Sgombero in stazione poi dieci ore di trattative per spostare i profughi in una gabbia di vetro

Sgombero in stazione poi dieci ore di trattative per spostare i profughi in una gabbia di vetro

MILANO. Via dal mezzanino della Stazione Centrale. Per spostarsi soltanto di un piano più in basso e di un centinaio di metri più in là, in due negozi vuoti nella Galleria che i milanesi chiamano delle Carrozze. Le autorità l’avevano promesso venerdì sera e, ieri mattina all’alba, al piano ammezzato della stazione diventato dormitorio di un’umanità disperata in fuga, di profughi non ce n’era più nemmeno uno. Al loro posto transenne e paratie. Via le loro facce stanche, via i loro stracci, le loro braccia segnate dalla scabbia. Dopo una settimana di assedio con centinaia di migranti respinti alle frontiere con l’Europa, sindaco, prefetto, questore e i vertici di tutte le istituzioni milanesi hanno cercato una soluzione rispettosa del «decoro della città» e del «doveroso aiuto a chi scappa dalla guerra, dalla fame e dalle torture», come dice Giuliano Pisapia. Ma per arrivare fino a lì, a quella «soluzione ponte», ci sono volute dieci ore di confronto, telefonate con il Viminale e una riunione ininterrotta del Comitato per l’ordine e la sicurezza.
È stata una giornata infinita, quella di Milano. Una giornata di tensioni e polemiche politiche, di trattative con Grandi stazioni e a tutti i livelli. È toccato al prefetto Francesco Paolo Tronca, alla fine, siglare quella tregua momentanea. È stato lui a volere lo sfratto coatto e notturno delle centinaia di eritrei dal mezzanino che dà accesso ai binari, attraversato ogni giorno da flussi incessanti di turisti in viaggio verso Expo. Ma il trasferimento dei profughi, come primo effetto, ha prodotto l’invasione del piano terra, nella galleria centrale. Perché nonostante 1.200 migranti ospitati dal Comune nelle strutture, un centinaio non molla. E rimane lì, in stazione, nelle aiuole di piazza Duca D’Aosta, in condizioni igieniche e sanitarie precarie, tutti accalcati gli uni sugli altri, sdraiati per terra, in mezzo ai rifiuti, ai vestiti usati, alle coperte e ai cartoni usati per dormire. L’emergenza sembra tutt’altro che risolta. Pisapia sbotta di fronte alle telecamere di Sky: «I profughi li ospitate voi?». Inizia il confronto. Si cerca una via d’uscita. Si respira nervosismo e le istituzioni non perdono occasione per rinfacciarsi le responsabilità. Il governatore lombardo Roberto Maroni, a Bergamo a un presidio «contro i clandestini», tuona: «Il prefetto voleva fare una tendopoli di fronte alla stazione Centrale, ma io l’ho fermato. Ai prefetti ho chiesto di essere immediatamente avvisato sulle destinazioni dei profughi, visto che li vogliono mandare in scuole abbandonate e caserme dismesse in mezzo ai topi. Manderò ispezioni Asl e se non ci saranno le condizioni di abitabilità, farò sgomberare». A stretto giro e in modo inedito, arriva la smentita del prefetto: «Mai ipotizzato una simile soluzione. Il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica è stato convocato automaticamente, come di consueto, per affrontare i problemi e le criticità di Milano e della provincia». Fino a quella soluzione temporanea arrivata in serata. Per motivi di sicurezza e ordine pubblico, si chiede a Grandi Stazioni che li mette a disposizione – fino a mezzanotte del prossimo mercoledì due temporary shop di plexiglass trasparente, vicini all’ingresso centrale: verranno destinati alla prima accoglienza dei migranti, un punto per “smistarli” nei centri. Ma la situazione si sbloccherà veramente solo da giovedì, quando ci sarà il trasferimento in altri locali sempre all’interno della stazione. In attesa del vero approdo: l’ex dopolavoro ferroviario che, però, ha bisogno di lavori. Il sindaco Pisapia replica duro: «Mentre c’è chi parla, urla, sbraita e semina paura e odio, noi non abbiamo mai smesso di impegnarci per trovare una soluzione dignitosa per la città e per i profughi. Pure in una situazione di estrema difficoltà la soluzione è stata trovata. Milano sta facendo la sua parte, mentre purtroppo altri, prima di tutto l’Europa, si voltano dall’altra parte».


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