte nell’ennesima fossa comune. A dicem­bre 2013, mesi prima dell’inizio dell’avanzata dell’Isis, la pro­vin­cia di Anbar era stata par­zial­mente presa dalle mili­zie di al-Baghdadi: Ramadi e Fal­lu­jah sono state tea­tro del primo ten­ta­tivo di occu­pa­zione del califfo, che ha appro­fit­tato della rab­bia sun­nita per l’assenza di Bagh­dad e l’esclusione dal potere poli­tico ed eco­no­mico del paese.

E se il califfo fa leva sulla vio­lenza indi­scri­mi­nata per divi­dere le etnie ira­chene e siriane (mer­co­ledì nella pro­vin­cia di Deir Ezzor in Siria è stata tro­vata una fossa comune con i cada­veri di 230 mem­bri della tribù Shai­tat, sol­le­va­tasi con­tro l’Isis), c’è chi agi­sce seguendo vie legit­ti­mate dalla comu­nità inter­na­zio­nale. I pesh­merga – con­si­de­rati il più valido brac­cio armato con­tro lo Stato Isla­mico – dopo due giorni di con­trof­fen­siva a Sin­jar hanno aperto un cor­ri­doio per libe­rare migliaia di yazidi rima­sti intrap­po­lati da ago­sto sul monte asse­diato dall’Isis.

Un’operazione che il pre­si­dente del Kur­di­stan ira­cheno, Bar­zani, sot­to­li­nea essere stata con­dotta dalle sole forze mili­tari kurde, nell’indifferenza di Bagh­dad. I pesh­merga, soste­nuti da 45 raid della coa­li­zione, hanno attac­cato il monte Sin­jar da Zumar, a est, strap­pando all’Isis almeno 7 villaggi.

La con­trof­fen­siva, dicono i gene­rali kurdi, era volta a libe­rare quella parte della mino­ranza yazidi ancora nella morsa isla­mi­sta. Del dramma del popolo yazidi media e comu­nità inter­na­zio­nale par­la­rono per giorni ad ago­sto, aprendo la strada all’intervento della Casa Bianca: i primi raid Usa col­pi­rono le posta­zioni Isis a Sin­jar, men­tre gli aiuti uma­ni­tari pio­ve­vano (con non pochi errori) sui pro­fu­ghi. Poco dopo, la mino­ranza è finita nel dimen­ti­ca­toio: chi è riu­scito a rag­giun­gere il Kur­di­stan­vive oggi in palazzi in costru­zione o sotto i ponti, quasi privo di aiuti.

Molti altri erano invece rima­sti intrap­po­lati a Sin­jar, dopo la fuga dei pesh­merga che all’epoca pre­fe­ri­rono non scon­trarsi con gli isla­mi­sti. Cosa cam­bia oggi? Sin­jar è un punto stra­te­gico per la pro­te­zione di Irbil, a metà strada tra la Siria e i con­fini con il Kur­di­stan ira­cheno. All’inizio dell’offensiva, l’Isis rispar­miò il Kur­di­stan e si parlò di accordi sot­to­banco per la spar­ti­zione del ter­ri­to­rio tra isla­mi­sti e kurdi ira­cheni, che appro­fit­ta­rono del caos per pren­dersi la ricca Kirkuk.

Ma oggi che l’Isis punta ad Irbil, tea­tro di attac­chi kami­kaze e atten­tati alla fron­tiera, Bar­zani – che aveva spe­rato di otte­nere dall’avanzata isla­mi­sta mag­giore auto­no­mia da Bagh­dad – non dorme più sonni tran­quilli. Si muove anche Washing­ton, nono­stante il man­tra del “nes­suno sti­vale sul ter­reno”: secondo rap­porti locali ira­cheni, ad Anbar alcuni degli oltre 3mila con­si­glieri mili­tari Usa si sareb­bero diret­ta­mente scon­trati con mili­ziani Isis per evi­tare la caduta della pro­vin­cia e l’allargamento del fronte islamista.

Che con­ti­nua a espan­dersi: secondo il quo­ti­diano israe­liano Haa­retz tre gruppi anti-Assad che hanno giu­rato fedeltà all’Isis nelle ultime set­ti­mane (Shu­hada al-Yarmouk, la Bri­gata Abu Moham­med al-Tilawi e Beit al-Maqdis) si sareb­bero con­cen­trati intorno Deraa, la città siriana al con­fine con Israele e con­trol­le­reb­bero – insieme al Fronte al-Nusra – la zona del valico di Quneitra.

Nei mesi appena tra­scorsi le truppe di Dama­sco hanno perso il con­trollo del sud, per il 90% in mano a oppo­si­zioni isla­mi­ste e lai­che. Secondo le Nazioni Unite, le mili­zie anti-Assad avreb­bero con­tatti diretti con Israele che avrebbe con­se­gnato armi e rico­ve­rato quasi 400 mili­ziani feriti nei pro­pri ospedali.

L’eventuale pre­senza dell’Isis mesco­le­rebbe le carte sul tavolo israe­liano che ha finora agito al fine di raf­for­zare le oppo­si­zioni lai­che (ma non solo) per neu­tra­liz­zare Assad e l’esercito arabo più impo­nente al con­fine, man­te­nere la Siria – come dice l’analista israe­liano Harel – in «una sta­bile insta­bi­lità» e aiu­tare indi­ret­ta­mente la distru­zione del paese, che per anni sarà occu­pato a rico­struirsi disin­te­res­san­dosi di Israele.

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