Cassa integrazione anche per i piccoli

Cassa integrazione anche per i piccoli

ROMA Rendere universali gli ammortizzatori sociali, cioè estendere il sostegno al reddito per i lavoratori delle aziende in crisi alle imprese più piccole. Chiedere anche a loro un contributo per finanziarli, visto che la cassa integrazione in deroga che hanno usato in questi anni era finanziata dalla fiscalità generale, cioè dalle tasse di tutti i contribuenti. E applicare il meccanismo del bonus malus, lo stesso utilizzato per la Rc auto, l’assicurazione sulla responsabilità civile di chi guida: più un’azienda usa il sostegno al reddito per i suoi dipendenti più sale il contributo che deve pagare. Siamo agli ultimi ritocchi per il decreto delegato del Jobs act, la riforma del lavoro del governo Renzi, che riscrive le regole sugli ammortizzatori sociali e che dovrebbe arrivare in consiglio dei ministri la prossima settimana. In realtà, però, le misure hanno un impatto diverso a seconda del settore considerato .
Industria
Se oggi la cassa integrazione ordinaria e straordinaria si applica alle imprese con più di 15 dipendenti, il decreto allarga il campo di applicazione a quelle sopra i 5 dipendenti. Per la cassa ordinaria si prevede una riduzione pari al 10% del contributo base, quello che pagano tutte le aziende, sia chi usa sia chi non usa la cassa. Oggi le aziende versano l’1,9% del monte salari, il 2,2% se hanno più di 50 dipendenti. Il contributo, quindi, scenderebbe rispettivamente all’1,7% e al 2%. Non dovrebbe cambiare, invece, il contributo per la cassa straordinaria, pari allo 0,9% del monte salari. Allo stesso tempo, però, ci sarebbe un aumento delle addizionali per le imprese che fanno effettivo ricorso alla cassa integrazione. L’aumento sarebbe progressivo: fino al 9% nel primo anno di utilizzo, fino al 12% nel secondo anno, fino al 15% nel terzo anno. Sarebbe proprio questo crescendo, nelle intenzioni del governo, a rendere «più responsabile» l’uso degli ammortizzatori .
Artigianato
Le imprese dovranno aderire a un fondo bilaterale di solidarietà con un’aliquota pari allo 0,50% del monte salari. Sarà più alta di quella fissata tre anni fa dalla legge Fornero (0,20%) e che un accordo fra le parti sociali aveva già reso applicabile anche alle microimprese, quelle con un solo lavoratore. La quota dovrebbe essere per due terzi a carico dell’impresa, per il resto a carico del lavoratore. Le stime dicono che questo meccanismo dovrebbe generare un gettito di circa 80 milioni di euro l’anno. La durata massima dell’ammortizzatore dovrebbe essere pari a tre mesi .
Commercio
Lo stesso meccanismo dell’artigianato si applica anche al settore del commercio. Qui, però, le parti sociali non avevano trovato l’accordo sul fondo bilaterale e, sempre in base alla legge Fornero, sarebbero toccato alle singole aziende versare un contributo sempre pari allo 0,50 per cento del monte salari. Quel meccanismo diventa adesso obbligatorio e dovrebbe generare risorse per quasi 200 milioni di euro.
C’è però un ultimo nodo da sciogliere, che riguarda sia il commercio sia l’artigianato. Sindacati e imprese chiedono che, nel periodo di sostegno al reddito, sia lo Stato a farsi carico dei contributi previdenziali che, altrimenti, il lavoratore dovrebbe pagare di tasca propria. Il governo resiste, perché farsi carico dei contributi significherebbe mettere sul piatto altre risorse pubbliche, nel momento in cui si cerca di risparmiare sostituendo la cassa integrazione in deroga, finanziata con le tasse, con un meccanismo auto finanziato. La decisione finale non è stata ancora presa .
Lorenzo Salvia


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