Elif Shafak

Elif Shafak: “Retate di professori la mia Turchia infelice perde la democrazia”

La scrittrice Elif Shafak: “Chiunque critica il governo viene trattato come un nemico Lo Stato è sempre più intollerante e autoritario”

MARCO ANSALDO, la Repubblica • 16/1/2016 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Internazionale • 1321 Viste

ISTANBUL. Accademici arrestati, scrittori minacciati, giornalisti licenziati. Solo ieri 27 professori universitari sono stati fermati e 41 puniti per avere siglato l’appello di 1.128 docenti (fra cui Noam Chomsky e Slavoj Zizek) per una soluzione pacifica della guerra nella regione curda. In una nazione che chiede l’ingresso in Europa, dov’è la libertà di espressione? Cosa succede in Turchia? Lo chiediamo a Elif Shafak, la scrittrice più venduta nel paese. «Sono molto triste e sono rimasta scioccata nel vedere gli accademici arrestati solo per aver firmato una petizione. Questo è inaccettabile in una democrazia. Una vera democrazia prospera sulla libertà di parola, sulla separazione dei poteri, il rispetto della legge e la diversità delle opinioni. Nessuna di queste cose, però, è più permessa in Turchia».

E che cosa c’è invece?

«Il crollo della libertà di espressione. Chiunque osi criticare lo Stato o il governo viene trattato come “un nemico interno”. Se critichi il governo, automaticamente sei accusato di “tradire la tua nazione”. Intellettuali e accademici sono demonizzati e offesi. Alcuni di loro minacciati apertamente».

Come?

«Gruppi ultranazionalisti imbrattano le porte dei loro uffici scrivendo ‘qui non vogliamo nemici della nazione. Vattene’. Per chi ha un’opinione diversa c’è una crescita allarmante di intolleranza”.

Come la definirebbe: una situazione fosca, deprimente?

«Molti sono depressi e demoralizzati. Vediamo che il direttore di Cumhuriyet, Can Dündar, è ancora in prigione, e così il suo capo redattore Erdem Gul. L’ultranazionalismo è in ascesa. Il fondamentalismo religioso in crescita. E lo Stato è diventato più autoritario e intollerante. C’è una tensione perenne. Siamo diventati una nazione infelice».

Però Erdogan è stato votato liberamente, no? Ha vinto le elezioni ed è stato scelto da metà dei turchi.

«In questo momento la Turchia è un paese diviso. Lo scorso novembre metà della società ha votato per il suo partito (conservatore di ispirazione religiosa, ndr), ma non l’altra parte. Ci sono molte ragioni per questo e vanno analizzate con calma».

Facciamolo.

«Alcuni hanno votato Erdogan perché, temendo il caos, volevano la stabilità politica o economica. Nella psiche dei turchi, infatti, le coalizioni hanno un significato negativo. Non dimentichiamoci che tra il 1971 e il 1980 (le date di due colpi di Stato, ndr) ci sono state 10 coalizioni di governo, e molta violenza».

C’era la paura di tornare a quei tempi?

«Per molti. Altri hanno votato per il suo partito perché volevano “una leadership forte”. E l’altra metà della società ha agito in modo del tutto diverso. Il gap tra i due campi ora non è più colmabile».

E per lei non è triste che la libertà di espressione e la democrazia non siano una priorità per alcuni?

«Quello che per loro conta è la stabilità economica. Ma la democrazia non è qualcosa che può essere posposto o cui rinunciare. Non possiamo abbandonarla».

Il kamikaze che ha ucciso 10 turisti tedeschi a Istanbul, è un messaggio dell’Is a Erdogan, accusato da molti osservatori di avere dato corda per anni ai jihadisti? Come risponderà ora la Turchia?

«I politici sono stati troppo lenti nel comprendere quale grave pericolo costituisse il cosiddetto Stato Islamico. Per un po’ la gente ha pensato che fosse un problema in un posto lontano. Poi hanno visto che cominciavano a reclutare giovani in Turchia. Oggi è una situazione allarmante. Nella città di Suruc, poi ad Ankara, ora a Sultanahmet… Gente innocente è stata macellata. E i media non possono scriverne ampiamente, perché per lo più vengono silenziati».

La sua opinione sulla questione curda? Un problema di terrorismo, come dice il governo, o di democrazia?

«Quella che chiamiamo “questione curda” è un problema importante, che non può essere risolto con le armi. È una questione storica, politica, sociale e culturale, prima di tutto. Ha lasciato sul campo 40.000 morti. Dopo tutte queste vittime e questi anni, abbiamo imparato qualcosa?».

Per lei?

«Temo di no. E ho paura che stiamo andando indietro. Facciamo ancora vecchi errori. Quello di cui abbiamo urgente bisogno, invece, è la pace. Quello che ci vuole è la coesistenza e la democrazia. Ma chi la chiede viene punito o linciato. La violenza deve finire».

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