Edward Snowden contro Mr. Facebook «E poi il criminale sono io»

L’audizione al Congresso. Gli avvocati per le libertà digitali: «Una volta raccolti non c’è modo di proteggere i dati»

Marina Catucci • 13/4/2018 • Libertà & Nuovi diritti, Scienze & Tecnologie • 477 Viste

Durante i due giorni che hanno visto il Congresso «interrogare» Mike Zuckerberg, milioni di persone sono state incollate alla diretta di questo fuoco di fila di domande più o meno precise e di risposte più o meno vaghe.

PER GLI OSSERVATORI è stato chiaro il divario tra le due udienze; durante quella del Senato era palpabile la scarsa conoscenza dell’argomento da parte dei senatori, e l’atteggiamento più deferente verso l’interrogato, capace di regalare un’impressione finale ben riassunta da Dan Pfeiffer, ex consulente senior di Obama: «Sarebbe bello vedere Zuckerberg interrogato da persone che sanno come funziona Facebook».

Non è andata così quando l’audizione si è spostata alla Camera, e i deputati hanno ripetutamente interrotto e rimproverato Zuckerberg, richiedendo risposte secche che mettevano in difficoltà il Ceo.
Le impressioni e i commenti che questo secondo e ben più incisivo round di domande hanno generato negli osservatori, si sono concentrate sulla constatazione di come il «problema» non sia per forza legato solo a Facebook, ma a ogni azienda digitale che in qualche modo produce una versione di questo tipo di sistema; l’ha fatto notare Kevin Roose, commentatore di aspetti tecnologici del New York Times. «Questo è un piccolo esempio di una sorta di decisione che si accumula nel tempo e passa inosservata fino a quando succede qualcosa di brutto – ha scritto Roose – È successo qualcosa di brutto, quindi ora ne stiamo parlando. Ma a Facebook non sono finiti a costruire macchine di sorveglianza per sbaglio. È stato un insieme consapevole di scelte che hanno fatto ed erano orgogliosi di aver fatto, fino a poco tempo fa».

LE MAGGIORI CRITICHE a Zuckerberg sono arrivate dalle Electronic Frontier Foundation, Eff, e da Edward Snowden, che su di un’altra piattaforma, quella di Twitter, hanno commentato l’udienza.

Le Eff, organizzazione no profit di avvocati e legali per la tutela dei diritti e delle libertà digitali, hanno fatto notare che non si tratta solo di Cambridge Analytica: «Questo non è probabilmente un incidente isolato perché questo modello (di pubblicità basata sulla sorveglianza ndr) persista, entrambe le parti del patto devono conoscere la posta in gioco»; in altri momenti hanno smascherato contraddizioni che il Congresso non ha notato, come quando Zuckerberg ha sottolineato che diversi movimenti di attivisti hanno avuto inizio su Facebook; Eff ha subito sottolineato che in realtà «Facebook ha una storia di censura di movimenti politici e di altri attivisti in tutto il mondo»o – riportando l’audizione su un piano pragmatico – «La cosa più evidente che Facebook ancora non sta dicendo è: ‘Da ora in poi raccoglieremo meno dati su di te’. Perché una volta che i dati sono stati raccolti non c’è mai un modo per renderli sicuri».

EDWARD SNOWDEN è stato ancora più duro: «Nel caso vi stiate chiedendo perché il Congresso tratti l’amministratore delegato di Facebook come un vecchio amico piuttosto che metterlo alle strette (non hanno nemmeno richiesto che prestasse giuramento): qua c’è la risposta» e ha linkato un articolo del quotidiano mainstream Usa Today dove si dettagliavano i finanziamenti di Facebook alle campagne elettorali dei rappresentanti del Congresso che hanno interrogato Zuckerberg.
E quando Alan Rappeport, giornalista di politica economica per il New York Times ha fatto notare che «Zuckerberg non è in grado di dare una risposta diretta se Facebook ha traccia delle attività di navigazione dopo che gli utenti si sono scollegati», il commento un po’ sconsolato di Snowden è stato: «E poi dicono che il criminale sono io».

FONTE: Marina Catucci, IL MANIFESTO

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