Susan George, del Transnational Institute: un’altra economia è possibile

INCONTRI. Intervista con Susan George, intellettuale influente e presidente del Transnational Institute di Amsterdam

Claudia Bruno • 25/10/2017 • Copertina, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 565 Viste

«La libertà delle donne è sicuramente uno degli antidoti ai fondamentalismi, e il diritto all’educazione è alla base di questa libertà». Sono le parole di Susan George, di recente venuta in visita in Italia (per il convegno romano su Libertà delle donne nel XXI secolo), che prosegue: «se le donne potessero partecipare pienamente alla vita pubblica, l’economia mondiale conterebbe su 9 trilioni di dollari in più; ogni paese che restringe la libertà delle donne fa un grave errore in termini di produttività, economia e potenzialità di scambi».

ATTUALMENTE alla presidenza del Transnational Institute di Amsterdam e presidente onoraria di Attac-France, l’Associazione per la tassazione delle transazioni finanziarie di cui in passato è stata vicepresidente, Susan George non ama essere definita un’economista ma si ritiene una scienziata sociale. Più che ottantenne, quella che avanza verso di noi con piglio sicuro è una signora alta e autorevole, un trolley al seguito e una mano a impugnare un bastone, appena scesa da un volo partito da Parigi, città dove si è trasferita dagli Stati Uniti e dove oggi vive. Tre figli e quattro nipoti non le hanno impedito di diventare una delle intellettuali più attive nel contrasto alle ingiustizie sociali generate dall’economia del nostro secolo.
«Sono stata fortunata» confida nel corso della nostra intervista «ho avuto un padre che pensava che le donne dovessero fare tutto quello che volevano, per me era normale pensare alle donne come persone che fanno sport, che sono intelligenti. Per questo ci ho messo molto a comprendere il femminismo, perché da quella che era stata la mia esperienza non riuscivo a capirlo, l’ho compreso dopo. Ci sono questioni che oggi riguardano tutti ma che hanno un impatto specifico sulle donne. E sono tre grandi problemi: la globalizzazione, le diseguaglianze, il cambiamento climatico».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TUTTAVIA, OGGI non ha più senso parlare di «donne» come fossero un blocco unico, bisogna tenere in conto le intersezioni: «l’impatto cambia in base alla classe, alla situazione matrimoniale, al fatto che una donna è sola o con figli, alla posizione geografica e alle leggi dei singoli paesi». Quanto agli obiettivi per uno sviluppo sostenibile tracciati dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, è un bene che ci siano, spiega George ma «il problema è che i burocrati non credono abbastanza nelle conoscenze locali, nei saperi delle comunità».Nei paesi più poveri spesso sono proprio le donne a conoscere i sistemi agricoli e idrici dei territori, ad auto-organizzarsi per far fronte alla carenza di cibo e acqua. «Il primo passo verso un’economia che sia sostenibile dovrebbe proprio essere che i governi si interessino direttamente a livello locale, che siano in grado di comunicare con le comunità, per capire cosa già è in atto e cosa manca. Le persone non sanno tutto ma sanno abbastanza per essere tenute in considerazione nell’attuazione di questo tipo di politiche» ricorda George.
Nel suo libro più recente – Shadow sovereigns, uscito a giugno 2015, l’ultimo di diciassette titoli tradotti in diverse lingue dagli anni ’60 a oggi – racconta lo smantellamento in corso del concetto di bene comune smascherando il potere delle élite commerciali e delle corporation globali che all’ombra dei governi esercitano un controllo sempre più serrato sulle leggi che riguardano il lavoro, la finanza, la sanità pubblica, il cibo.

QUALCOSA CHE VALE anche per il commercio internazionale, nella nostra intervista George riporta la vicenda del trattato di libero scambio fra Europa e Stati Uniti (Transatlantic Trade and Investment Partnership, TTIP) e di quello fra Europa e Canada (il Comprehensive Economic Trade Agreement, CETA). «Abbiamo chiesto all’Europa che i cittadini avessero voce in capitolo attraverso una petizione ufficiale, per cui di solito l’Unione europea chiede di raccogliere 1milione di voti da almeno 7 paesi diversi, e di raggiungere una quota di votanti all’interno di ogni paese (65mila in Germania, 55mila in Francia, ecc.). E ci hanno detto di no. Allora abbiamo fatto da soli, con una petizione di iniziativa cittadina che seguiva esattamente le regole europee.

Invece di raggiungere la quota di 1milione di votanti da 7 paesi abbiamo raggiunto 3,4milioni di votanti da 23 diversi paesi. Solo Cipro, Malta e i tre paesi baltici Estonia, Lituania e Lettonia non hanno raggiunto le loro quote. Tre mesi fa la Corte di giustizia europea, con due anni di ritardo, ha detto alla Commissione europea che avrebbero dovuto accettare questa richiesta, perché si trattava di una richiesta perfettamente legittima per un dibattito altrettanto legittimo. Abbiamo bisogno di più democrazia in Europa» si accende George, che insieme a Saskia Sassen e altri, fa parte del Movimento per la democrazia in Europa. «Quello della crisi greca è stato un momento terribile» racconta, «quando Varoufakis ha partecipato ai primi incontri con l’Unione europea, nessuna delle persone sedute a quei tavoli, a parte lui, era stata eletta. Che tipo di democrazia è questa?»

FONTE: Claudia Bruno, IL MANIFESTO,

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