Nicholas Kristof. Mio padre fuggì dall’Europa quei profughi siamo tutti noi

Nicholas Kristof. Mio padre fuggì dall’Europa quei profughi siamo tutti noi

OSSERVANDO le agghiaccianti immagini dei rifugiati siriani che provano a raggiungere la salvezza — o, come nel caso di Alan Kurdi, tre anni, perdono la vita nel tentativo di riuscirvi — la mia mente va ad altri rifugiati. Albert Einstein. Madeleine Albright. Il Dalai Lama. E mio padre, che all’indomani della Seconda guerra mondiale attraversò a nuoto il Danubio per fuggire dalla Romania e unirsi ad un flusso di rifugiati di cui a nessuno importava molto. Per fortuna una famiglia di Portland, nell’Oregon, sponsorizzò il suo viaggio negli Stati Uniti, rendendo così possibile che io oggi scriva questo articolo.
Se nelle immagini dei rifugiati di oggi non vedete riflessi voi stessi, o i vostri familiari, avete bisogno di un trapianto di empatia. La morte di Alan è espressione della sistematica noncuranza della leadership mondiale, dalle capitali arabe a quelle europee, da Mosca a Washington. Una noncuranza che si esprime su tre piani.
La guerra civile siriana si trascina da quattro anni e ha causato la morte di quasi duecentomila persone, senza che si compisse un autentico sforzo per interrompere i combattimenti. Creare una zona di sicurezza avrebbe quanto meno consentito ai siriani di restare nel proprio Paese.
Mentre milioni di rifugiati siriani si riversavano nei Paesi vicini, il mondo faceva spallucce. Le richieste di aiuto avanzate dalle Nazioni Unite per i rifugiati siriani sono finanziate solo al 41% percento, e il Programma alimentare mondiale si è visto di recente costretto a ridurre drasticamente la cifra stanziata per il sostentamento dei rifugiati in Libano (portandola a 13,50 dollari a persona, al mese). La metà dei piccoli siriani non possono andare a scuola. È dunque comprensibile che i loro genitori facciano rotta per l’Europa.
Mossi dalla xenofobia e dalla demagogia, alcuni europei hanno fatto di tutto per stigmatizzare i rifugiati e intralciare il loro viaggio.
Bob Kitchen, dell’International Rescue Comitee mi ha detto di aver visto famiglie di rifugiati arrivare sulle spiagge della Grecia e abbracciarsi festose, pensando di avercela finalmente fatta — ignare di ciò che ancora li aspettava nell’Europa meridionale. «Questa crisi – ha detto – è da imputare a leader mondiali che hanno dato la precedenza ad altre cose » rispetto alla Siria. «Ed è il prodotto di quell’inerzia».
Stando ad António Guterres, che dirige l’Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, la crisi è in parte il risultato di «un fallimento della leadership mondiale». «Non si tratta di un’invasione imponente», ha detto, spiegando che in un continente che conta più di mezzo miliardo di abitanti stanno arrivando ogni giorno circa 4mila persone. «Con l’impegno e la volontà della politica sarebbe gestibile». Tutti sappiamo che alla vigilia della Seconda guerra mondiale il mondo abbandonò chi cercava di scappare. Gli Usa impedirono ai rifugiati ebrei arrivati a Miami a bordo della St. Louis di sbarcare. La nave tornò in Europa ed alcune delle persone che erano a bordo morirono nell’Olocausto.
Alan aveva dei parenti in Canada che volevano dargli una casa, ma non ha trovato un porto. È morto mentre era sotto la nostra custodia. Guterres ritiene che le immagini di bambini come Aylan stiano contribuendo a modificare lo stato d’animo. «La compassione sta avendo la meglio sulla paura», sostiene.
Spero che abbia ragione. Attraverso Facebook, gli islandesi si stanno offrendo di pagare il volo aereo ai rifugiati siriani e di ospitarli nelle loro case. Migliaia di loro hanno già abbracciato questa iniziativa, riassunta dallo slogan: «Solo perché non sta accadendo qui non significa che non stia accadendo».
Ci sono poi i Paesi del Golfo persico. Amnesty International dice che l’Arabia Saudita, il Kuwait e gli Emirati Arabi non hanno accettato un solo rifugiato siriano (benché abbiano permesso a chi era arrivato sul loro territorio di restarci, senza però conferirgli formalmente lo status di rifugiati). E i bombardamenti in Yemen da parte dell’Arabia Saudita non fanno che inasprire la crisi.
Noi americani saremmo forse tentati di congratularci con noi stessi, ma dall’inizio della guerra gli Usa hanno accettato solo circa 1500 rifugiati siriani e sulla Siria l’amministrazione Obama ha gettato la spugna, evitando di assumere decisioni drastiche, come quella di minacciare il ricorso ai missili per creare una zona di sicurezza, o di intervenire più sommessamente, contribuendo alla costruzione di scuole nei Paesi limitrofi per i piccoli rifugiati siriani.
È evidente che quello di assimilare dei rifugiati sia un compito difficile. Si fa presto ad accoglierli all’aeroporto, ma dare un lavoro e assorbire nella società degli individui con valori diversi dai nostri è ben più complesso. (Una volta in Giordania ho fatto visita a una famiglia di rifugiati che aspettava di stabilirsi negli Stati Uniti: vedendo sulla parete un poster di Saddam Hussein mi sono domandato in che modo si sarebbero adattati).
In ogni caso è bene chiarire che la soluzione definitiva non è quella di trovare una nuova casa per i siriani, ma di permettere loro di tornare nella propria. «Interrompendo il lancio dei barili bomba (barili imbottiti di chiodi che l’aviazione governativa lancia sulle zone controllate dai ribelli ndr.) si contribuirebbe più che con qualsiasi altri gesto a salvare la vita dei rifugiati che tentano di raggiungere l’Europa, perché ciò che le persone vogliono è tornare nelle loro case», dice Lina Sergie Attar, scrittrice e architetta siriano-americana.
Si è molto dibattuto sull’opportunità o meno di pubblicare le foto del corpicino di Alan. La vera atrocità non è la foto, ma la morte in se’ e la nostra sconfitta morale, rappresentata dall’incapacità di salvare la vita di bambini come lui.
(@The New York Times/La Repubblica Traduzione di Marzia Porta)


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