«Mosul liberata». La dubbia vittoria dei generali iracheni

Celebrano tra le macerie i militari iracheni che per quasi nove mesi hanno combattuto i jihadisti dell’Isis per le strade della seconda città del Paese. Ieri il premier Haider al Abadi è arrivato in elicottero direttamente da Bagdad per congratularsi personalmente con le forze armate e la popolazione per la «vittoria». Un discorso che, a [&hellip

Lorenzo Cremonesi • 10/7/2017 • Guerre, Armi & Terrorismi • 523 Viste

Celebrano tra le macerie i militari iracheni che per quasi nove mesi hanno combattuto i jihadisti dell’Isis per le strade della seconda città del Paese. Ieri il premier Haider al Abadi è arrivato in elicottero direttamente da Bagdad per congratularsi personalmente con le forze armate e la popolazione per la «vittoria». Un discorso che, a onore del vero, sperava di pronunciare già a dicembre. Il 17 ottobre scorso, giornata di inizio delle operazioni per la liberazione di Mosul, prometteva a destra e a manca che la guerra sarebbe finita entro il Capodanno 2016. Dopo quella data, ogni settimana in più appariva come una debolezza, quasi una sconfitta, tanto che la coalizione internazionale guidata dagli americani dovette intervenire massicciamente per cercare di accorciare i tempi. Oggi, quasi nove mesi dopo, non si poteva più attendere, troppe volte il discorso della vittoria era stato rinviato. Così, per l’Iraq e per coloro che vogliano stare a sentire nel mondo, da ieri Mosul è ufficialmente «libera» dall’Isis piegato e sconfitto tra la polvere e le rovine.

Ma per chiunque abbia seguito anche soltanto distrattamente le tappe più recenti della storia irachena è ovvio che unicamente i dati concreti potranno eventualmente confermare le immagini trasmesse dai media di Bagdad, con i generali sorridenti, il premier che dispensa abbracci, i soldati che ballano e cantano sparando in aria, i discorsi grondanti retorica sull’unità ritrovata del Paese.

E sono tanti i particolari che non concordano. Primo tra tutti il fatto che, comunque, a Mosul ancora ieri sera si sentivano spari. Le truppe scelte devono ancora battere i nidi di resistenza di Isis in una zona profonda circa 300 metri tra le macerie della moschea Al Nuri e il Tigri, ampia due chilometri quadrati, dove tra i 150 e 200 irriducibili sono tutt’ora nascosti, trincerati nelle loro tane, mischiati alla popolazione, pronti a farsi saltare in aria se scoperti. In secondo luogo, l’Isis perde la sua capitale irachena, ma si riorganizza a Tal Afar e nelle decine di villaggi sulle strade e tratturi che portano a ovest verso il confine con la Siria. Nelle prossime settimane ci saranno senza dubbio nuovi combattimenti. L’Isis cambierà tattiche. Una volta persa la dimensione statuale e il controllo territoriale strutturato guadagnati dopo le vittorie e la presa di Mosul nel giugno 2014, ricorrerà alle tecniche della guerriglia tradizionale, con agguati «mordi e fuggi», assassinii mirati, posti di blocco volanti.

C’è inoltre un aspetto ancora più complicato che riguarda l’urgente necessità di trovare una risposta politica e sociale alle ragioni profonde che hanno condotto una parte consistente della minoranza sunnita irachena a sostenere prima Al Qaeda, dopo l’invasione americana che condusse alla caduta dal regime di Saddam nel 2003, e poi lo stesso Isis.

Riuscirà il governo sciita di Al Abadi a porre fine alla metodica persecuzione dei sunniti, al loro recente status di paria, alla loro estraneazione dai centri di potere nazionali? Molto lascia credere che la risposta resti negativa. Lo provano negli ultimi mesi i crescenti indizi di violenze da parte dei soldati e delle milizie sciite nei confronti dei sunniti. A Mosul ovest fonti vicine alla Croce Rossa Internazionale segnalano adesso la creazione di almeno quattro centri di detenzione da parte dell’esercito. «Sino ad alcune settimane fa le truppe di Bagdad controllavano e registravano gli sfollati in fuga dai quartieri colpiti dai bombardamento e poi li indirizzavano nei campi di tende fuori città. Ma ora considerano quelli che sono rimasti nelle loro case nel cuore della cittadella medioevale nelle zone occidentali come se fossero tutti militanti dell’Isis. Pare siano oltre 20.000 civili. Nessuno può più uscire. Vanno controllati e rieducati in loco», spiega un operatore umanitario europeo che da anni è attivo sul campo.

La carta della ricostruzione è tutta da giocare. Circa un milione sul milione e mezzo di abitanti sono registrati come sfollati. Manca un censimento dei morti e feriti. I miliardi di euro necessari per rimettere in piedi le strutture pubbliche fondamentali a Mosul appaiono poca cosa rispetto alla necessità di porre fine alle tensioni etnico-religiose. Le sfide che attendono l’Iraq restano immense.

FONTE: Lorenzo Cremonesi, CORRIERE DELLA SERA

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