In un mondo senza più regole serve un sindacato forte, nuovo e globale

Per uscire dalla crisi il sindacato deve internazionalizzarsi e globalizzarsi. Dal 16° Rapporto Diritti Globali, l’intervista a Fausto Durante a cura di Massimo Franchi

Massimo Franchi • 18/12/2018 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali, Rapporto 2018 • 431 Viste

Per uscire dalla crisi il sindacato deve internazionalizzarsi e globalizzarsi. Solo così potrà rispondere alla pari alle sfide del liberismo, delle multinazionali e della finanza globale, che stanno arrivando a mettere in discussione lo stesso diritto di sciopero Questa la tesi di Fausto Durante, responsabile delle Politiche europee e internazionali della CGIL, secondo cui occorre rimettere ovunque il dialogo sociale al centro dell’idea stessa di democrazia. Così come è necessario che il sindacato europeo diventi un vero soggetto di contrattazione, capace di organizzare scioperi e mobilitazioni unitarie a livello continentale, per andare verso un contratto europeo e uno Statuto del lavoro unificato.

 

Rapporto Diritti Globali: Come arriva il movimento sindacale al Congresso dell’International Trade Union Confederation di Copenaghen?

Fausto Durante: Il Congresso della Confederazione sindacale internazionale, che si svolgerà a Copenaghen dal 2 al 7 dicembre del 2018, cade in un momento di difficoltà e debolezza del movimento dei lavoratori a livello globale. Gli appetiti e gli istinti delle multinazionali e delle forze del neoliberismo alimentano la spinta a considerare il sindacato come un problema. La spinta alla competizione selvaggia fra Stati, fra sistemi economici e fra lavoratori è dunque sempre più forte. Noi arriviamo al Congresso senza aver sufficientemente implementato i tanti temi approvati all’assise di Berlino di quattro anni fa: tra gli altri, il lavoro dignitoso, la catena degli appalti e della fornitura, l’orario di lavoro e la sua redistribuzione, il grande tema delle migrazioni. Per questo, ossia per colmare un certo ritardo e rilanciare l’iniziativa sindacale su scala mondiale, il Congresso di Copenaghen rappresenta l’occasione per aggiornare le nostre analisi e definire un conseguente nuovo piano di azione. Chi, come la CSI, ha la possibilità di sedersi al tavolo con istituzioni globali come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l’Organizzazione del Commercio Internazionale, l’OCSE, la Commissione Europea, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, deve essere in grado di farsi sentire di più, per riuscire a regolare un mondo sempre più senza regole.

 

RDG: Un tema comune a tutte le esperienze sindacali nel mondo è la difficoltà a dover combattere con le esternalizzazioni e la catena degli appalti sfruttata dalle multinazionali in tutto il mondo. Come può reagire a livello globale il sindacato?

FD: Il tema della catena del valore è presente da diversi anni nel dibattito sindacale ed è tornato a essere tenuto molto in conto da parte di diversi governi. Basti pensare che una esponente politica non certo di sinistra come Angela Merkel continua a organizzare seminari con le parti sociali per implementare in Germania il rispetto degli standard globali per i lavoratori. Dopo il caso del Rana Plaza in Bangladesh nel 2013 con la morte di oltre mille lavoratori in condizioni di semi schiavitù qualcosa è migliorato. Il sindacato globale è riuscito a creare un fondo di solidarietà per le vittime e per i familiari, a cui hanno partecipato anche le aziende multinazionali che sfruttavano quei lavoratori. Inoltre, con alcune imprese multinazionali siamo arrivati alla firma di accordi-quadro internazionali secondo i principi definiti dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) e dall’OCSE, che fissano standard minimi per le condizioni di lavoro, i diritti alla contrattazione collettiva e all’associazione sindacale, i salari. Il problema è che purtroppo non sempre le convenzioni dell’ILO vengono ratificate dai singoli Stati: molti Paesi del sud-est asiatico, del centro America e dell’Africa non lo hanno fatto e la mancata ratifica permette alle multinazionali di poter fare il bello e il cattivo tempo. In questa situazione il ruolo del sindacato mondiale è decisivo: serve un lavoro attento di monitoraggio, una pressione diplomatica sui Paesi perché ratifichino le convenzioni, una adeguata capacità di mobilitazione. Nell’ultimo Congresso del sindacato mondiale i documenti e gli appelli per il rispetto di queste convenzioni sono stati approvati con enfasi e solennità, ma poi nei singoli Stati i sindacati non riescono a ottenerne la ratifica, anche perché sinora l’iniziativa di sostegno da parte della CSI non ha prodotto i risultati sperati.

 

RGD: Un altro tratto comune è la distanza del sindacato dai governi e, più in generale, da chi decide le condizioni dei lavoratori. Se in Italia abbiamo avuto a lungo al governo profeti della disintermediazione, nel resto del mondo questa distanza è comunque aumentata. Come invertire la tendenza?

FD: Negli ultimi anni mi sono andato convincendo che la crisi della partecipazione e della democrazia sta accentrando il fenomeno della personalizzazione del potere come unico elemento di legittimazione. D’altro canto, anche nelle democrazie con maggiore tradizione di dialogo sociale, la dialettica dei cosiddetti corpi intermedi coi rispettivi governi è in difficoltà, in qualche caso in crisi. La velocità dei processi di decisione delle multinazionali, nelle quali un singolo manager con un semplice “click” può decidere il destino di migliaia e migliaia di lavoratori, porta a considerare le relazioni industriali come un orpello e un impiccio. È un problema che riguarda tutti i Paesi. Ormai il dialogo sociale viene messo in discussione perfino in quella Scandinavia che ha sempre portato come esempio il proprio peculiare modello di relazioni sociali. In Finlandia c’è stato un profondo attacco al sindacato e alle sue prerogative da parte del governo di centro-destra, con una generale regressione. Anche le ultime elezioni in Svezia hanno prodotto un quadro che indica la medesima direzione. È necessario invertire la tendenza a livello globale, ricollocando il dialogo sociale al centro dell’idea stessa di democrazia, anche perché in sede ILO le multinazionali e perfino alcuni Stati iniziano addirittura a mettere in discussione lo stesso diritto di sciopero.

 

RDG: Una delle pratiche che nel mondo stanno cercando di rispondere ai tempi di decisione ridottissimi è il boicottaggio. Si tratta di uno strumento che sta dando risultati soddisfacenti?

FD: Esperienze di boicottaggio sono state portate avanti negli Stati Uniti contro multinazionali come Walmart e Amazon o coordinate nei confronti di Paesi come il Qatar riguardo ai Mondiali di calcio del 2022 per le condizioni di sfruttamento dei lavoratori che stanno costruendo gli stadi. La pratica del boicottaggio ha pregi e difetti. A livello sindacale ci sono molte resistenze, soprattutto da parte dei sindacati dei Paesi che ospitano le sedi centrali delle multinazionali. Il tema vero è quello di alzare il livello di contrattazione. In Europa la CES, che andrà a Congresso a maggio dopo le elezioni europee, non è un vero soggetto di contrattazione, mentre più ci muoviamo nel contesto globale e più ci rendiamo conto che dovrebbe esserlo. Serve andare verso un contratto europeo e la possibilità di disporre delle tradizionali pratiche e iniziative del sindacato, ad esempio quella di proclamare uno sciopero europeo. Invece, a livello continentale ci troviamo ad avere 28 diverse normative nazionali sui contratti e 28 differenti legislazioni sullo sciopero, oltre che su tutti gli ambiti del lavoro. Serve uno Statuto del Lavoro europeo perché diversamente lo spazio di contrattazione rispetto alle multinazionali è completamente inefficace. Il boicottaggio è un’azione simbolica che può andar bene come protesta. Certo, esiste un problema di cessione di sovranità dei sindacati nazionali verso i livelli continentali e globali: anche noi in Italia siamo stati troppo timidi da questo punto di vista. Se pensiamo a quanta sovranità abbiamo ceduto come Stato alla Commissione Europea, dobbiamo ragionare del fatto che serve fare lo stesso anche verso la CES. Senza progressi in questa direzione, il sindacato europeo manterrebbe solo un ruolo di coordinamento e di rappresentanza, senza capacità di contrattazione. Il processo deve essere lo stesso di quello portata avanti in Italia nei grandi gruppi industriali. Ad esempio, alla FIAT prima del grande accordo del 1971 in ogni stabilimento c’erano salari diversi. La contrattazione di gruppo coordinata ha invece fissato standard uguali migliorando le condizioni dei lavoratori in tutto il Paese. Oggi dobbiamo fare lo stesso con il livello europeo e globale dell’azione sindacale.

 

RDG: Il ritorno dei dazi nel commercio internazionale è tornato prepotentemente alla ribalta. Che ruolo può avere il sindacato in questo contesto?

FD: Sul tema del commercio mondiale la CGIL ha svolto un ruolo meritorio. Siamo stati attivi in tutte le mobilitazioni sugli accordi commerciali come il CETA e il TTIP. E lo abbiamo fatto partendo da alcune considerazioni: la messa in crisi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio dovuta al prevalere degli egoismi nazionali – con una sorta di trumpismo ex ante –, ha prodotto un’assenza di regole che è diventata il principale alleato del liberismo. In questo quadro, i sistemi economici sono in competizione fra loro e il WTO non ha più alcun ruolo. Anche l’Unione Europea si comporta come un super Stato che contratta con gli altri attori internazionali. Se non ci sono regole, la competizione mette in crisi i principi della contrattazione comune, tutto viene sacrificato in nome della libertà di commercio. Non ci dovremo meravigliare poi se avremo supermercati pieni di prodotti simil-italiani: il nostro Paese sarà danneggiato al pari dei lavoratori e delle imprese che operano in questi settori. In più, per noi è inaccettabile il “sistema di protezione degli investimenti” contenuto da molti dei grandi accordi commerciali internazionali nel capitolo riguardante le controversie tra investitori e Stati. Di norma, si prevede la costituzione di tribunali di arbitrato internazionale per garantire che gli investimenti delle imprese non vengano compromessi da atti di governo. È già successo in Egitto quando le multinazionali si sono ribellate all’aumento del salario minimo deciso dal governo dell’ex presidente Mohamed Morsi. E in Costa Rica e Guatemala, quando le multinazionali delle bibite hanno impugnato i provvedimenti governativi per migliorare gli standard di sicurezza per i lavoratori e di salute dei cittadini. Tutto questo è una ulteriore conferma del fatto che il guadagno nel commercio e la remunerazione degli investimenti delle imprese sono al primo posto nelle priorità del governo mondiale. Perfino la Germania si è trovata in questa situazione quando le imprese impegnate nella costruzione di centrali nucleari hanno fatto causa al governo che aveva interrotto la produzione di energia nucleare dopo la tragedia di Fukushima in Giappone. Ci troviamo di fronte a un paradosso inaccettabile: i governi che intervengono per tutelare l’interesse generale dei cittadini devono pagare per avere intaccato interessi di imprese private. Questa logica va bloccata e, a partire dall’Unione Europea, gli interessi dei cittadini devono tornare centrali.

 

RGD: In un mondo globalizzato il sindacato nazionale deve per forza avere una visione più internazionale. In Italia siamo pronti a questo passaggio?

FD: Rispetto alle questioni internazionali c’è una forte unità di azione tra i sindacati confederali italiani. Siamo tutti convinti della necessità di agire unitariamente a livello europeo e internazionale. Lo sforzo è quello di proporre politiche per regolare la globalizzazione selvaggia e ridare centralità ai diritti dei lavoratori. Il fatto che CISL e UIL non abbiano partecipato attivamente alle campagne per lo stop al CETA e al TTIP e non abbiano deciso, come noi della CGIL, di scioperare il 14 novembre 2012 per la giornata di mobilitazione europea contro l’austerità, non ha impedito che in questi ultimi anni ci siano state tra noi tante valutazioni comuni. Un percorso che ha portato prima all’elezione di Luca Visentini alla guida della CES e oggi alla candidatura di Susanna Camusso per la segreteria generale del sindacato mondiale, sottoscritta anche dai leader di CISL e UIL Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo, assieme a un programma di rinnovamento e cambiamento della CSI. Ci sono dunque le condizioni perché la candidatura di Susanna Camusso e le proposte italiane abbiano successo e l’Italia possa essere – insieme a tante altre confederazioni sindacali in ogni continente – la portatrice di un cambiamento positivo del movimento sindacale a livello globale.

 

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Fausto Durante: è coordinatore dell’Area delle politiche europee e internazionali della CGIL dal marzo 2015 e componente del Comitato esecutivo della Confederazione Europea dei Sindacati da maggio 2012. Sempre da maggio 2012 ha avuto la responsabilità del Segretariato Europa della CGIL. In precedenza, ha maturato una lunga esperienza nel sindacato dei metalmeccanici. Dal 1993 al 2000 è stato segretario generale della FIOM di Lecce; dal 2000 al 2004 è stato responsabile dell’Ufficio Europa della FIOM nazionale, componente del Comitato esecutivo della Federazione europea dei metalmeccanici, coordinatore dei Comitati aziendali europei di General Electric Oil&Gas, di Electrolux e di Ilva; dal 2004 al 2010 è stato segretario nazionale della FIOM con delega alla siderurgia, al settore ICT, all’industria ad alta tecnologia, alla componentistica auto. Per la FIOM nazionale ha anche seguito la previdenza complementare.

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