Censis: salvare i fondi per il sociale

Le risorse dello Stato per il sociale si riducono nonostante qualche timido segnale nell’ultima legge di Stabilità, e a “presidiare il fortino” sono rimaste le organizzazioni del terzo settore e le famiglie

Vittorio Sammarco , Vita.it redazione • 25/6/2015 • Copertina, Studi, Rapporti & Statistiche, Terzo settore & Non profit, Welfare & Politiche sociali • 1864 Viste

Le risorse dello Stato per il sociale si riducono, anzi, sono proprio in “picchiata” e a “presidiare il fortino” sono rimaste le organizzazioni del terzo settore e le famiglie. Sono le conclusioni un po’ amare, in sintesi, della ricerca del CENSIS presentata oggi nel quarto appuntamento a conclusione del tradizionale mese che l’Istituto dedica a questi temi, dal titolo “Salvare il sociale”.

«Oggi il sociale si destruttura e la spesa diventa sempre più meschina», ha introdotto con forza il presidente De Rita. «Esplode una specie di sussidiarietà di massa per cui i bisogni sociali non vengono più coperti dal pubblico ma da tutti noi, con una spesa privata che aumenta in maniera incredibile, aumenta la dimensione familiare, aumenta la dimensione della gestione personale, vedi il ricorso sempre più diffuso alle badanti, aumentano gli impegni dei comuni, e del privato sociale. È una ricchezza per il Paese che ormai rischia di non essere più governabile».

E i dati parlano chiaro. Due Fondi, quello per le Politiche sociali e quello per l’autosufficienza, hanno visto negli ultimi anni un drastico ridimensionamento. Il primo da 1,6 miliardi di euro nel 2007 a 435,3 milioni nel 2010, per poi scendere a soli 43,7 milioni nel 2012 e infine recuperare in parte con l’ultima legge di Stabilità fino ai 297,4 milioni del 2014. Va anche peggio al secondo fondo, quello sulla non autosufficienza, che nel 2010 prevedeva 400 milioni, azzerato completamente nel 2012 dal Governo Monti, per risalire a 350 nell’ultimo anno con Renzi. Con un’ulteriore aggravante: una sperequazione evidente tra Nord e Sud Italia. Si passa da una spesa sociale dei comuni di 282,5 euro per abitante nella provincia di Trento, a una minima di 25,6 euro della Calabria, con una media pro-capite al Sud di 50,3 euro contro quella di 159,4 del Nord-Est. E quindi la riduzione dei trasferimenti alle amministrazioni locali e i vincoli del patto di stabilità aggravano la situazione dei comuni del Sud Italia.

Come vengono spesi questi soldi, che ammontano complessivamente a 7 miliardi l’anno? Per interventi e servizi nel 38,9%; al funzionamento delle strutture il 34,4% e ai trasferimenti in denaro per il 26,7. Ma, appunto, tutto ormai si riduce in maniera pesante. Quali allora le conseguenze di questo «passo indietro formidabile del soggetto pubblico»?

Che a farsi carico delle innumerevoli esigenze del sociale sono le organizzazioni del Terzo settore, nel loro articolato, dinamico e fondamentale modo di caratterizzarsi, come lo ha descritto la responsabile della area welfare del CENSIS Ketty Vaccaro (cooperative sociali, impresa sociale, e soprattutto mondo del volontariato e dell’associazionismo, circa 5,4 milioni di persone in oltre 300mila associazioni). Che anche su questo aspetto, però, segnalano una paradossale differenziazione sul territorio italiano: sono meno presenti proprio dove ce ne sarebbe più bisogno, al Sud (ad esempio 25 ogni 10mila abitanti in Campania) e di più dove la risposta pubblica è più efficiente, al Nord, con oltre 100 in Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige.

In secondo luogo c’è la chiamata in causa sempre più rilevante (e difficile) delle famiglie che volenti o nolenti devono svolgere un ruolo importante. Ad esempio la quota di disabili gravi che riceve aiuto dal soggetto pubblico o privato sociale è ormai residuale. Le famiglie fanno da sé. È il modello fai da te delle welfare all’italiana, modalità di gestione dal basso, e le badanti rappresentano la “strategia” che gli italiani si sono dati per ottenere delle risposte ai problemi.

Ma l’erraticità e la casualità caratteristiche di questo mercato, presentano due difetti, ha detto Vaccaro: che la cifra della misura della qualità diventa la fortuna di trovare la persona giusta e la deresponsabilizzazione del servizio pubblico che non si attrezza, consapevole che gli italiani si sono organizzati da sé.

Gli italiani, secondo le risposte date ai sondaggi, sono consapevoli di questi effetti perversi, ma nell’urgenza dei bisogni preferiscono non aspettare. Quindi se questo mondo, non profit e famiglie, da una parte rappresenta una ricchezza inestimabile, come dice Il sociologo Aldo Bonomi («al di là dei “protocolli” da firmare con questo o quell’ente pubblico»), per ricostruire un tessuto comunitario (necessaria premessa per la ricostruzione di un welfare efficace ed efficiente); dall’altra parte c’è un poderoso lavoro culturale da fare come sostiene Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione con il Sud: lavoro per cambiare il paradigma. Ossia: sarà prima il rilancio del sociale, soprattutto al Sud, (posti asilo, scuola, formazione, …) che potrà consentire poi di preparare il terreno per un rilancio dell’economia e della politica.
Ma il cambio di paradigma è possibile solo se il Terzo settore sarà consapevole della propria forza (per Borgomeo la classe dirigente migliore del Sud che ha conosciuto in questi anni sta proprio nel mondo del Terzo Settore).

E De Rita chiosa: «sì, ma a patto che questo mondo si faccia carico di tre decisivi passi avanti, essere più relazionali e meno autoreferenziali, orgoglio della propria potenza e autonomia dal politico».

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