Monsanto condannata a risarcire malato terminale, erbicida cancerogeno

Un tribunale di San Francisco condanna la multinazionale a risarcire un giardiniere che per anni ha usato il Roundup. A Dewayne Johnson, 46 anni, affetto da un tumore incurabile, andranno 289 milioni di dollari

Luca Celada * • 12/8/2018 • Ambiente, Territorio e Beni comuni • 175 Viste

È la prima causa aggiudicata sugli effetti del prodotto a base di glifosato

Un tribunale di San Francisco ha ordinato alla Monsanto di risarcire 289 milioni di dollari per avere provocato un tumore ad un uomo impiegato come custode giardiniere da un distretto scolastico della Bay Area. La giuria ha ritenuto che l’uso quotidiano di erbicida che DeWayne Lee Johnson, di 46 anni, era tenuto a fare nell’esercizio delle sue mansioni ha contribuito al linfoma non Hodgkins che ha contratto.

LA SENTENZA ha un peso enorme per l’entità del risarcimento e soprattutto perché rappresenta la prima causa aggiudicata sugli effetti carcinogeni del Roundup, il marchio con cui il colosso chimico Monsanto commercializza erbicidi a base di glifosato. Il composto, sviluppato dai laboratori Monsanto negli anni ’70 (ma dal 2001 il brevetto è libero), è il più diffuso erbicida al mondo, usato in agricoltura industriale e venduto in vivai di tutto il mondo per giardinaggio privato.

I prodotti a base di glifosato sono anche la chiave del monopolio agro industriale coltivato dalla Monsanto, particolarmente dopo lo sviluppo di sementi Ogm messe a punto per incrementare la resistenza ai veleni. I semi «roundup ready» (Rr), introdotti dal 1996 a partire dalla soia, contengono il gene modificato da un batterio che favorisce la resistenza delle coltivazioni ai glifosati permettendo applicazioni molto più abbondanti senza danni per il raccolto. Le piante «roundup ready» brevettate dal gigante agrochimico sono anche sterili e quindi i coltivatori sono obbligati ad acquistare di volta in volta nuovi semi dalla Monsanto che è nota per difendere aggressivamente i propri sementi dall’uso non autorizzato. La strategia capestro permette alla multinazionale, passata da quest’anno ad essere divisione della Bayer, di realizzare enormi profitti sia dalle vendite degli erbicidi che dalle sementi resistenti.

LA POLITICA, supportata da una capillare azione di lobbying e marketing (nel ’96 lo stato di New York ordinò alla società di rimuovere spot che definivano il Roundup «più sicuro del sale») ha prodotto una diffusione rapidissima dei glifosati e degli Ogm compatibili, impiegati oggi in Usa dal 90% dei coltivatori di soia, granturco, cotone e canola. Si stima che ad oggi gli agricoltori americani abbiano applicato 1,8 milioni di tonnellate di glifosati. Gli erbicidi hanno trovato anche applicazioni «geopolitiche», usati ad esempio dal governo Usa per eradicare coltivazioni di coca in Colombia, spruzzati da velivoli (la Colombia ne ha vietato l’uso nel 2015) .

DI PARI PASSO col successo monopolistico della Monsanto sono cresciute le preoccupazioni sugli effetti dei glifosati sulla salute pubblica. Mentre la Monsanto ha sempre assicurato la sicurezza del proprio prodotto per uomini e animali, i pareri degli esperti sono molto meno unanimi. Le agenzie governative, Epa (protezione ambientale) negli Stati Uniti ed Efsa (autorità europea per la sicurezza alimentare) hanno per la maggiore confermato la non tossicità dei prodotti col dubbio però di avere basato i risultati in gran parte su dati forniti dalla stessa multinazionale. Un’indagine indipendente della International Agency for Research on Cancer ha stabilito invece nel 2015 che la sostanza sia un «probabile cancerogeno per l’uomo». Di fatto al di la di alcuni divieti come quelli dello Sri Lanka e del El Salvador (e quello olandese per l’uso domestico) non vi sono state restrizioni importanti all’uso di glifosati.

Da cui l’importanza dalla sentenza di San Francisco che sancisce per la prima volta un nesso legale fra Roundup e cancro nell’uomo. L’agenzia si salute ambientale della California, dove sono impiegati massicciamente nel settore agricolo, classifica le sostanze come «probabili carcinogeni», e vi sono molte centinaia di casi analoghi pronti a venire aggiudicati in tribunale.

SI PROFILA INSOMMA da un lato un iter che potrebbe ricordare quello della lotta alle sigarette, e dall’altro un nuovo scontro fra organi giuridici e agenzie federali, destinato a replicare quello in atto più generalmente sulla questione dell’ambiente.

La Epa di amministrazione Trump, che funziona ormai come camera di commercio per l’industria, ha annunciato il mese scorso che intende togliere alla California la facoltà di imporre norme autonome sulle emissioni di CO2 e sulla qualità atmosferica. Intanto, sempre questa settimana, un altro tribunale di San Francisco ha decretato che la Epa ha messo a repentaglio la salute pubblica autorizzando la commercializzazione del pesticida chlorpyrifos, con provate correlazioni all’inibizione dello sviluppo nei bambini.

* Fonte: Luca Celada, IL MANIFESTO

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