Professionisti ma impoveriti: a Roma gli Ordini in piazza per l’ equo compenso

Ventimila lavoratori autonomi degli ordini professionali in corteo per l’equità retributiva, previdenziale e fiscale

roberto ciccarelli, il manifesto • 14/5/2017 • Lavoro, economia & finanza • 526 Viste

Quinto Stato.  «La classe politica ci ha traditi. Da Bersani a Monti le liberalizzazioni portano precarietà»

ROMA. Ventimila avvocati, architetti, ingegneri, medici e dentisti, geometri, geologi, veterinari, commercialisti e giornalisti hanno sfilato ieri da piazza della Repubblica a piazza San Giovanni a Roma in rappresentanza dei 140 tra ordini, associazioni e sindacati aderenti alla piattaforma «Noi professionisti» per il giusto compenso. Una presenza inconsueta nelle piazze italiane, ma indicativa della crisi che ha aggredito il ceto medio impoverito che oggi sopravvive con redditi proletari, soffre della perdita dello status professionale e per la crisi del senso delle professioni intellettuali.

Il corteo non è stato il prodotto di una fiammata improvvisa. Organizzato dagli ordini romani degli avvocati, architetti e ingegneri, e da quello degli avvocati di Napoli, è stata la risposta alla liberalizzazione delle professioni voluta da Bersani, quando faceva il ministro dello sviluppo nel governo Prodi nel 2007, e alla riforma Monti-Fornero del 2012 che ha abolito le tariffe minime. Un uno-due da Ko che ha fatto esplodere le diseguaglianze tra le partite Iva affluenti e quelle proletarizzate, introducendo nel mercato delle professioni l’uberizzazione delle prestazioni: oggi si vendono pacchetti medici o consulenze su groupon, mentre i giornalisti freelance o gli ausiliari della giustizia sono pagati 4 euro al pezzo o all’ora. La deregolamentazione selvaggia, il peso insostenibile dei contributi previdenziali e la crisi del mercato hanno fatto crollare i redditi Dal 2007 al 2014 solo le professioni tecniche hanno perso il 22% del reddito, mentre i due terzi dei 122.414 avvocati hanno redditi da 10 mila euro lordi annui. I più colpiti sono i professionisti individuali, giovani e meno giovani. E lo sono anche gli ordini professionali, e le loro casse previdenziali. In prospettiva la crisi economica degli iscritti farà esplodere i conti, eliminando la possibilità di una pensione. Nella stessa condizione si trova il lavoro freelance, il precariato diffuso e il lavoro indipendente: il pluriverso del Quinto stato.

Di questa condizione sociale l’iniziativa di ieri ha restituito una parte. Rispetto ai 2.700 ordini territoriali, senza contare tutte le altre rappresentanze del lavoro autonomo, le 140 sigle aderenti che hanno aderito al corteo sono una minoranza. Ma sono il sintomo di un fenomeno più largo. L’assenza di una cultura politica e sindacale, originariamente basate sulla rappresentanza del lavoro dipendente o su un approccio liberista, sta spingendo le rappresentanze ordinistiche a fare politica. Un modello che potrebbe risultare insufficiente, considerata la degenerazione della situazione e la difficoltà degli ordini a sganciarsi dai blocchi di potere e dalle corporazioni. Ma è un fatto che la crisi abbia scavato tanto a fondo da spingere questa avanguardia a rivendicare equità retributiva, previdenziale e fiscale, oltre che uno statuto del lavoro autonomo.

Gli effetti epocali di questa crisi insidiano anche la mentalità del «professionalismo borghese» che ha ispirato la scelta delle parole d’ordine del corteo e l’impostazione della manifestazione. Tra l’Esquilino e San Giovanni più volte sono tornate espressioni come «dignità», «rispetto» e «qualità». Concetti che rispondono a una delle caratteristiche della cultura del lavoro autonomo, e in particolare di quello delle professioni liberali. Sono ispirate alla cultura umanistica e civica che, insieme a quella cortigiana e borghese, ispira la deontologia e giustifica l’esistenza degli ordini professionali. I promotori del corteo considerano il professionista un lavoratore, e non un’impresa, che offre un servizio intellettuale alla cittadinanza sulla base di un sapere. Se non è pagato, svende le sue competenze, o aumenta il suo onorario per pagare le tasse sopra ogni limite danneggia tanto il cittadino, quanto la sua «dignità». Quello economico è un aspetto importante, quanto il profilo morale del professionista. L’equilibrio è difficile da mantenere. Da qui l’attenzione a non essere troppo «rivendicativi» e l’insistenza sull’utilità pubblica del loro servizio deprezzato.

Per il lavoro autonomo ordinistico il Ddl sul lavoro autonomo, approvato il 10 maggio, non è risolutivo. Il provvedimento ha riconosciuto malattia e maternità per gli iscritti alla gestione separata dell’Inps, ma non l’equo compenso, il sostegno al reddito e norme sull’equità previdenziale per tutte le partite Iva. Un’apertura limitata, ma significativa, che può avere convinto i promotori del corteo romano ad avanzare due proposte: una legge sulle professioni intellettuali e una sul «giusto compenso». Quest’ultima richiesta è basata su una sentenza dell’8 dicembre 2016 della corte di giustizia europea secondo la quale i minimi tariffari inderogabili sono legittimi e compatibili con la normativa europea.

Sarebbe così caduto l’alibi «Ce lo chiede l’Europa» usato da Bersani o da Monti per «liberalizzare» le professioni. «Una scelta scellerata quella di abolire i minimi. La classe politica ci ha traditi. Ha fatto gli interessi delle banche e dei grandi studi, mentre noi lavoriamo in ristrettezze e i giovani emigrano» è stato detto nei comizi in piazza San Giovanni. I politici, di destra e di sinistra, che ieri hanno solidarizzato con il corteo, hanno fatto buon viso a cattivo gioco. Entrambi sono stati al governo e, quando non hanno adottato le leggi, nulla hanno fatto per evitarne le conseguenze. In tempo di populismo, meglio dare ragione a tutti.

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