Turchia. La Erdogan Economy: accentramento e familismo

Dopo 15 anni la Tigre anatolica ha gli artigli spuntati: il reìs si è appropriato del «tesoro», di aziende, informazioni e appalti. Ecco perché un attacco dei mercati alla lira turca è politico prima che economico

Alberto Negri * • 14/8/2018 • Internazionale, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 208 Viste

Come funziona la «Erdogan Economy» e perché questa crisi oltre che finanziaria sarà anche politica? Fino all’ascesa dell’Akp nel 2002 la Turchia è stata dominata dai laici e dai golpe dei militari, poi è toccato ai tradizionalisti e ai religiosi.

L’intuizione di Erdogan è stata quella di dare rappresentanza politica alla Turchia conservatrice e tradizionalista rimasta per decenni ai margini e diventata protagonista dell’economia con le famose Tigri anatoliche, le piccole e medie imprese esportatrici, il motore del boom economico ma anche quelle più indebitate.

C’è poco da scherzare oggi con il debito delle aziende turche: è quasi tutto a breve e coinvolge le banche europee fino al collo, spagnole tedesche, inglesi e italiane. Debiti in dollari ed euro che con la drastica caduta della lira turca costano sempre di più.

Erdogan sin dal 2013, l’anno delle grandi manifestazioni di Gezi Park, ha cominciato a tuonare contro le agenzie di rating e la «lobby dei tassi interesse». Già allora la lira era sotto pressione sul dollaro e l’euro.

Ma il reìs non ha mai voluto aumentare i tassi mettendo sotto stretto controllo la Banca centrale. Servivano soldi per la liquidità delle imprese, per finanziare i grandi lavori e i crediti facili destinati ad aumentare i consumi della popolazione: questa è la ricetta – almeno così è stato finora – del decantato boom economico.

È questa formula che ha consentito a Erdogan di continuare a riscuotere consensi fino a diventare presidente con pieni poteri. Ma prima o poi i nodi vengono al pettine. Le autorità turche, pur avendo allargato la liquidità agli istituti di credito in difficoltà, non sembrano per ora intenzionate ad adottare misure più drastiche, quello che in realtà si aspettano i mercati, ovvero una stretta monetaria per riportare sotto controllo l’inflazione, l’introduzione di controlli ai movimenti di capitale e l’intervento del Fondo monetario internazionale, come avvenne con la crisi del Duemila.

Ma il reìs, a volte gradito ai nostri sovranisti, piace meno alla direttrice del Fondo monetario Christine Lagarde, che gli rimprovera di avere messo il guinzaglio alla Banca centrale. Erdogan, oggi anche sotto sanzioni americane, considera Lagarde una nemica della nazione alla stregua dei curdi.

La realtà è che come ogni raìs mediorientale Erdogan ha messo sotto controllo tutto, l’economia in particolare.
È un aspetto questo un po’ trascurato. Erdogan, dal fallito colpo di stato del 2016, mentre nel paese avvenivano 60mila arresti, ha completato il suo contro-golpe mettendo sotto diretto controllo le maggiori società pubbliche, dalle linee aeree alle telecomunicazioni, alle banche.

La scalata di Erdogan agli «asset» della Turchia è avvenuta quasi nel silenzio, coperta dal clamore delle cronache delle battaglie dell’esercito in Siria e dai suoi scontri con la diplomazia occidentale. Oggi se qualcuno osa toccare gli interessi «nazionali» della Turchia in realtà colpisce direttamente il presidente. Erdogan ha messo le mani sul «tesoro» della Turchia.

Con una mossa a sorpresa ha trasferito le quote di controllo della compagnia aerea Turkish Airlines, della Halkbank, della società petrolifera Tpao e della Turkish Telekom nel Fondo sovrano Swf (Sovereign wealth fund). Il Fondo era stato istituito con una modesta dotazione di 13 milioni di dollari e adesso controlla partecipazioni per miliardi.

È diventato una sorta di «banca» di Erdogan. Dai grandi appalti all’informazione tutto passa dal reìs. La costruzione del terzo aereoporto sul Bosforo è affidata alla Limak e a Kalyon proprietaria della Turkuwaz Medyaa che possiede quattro canali tv, quattro quotidiani (tra cui Sabah), 11 riviste e due portali di notizie.

Il fondatore di Kalyon, Hasan Kalyoncu, strettamente legato a Erdogan, era uno dei personaggi di primo piano dei partiti islamisti e conservatori della Turchia. I legami con la famiglia sono ormai di parentela: la Turkuwaz Madya è diretta da Serat Albayrak, il cui fratello Berat è il genero di Erdogan e ora anche il superministro dell’economia.

Ma come funziona la Erdogan Economy? Il potere politico promuove le grandi opere pubbliche come segnale di straordinaria crescita e sviluppo a costo zero per lo Stato. In realtà è lo Stato a fare da garante e nel caso i progetti, come i ponti e i tunnel sul Bosforo, non raggiungessero gli introiti prestabiliti sarebbe lo Stato a rimborsare le imprese appaltatrici: in poche parole è il cittadino a pagare anche per i pedaggi mai usufruiti.

È la regola dello schema «costruisci-gestisci -cedi». Non solo, i finanziamenti alle aziende costruttrici arrivano in buona parte da banche pubbliche: si tratta di decine di miliardi di dollari. In Turchia sono aperti cantieri per un valore di 40 miliardi di dollari, ma molti rischiano di chiudere se non saranno rifinanziati.

Ecco perché l’attacco dei mercati alla lira turca va oltre le questioni finanziarie: è un attacco diretto al cuore del sistema Erdogan, a un ex bastione della Nato e a un attore protagonista degli equilibri e degli squilibri regionali. La tigre dell’Anatolia comincia a mostrare gli artigli spuntati.

* Fonte: Alberto Negri, IL MANIFESTO

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