Chi sono i rider, pagati 4 euro a consegna

Si sono costituiti in sindacato per una paga minima oraria. La promessa di Di Maio

Enrico Marro • 11/6/2018 • Lavoro, economia & finanza, Studi, Rapporti & Statistiche • 166 Viste

ROMA Le imprese che gestiscono le piattaforme on line per la consegna del cibo a domicilio e i sindacati dei ciclofattorini (rider, in inglese) sono in attesa della convocazione di Luigi Di Maio. Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo ha voluto inaugurare il suo mandato ricevendo, una settimana fa, una delegazione del sindacato dei rider costituitosi sul web. Alla quale ha promesso un nuovo incontro per questa settimana, spiegando che vuole allargare il confronto alle imprese e a Cgil, Cisl e Uil. E soprattutto ha annunciato il salario minimo orario per legge. Le principali imprese del settore, o meglio, le divisioni italiane delle multinazionali (Deliveroo, Foodora, Just eat, eccetera) hanno immediatamente tirato su le antenne. Nei giorni scorsi i vertici di alcune di esse sono andati a Roma per incontrare lo staff di Di Maio.

A preoccupare le aziende è la prospettiva di un salario minimo troppo alto. Per esempio, i 9 euro l’ora di cui ha parlato il leghista Alberto Brambilla, sopratutto se fossero netti, sarebbero difficilmente sostenibili, secondo le piattaforme. Oggi i circa 6 mila rider vedono variare la loro retribuzione in base al numero di consegne che riescono a fare: in un’ora difficilmente se ne fanno più di due, due e mezzo, per una paga netta che varia, secondo le compagnie da 3,5-4 euro a 8-9 euro l’ora. Ecco perché i vari operatori, con accenti diversi, mostrano grande disponibilità sul terreno delle tutele di base da garantire ai ciclofattorini (assicurazione antinfortunistica, malattia, eccetera), sottolineando però che va preservata la flessibilità contrattuale e retributiva tipica di questo lavoro.

In effetti le prime ricerche sui ciclofattorini, svolte dalle stesse piattaforme di consegna a domicilio (food delivery), giungono tutte alla conclusione che si tratta di lavoretti, svolti in gran parte, anche se non esclusivamente, da giovani, che lo fanno per scelta e per un periodo limitato, spesso di qualche mese. Foodora Italia, la branca della multinazionale tedesca che da qualche anno opera in Italia (finora a Milano, Torino, Roma e Firenze, ma che presto sbarcherà in altre città) ha distribuito lo scorso aprile un questionario anonimo ai propri rider. Dalle risposte emerge l’identikit: giovane, maschio, molto spesso studente che riempie con le consegne a domicilio parte del tempo libero, guadagnando per ogni consegna 4 euro lordi, cioè comprensivi dei contributi Inps e Inail (il netto è di circa 3,6 euro), perché Foodora applica loro il contratto co.co.co. che prevede appunto i contributi e una serie di tutele (infortuni, maternità, malattia) di cui l’amministratore delegato, Gianluca Cocco, 31 anni, è orgoglioso.

L’86% dei rider di Foodora ha meno di 35 anni; quasi la metà sono studenti; il 90% uomini; il 75% lavora per meno di 25 ore a settimana; il 23% ha un altro lavoro; il 24% sono disoccupati. C’è anche un 1,5% di pensionati. Più del 50% dice di lavorare per Foodora perché vuole un’attività da organizzare a piacimento; circa un terzo perché ha bisogno di arrotondare; il 30% lavora per Foodora da meno di un mese, solo il 2% da più di due anni. La possibilità di lavorare quando si vuole e le relazioni coi clienti e gli altri rider sono i fattori più apprezzati. C’è anche una minoranza di specialisti della consegna: un 25% di rider Foodora che lavora anche per altre piattaforme: sullo stesso percorso riesce a così a incrociare più consegne e massimizza i guadagni, fermo restando che il lavoro si concentra in alcune fasce, all’ora di pranzo e soprattutto di cena. Ma c’è anche un 5% che fa le consegne con la bici perché non ha trovato altro.

Secondo Cocco, l’identikit dei rider dimostra che la priorità è stabilire «norme uniformi per tutti gli operatori del settore», fissando diritti minimi obbligatori per i lavoratori, in particolare i contributi Inps e Inail. Oggi non ci sono regole, si va dalle collaborazioni occasionali alle partite Iva ai co.co.co, con tutele e costi diversi. Le regole, dice Cocco, dovrebbe essere non solo uniformi ma valide su tutto il territorio. Per questo Foodora, ma anche gli altri grandi operatori, non hanno partecipato all’accordo tra il comune di Bologna, Riders Union, Cgil, Cisl e Uil e le piattaforme Sgnam e MyMenu che prevede tra l’altro un «salario orario equo in linea con i contratti collettivi nazionali di riferimento». Il presidente del Lazio, Nicola Zingaretti, ha promesso una legge regionale per i rider. E i deputati del Pd hanno presentato un’interpellanza al ministro del Lavoro chiedendo una regolamentazione del settore. Ora la parola passa a Di Maio.

FONTE: Enrico Marro, CORRIERE DELLA SERA

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