Ricorso alla Corte europea: «Responsabilità italiana nei respingimenti in Libia»

Diciassette sopravvissuti al naufragio del 6 novembre scorso fanno ricorso alla Cedu

Liana Vita • 9/5/2018 • Diritti umani & Discriminazioni, Europa, Immigrati & Rifugiati • 509 Viste

Alcune immagini avevano già fatto il giro del mondo. Fotogrammi durissimi del salvataggio di decine di persone il 6 novembre 2017 da parte dell’Ong Sea Watch e del tentativo di ostacolare le operazioni da parte dalla guardia costiera libica, il tutto coordinato a distanza dal Centro di Coordinamento Marittimo (MRCC) di Roma. Alla fine solo 59 naufraghi sono riusciti quel giorno a salire a bordo della nave della Ong e a raggiungere Pozzallo, mentre altri 47 sono stati recuperati dai libici e riportati nei centri di detenzione. Almeno venti migranti hanno invece perso la vita prima che intervenisse Sea Watch. Ma la ricostruzione accuratissima di quella vicenda che è stata mostrata ieri, in una conferenza stampa svoltasi a Roma, realizzata attraverso le immagini disponibili e le testimonianze di operatori e sopravvissuti dai ricercatori Charles Heller e Lorenzo Pezzani della Forensic Oceanography (università Goldsmith di Londra) permette di cogliere dettagli che lasciano poco margine ai dubbi sulle reali responsabilità di quanto accaduto. Oltre alla violenza dei libici sui migranti recuperati e allo strazio per le persone che annegano, un aspetto appare evidente: l’equipaggio della motovedetta libica che pretende di avere il controllo delle operazioni – una delle quattro consegnate dal ministro dell’Interno italiano a Tripoli un anno fa – appare del tutto incapace di intervenire per portare in salvo le persone. E ancora più inquietante è la scena della motovedetta libica che riparte con foga noncurante dell’uomo in mare appeso alle scalette e nonostante Sea Watch e un elicottero militare italiano intimino l’alt.

I ricercatori hanno sottolineato come di quell’equipaggio facciano parte alcune delle persone addestrate dai militari italiani ed europei, come riportato in un rapporto della missione Eunavformed. Un altro tassello della collaborazione della guardia costiera libica con le forze militari italiane ed europee nella strategia di controllo dei flussi di migranti dalla Libia. Il video si chiude con un aggiornamento sui sopravvissuti di cui sono state raccolte le testimonianze: i quarantasette respinti in Libia sono stati rinchiusi nel centro di Tajura, con centinaia di altre persone, in condizioni disumane. Alcuni di loro sono riusciti a fuggire, altri rimpatriati nel paese di origine, altri ancora venduti e torturati in attesa di soldi dalla famiglia.

Diciassette dei migranti sopravvissuti quel giorno – di cui quindici si trovano in Italia, due in Nigeria tornati dalla Libia – portano ora le loro testimonianze davanti alla Corte europea dei diritti umani, seguiti dagli avvocati dell’Asgi e di Global Legal Action Network, e accusano l’Italia di essere di fatto responsabile, attraverso la collaborazione tecnico-operativa con i libici, di quanto è accaduto in mare e successivamente nei centri di detenzione e di aver di fatto violato la Convenzione europea. Tornano i punti della condanna della Cedu all’Italia del 2012 per il caso Hirsi: tra gli altri, violazione degli articoli 3 e 4 della Convenzione perché i ricorrenti sono stati riportati in Libia benché fosse noto che lì corressero il rischio di subire torture, trattamenti inumani e di finire in schiavitù, contro il principio di non-refoulement. Questo il quadro tracciato dalle legali Loredana Leo e Violeta Moreno Lax nella ricostruzione del pieno coinvolgimento italiano nelle operazioni di contenimento dei flussi verso le nostre coste attraverso i libici coordinati dall’MRCC di Roma e dalle navi militari di stanza a Tripoli. «Strategia del resto annunciata nel memorandum firmato dal governo italiano con Serraji nel febbraio 2017», hanno sottolineato.

Da quel 6 novembre sono stati sempre più numerosi gli interventi della guardia costiera libica al di fuori delle proprie acque territoriali, coordinati da Roma, e sempre più frequenti le situazioni critiche per gli operatori umanitari impegnati nei soccorsi in mare.

FONTE: Liana Vita, IL MANIFESTO

Articoli correlati

5 per mille

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »

Pin It on Pinterest

Share This