Rapporto dell’Onu: «Orrori impensabili nei centri per migranti in Libia»

Rapporto dell’Onu: «Orrori impensabili nei centri per migranti in Libia»

La missione delle Nazioni Unite ricorda all’Italia e all’Ue: «Non è un paese sicuro». E l’Unhcr soddisfatta per i 103 rifugiati arrivati in Italia con il corridoio umanitario

«Si ubriacano e poi fanno ciò che vogliono di noi, ci toccano, ci tolgono i vestiti e dobbiamo pagare per uscire». Sono 1.300 i resoconti di prima mano raccolti dallo staff della missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) che sono alla base del rapporto appena pubblicato sulle violazioni dei diritti umani in Libia negli ultimi 20 mesi, fino all’agosto scorso.

DESCRIVE UN CLIMA di continui abusi, stupri, maltrattamenti, lavori forzati, ricatti alle famiglie d’origine, mancanza di igiene, malnutrizione e assenza di cure mediche negli 11 centri di detenzione visitati in tutto il Paese, da Est a Ovest e dalla costa all’estremo Sud al confine con il Niger. Ma soprattutto l’orrore coinvolge non solo i contrabbandieri ma anche funzionari statali e milizie che fanno capo al governo di Tripoli sostenuto dalla comunità internazionale. Con un capitolo pesante a carico della Guardia costiera libica del governo Serraj che l’Italia ha rifornito di strumentazione, golette, formazione e al quale ha lasciato spazio per pattugliare e «soccorrere» in mare i barconi, allontanando le scomode ong.

SONO 29 MILA i migranti che sono stati riportati nell’inferno libico dai guardiacoste di Tripoli dall’inizio del 2017. Ecco come nel racconto di due donne sudanesi che hanno tentato la traversata il 18 gennaio di quest’anno: «Dopo otto ore in mare siamo stati intercettati dalla Guardia costiera, la loro lancia si è avvicinata a grande velocità facendo onde così grandi che la nostra barca si stava per rovesciare. Si sono messi a picchiare diversi passeggeri e ci schernivano “non c’è l’Italia per te”. Poi hanno dato succo e biscotti ma solo ai bambini e alle donne palestinesi e siriane, ai bambini neri nulla, poi hanno portato quelle donne in cabina e noi siamo rimaste sul ponte».

Altri racconti del centro di detenzione per migranti di Sabha, gestito da un certo «Gateau», parlano di morti fatti seppellire agli altri prigionieri e orribili torture. A Sabratha guardie ubriache che sparano senza ragione, donne lasciate morire dissanguate di parto assistite solo dalle altre prigioniere con solo un coltellaccio sporco e senza neppure acqua calda. A Bani Walid una donna della Costa d’Avorio cosparsa di benzina e bruciata perché non riusciva a pagare un riscatto di mille dollari. Nel centro di Gergaresh a Tripoli le donne nigeriane tra i 15 e i 22 anni costrette a prostituirsi dietro una tenda in una grande house of connection gestita da guardie libiche. E nel centro di Tarikal-matar sempre a Tripoli solo l’intervento Unsmil ha evacuato alcuni dei 1.900 migranti durante i combattimenti di quest’estate . Mentre altri sono stati trasferiti dalle milizie di Abu Salim ancora più vicini alla zona delle bombe e altri ancora sono riusciti a fuggire.

IL RAPPORTO ONU si conclude con alcune raccomandazioni, innazitutto ai Paesi europei, ai quali viene richiesto di non considerare assolutamente la Libia un Paese sicuro per migranti e richiedenti asilo. E poi alle stesse autorità libiche perché per prima cosa cambino le leggi risalenti all’87 e al 2010, periodo di Gheddafi, che non riconoscono i soggetti vulnerabili e i diritti dei rifugiati, criminalizzano l’immigrazione tout court e costringono i fermati a essere imprigionati come adibat, schiavo, o a pagare almeno mille dinari.

SODDISFAZIONE DELL’UNHCR intanto per l’arrivo in Italia ieri l’altro di 103 rifugiati evacuati dalla Libia (56 donne, 36 minori di cui 5 non accompagnati). Si tratta del primo gruppo destinate al canale umanitario attivato dalle ong cattoliche, che hanno potuto sostare nella nuova struttura di transito inaugurata poche settimane fa a Tripoli dall’Onu. Le donne sono state quasi tutte violentate, una aveva abortito ed era in grave stato di malnutrizione.

* Fonte: Rachele Gonnelli, IL MANIFESTO



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