Dal Bataclan al Pantheon così Parigi si è scoperta bersaglio universale

I ragazzi del teatro come gli eroi della République. La solennità della Sorbona e il giardino del museo di Cluny. Viaggio nella città colpita a morte. Attraverso i simboli che accecano i jihadisti

ADRIANO SOFRI, la Repubblica redazione • 18/11/2015 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi • 905 Viste

MARTEDÌ, ieri, finisce il terzo e ultimo giorno di lutto. È giorno di chiusura dei musei. Pioviggina. C’è un crollo del turismo. Alla République i ragazzi provano a escogitare qualche dettaglio, nuovi disegni di candeline, e tutto rifinisce nella Marsigliese. Ha riaperto il traffico davanti al Bataclan. Fu già in passato un bersaglio, per la proprietà ebraica e la libertà delle iniziative. E con un concerto come quello, “Eagles of Death Metal”, che nel momento dell’attacco stava eseguendo “Kiss the Devil”, una specie di ritrovo satanico. Macché, la band non richiama il Death Metal se non ironicamente, e ha in repertorio titoli come “Peace and Love”… In realtà, si insiste sulla scelta del Bataclan per un bisogno di ricondurre anche questo attacco dentro una logica, sia pure la più feroce. Ma il Bataclan e il suo concerto non sono la replica della redazione diCharlie o di una sinagoga, un luogo da cui i prudenti possano stare alla larga. E il bar Carillon, e il ristorante Le Petit Cambodge, e la gente nelle strade? Il Bataclan offriva una gran folla inerme di giovani: è tutto.
Fate un esperimento: camminate immaginando un giovane jihadista alla ricerca di obiettivi. E’ l’esercizio che devono fare i responsabili della sicurezza, e non c’è da invidiarli. Provate: qualunque punto della libera vita parigina, sembrerebbe, una volta colpito, un bersaglio ideale. Accantoniamo la Tour Eiffel. Il Museo di Cluny è chiuso, ma basta il suo giardinetto dei bambini. I francesi hanno quel loro modo di rendere solenni le comunicazioni più ordinarie. «Questa area di gioco è messa degnamente a disposizione dei bambini. A ogni età il suo gioco. In tempo di gelo l’utilizzazione è strettamente proibita». L’ispettore jihadista mette una croce sulla sua mappa.
Poco più in là c’è un Salon de coiffeure, un parrucchiere per signora: il più sensibile degli obiettivi. La prossima facciata ha al primo piano un’elegante insegna primo-novecento che dice: Libreria Internazionale, e un neon sottostante che dice: HC Fitness Club. Due bersagli strategici in uno. Altri giardini, coppie, i famosi
enfants qui s’aiment e si abbracciano in piedi o seduti contro le porte della notte e del giorno: nel mirino.
Salto la Sorbona, perché non mi fanno entrare, «per la sicurezza dei professori», ma va da sé che è un obiettivo primario. È aperto il Pantheon, bisogna solo pazientare perché sistemano la telecamera all’ingresso. Continuano a scusarsi. Quale bersaglio più ghiotto del Pantheon? C’è una mostra, dedicata a quattro protagonisti della resistenza, due donne e due uomini, i ritratti sporgono dalla facciata.
Tira un gran vento oggi a Parigi. Dentro, sì e no una decina di visitatori. Il sopralluogo del jihadista ha qui una soggezione, se non altro per l’enormità della fabbrica. La cripta, coi suoi grandi morti, è massiccia come un rifugio atomico: altro che Ninive, altro che Palmira. Ripiegare provvisoriamente su obiettivi di dettaglio!
Il pendolo di Foucault, con la sua pretesa di mostrare senza sosta che la terra gira, non è forse un bersaglio trionfale? Reciderlo, farlo crollare al suolo, cancellare ogni moto e fermare il tempo sull’ora perpetua del califfato… Ma tutto, là dentro, chiama all’attentato glorioso. Voltaire, quello del boulevard del corteo per Charlie, quello del boulevard della strage di venerdì notte, è là, con la sua fisionomia aguzza e la vasta ombra proiettata sulla parete. Non c’è che l’imbarazzo della scelta, Voltaire, Rousseau, e Victor Hugo. E Zola… Che scorta si darebbe oggi a Zola? Se si fosse informato, l’ispezionatore jihadista, si fermerebbe da Jean Jaurés, socialista, contrario alla guerra, assassinato il 31 luglio del 1914, e il giorno dopo cominciò la guerra mondiale. Jacques Brel intitolò una canzone così: “Perché quelli hanno ammazzato Jaurés?”.
La ricordarono già a gennaio, “Perché hanno ammazzato Charlie?” dice: “Erano consumati a quindici anni, finiti al momento di cominciare… Che vita hanno fatto i nostri nonni, fra l’assenzio e le messe cantate, quindici ore al giorno al guinzaglio ti fanno un viso di cenere… Perché hanno ucciso Jaurés?” C’è una certa comprensione: vale anche per la frustrazione di questi giovani assassini- suicidi fra Bataclan e Siria? Mah. È un po’ razzista pensare che nonostante tutto non sappiano quello che fanno: innumerevoli loro simili non lo fanno. L’autore del sopralluogo forse non sa ancora se si limiterà a passare le informazioni, o se sarà designato ad agire. Nel qual caso, forse, l’entusiasmo per la promozione paradisiaca è incrinato dal rammarico di non vedere le vittime della sua azione: quelle pagine di giornale fitte di fotografie di ragazze giovani, luminose, belle, come lui non avrebbe mai potuto permettersi. Ci si può permettere di ucciderle, e non saranno più di nessuno, e tanto meno di loro stesse. Eccolo, un bersaglio universale, le strade di Parigi ne pullulano. E quelle di Roma, e Berlino, e Madrid.

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