I cittadini che fermano i cantieri Aumentano i «mai nel mio cortile»

Sono 355 le opere contestate da associazioni ed enti locali, il 5% in più in un anno

Francesco Di Frischia, Corriere della Sera redazione • 16/11/2015 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina, Studi, Rapporti & Statistiche • 765 Viste

Il comparto energetico è il più coinvolto: su petrolio e gas si contano dieci casi.  Al primo posto le piccole centrali a biomasse. Meno proteste al Sud
 ROMA No a inceneritori di rifiuti, impianti industriali, autostrade e alta velocità (No Tav), ma soprattutto no a impianti a biomasse e a progetti di ricerca e estrazione di petrolio e gas (No Triv, cioè no alle trivellazioni) lungo le coste di Puglia, Calabria e Basilicata. Sono i risultati del decimo rapporto del Nimby Forum (Not in my back yard, sigla che sta per «non nel mio cortile»). Il progetto di ricerca, però, che anima questo fenomeno vuole conciliare progresso e tutela del territorio, sviluppo e sostenibilità, impresa non facile sulla strada della crescita economica del Paese.
Nell’ultimo rapporto stilato dall’Osservatorio media permanente del Nimby Forum, promosso dall’Agenzia di ricerca, informazione e società (Aris), tornano a crescere del 5% le contestazioni sul territorio di singoli cittadini, associazioni ambientaliste, enti no profit, oltre a mondo politico, enti locali e istituzioni pubbliche: nel 2014 le opere infrastrutturali (già costruite o solo progettate) che hanno scatenato proteste sono 355, nel 2013 erano 336. Tra le motivazioni di chi si oppone, il 38% delle critiche si riferisce all’impatto ambientale (che cresce dell’89% rispetto al 2013 proprio per i tanti progetti sugli idrocarburi). Meno rilevanti le questioni legate alla qualità della vita (13% dei casi) e alla salute pubblica (11%).
La distribuzione territoriale dei «no» è rimasta sostanzialmente invariata negli anni: il 28,8% delle contestazioni nascono in Lombardia (16,4%) e Veneto (12,4%). Se sommiamo i valori delle Regioni settentrionali scopriamo che il Nord raggiunge un tasso di incidenza dei no pari al 40,6%. Ed è proprio qui, soprattutto nel Nordest produttivo, ricco di piccole e medie imprese, che l’impatto sull’ambiente si fa maggiormente sentire e la coesistenza tra sviluppo infrastrutturale, energetico e qualità della vita e tutela del territorio, densamente popolato, si fa più difficile. Sono minori, invece, le contestazioni al Sud, isole comprese (tra il 3 e il 5%).
«A dieci anni dalla nascita — spiega Alessandro Beulcke, presidente dell’Aris — abbiamo ampliato il nostro raggio di influenza: non solo No Tav, ma anche No Expo, No Vaccini e No immigrazione». In questo contesto «in cui vacilla anche la capacità della scienza di creare fiducia attorno a conoscenze condivise — sottolinea Beulcke — è fondamentale non retrocedere sul terreno dell’informazione, della partecipazione e della semplificazione».
Lo dimostrano i molti dati custoditi dal 2004 nel data base Nimby. Nell’ultima ricerca, ad esempio, nel 62,6% dei casi il comparto energetico è il macro settore più chiacchierato, seguito da rifiuti (25,9%), infrastrutture (8,7) e altro (2,8 per cementifici e impianti di raffinazione e chimici). E sui 91 progetti o siti che per la prima volta hanno incassato critiche e innescato polemiche, 22 appartengono proprio al comparto idrocarburi, con un netto incremento rispetto al passato. Aiuta il paragone con la situazione di due anni fa: come effetto collaterale dello Sblocca Italia, aumentano i focolai di protesta contro impianti e progetti di ricerca ed estrazione di petrolio e gas e dai 10 del 2013 arriviamo ai 32 dello scorso anno. Tra loro «la rivolta contro le trivellazioni per cercare gas e petrolio nell’Adriatico», soprattutto in provincia di Lecce e lungo le coste di Calabria e Basilicata: chi protesta teme soprattutto danni all’ecosistema marino e al turismo. Dal Nimby Forum, però, fanno anche notare che, se su questi temi gli italiani saranno chiamati probabilmente a esprimersi con un referendum abrogativo di alcuni articoli del decreto Sblocca Italia, oggi l’opposizione a questi impianti di idrocarburi «è di pancia, più che di sostanza perché il ministero dello Sviluppo economico ha dato semaforo verde a 69 progetti di ricerca (piccoli carotaggi ndr ), non a 69 trivellazioni».
Intanto tra gli impianti energetici più contestati, quelli di idrocarburi si posizionano per la prima volta al secondo posto (9% del totale). In testa nel 2014 vanno saldamente gli impianti a biomasse (101, pari al 28,4% di tutte le proteste). Si tratta per lo più di centrali elettriche piccole e piccolissime (che sono proliferate anche grazie agli incentivi per progetti sotto 1 megawatt, ndr ). Le altre contestazioni sono state rivolte verso termovalorizzatori (8,1%), centrali idroelettriche (6,2 in crescita dell’1% rispetto al 2013), discariche di rifiuti speciali (5,6), discariche di rifiuti solidi urbani (5,3) e infrastrutture autostradali (5,7). Seguono impianti eolici, elettrodotti, impianti industriali e gasdotti. In tanti temono più i danni all’ambiente che alla salute.
Francesco Di Frischia

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