La storia di Seán Binder: «Arrestato perché salvavo esseri umani sull’isola di Lesbo»

Intervista. La storia di Seán Binder accusato di spionaggio, traffico di esseri umani, riciclaggio di denaro e altri reati

Giansandro Merli * • 21/2/2019 • Diritti umani & Discriminazioni, Immigrati & Rifugiati • 487 Viste

In un’Europa attraversata dal razzismo, migliaia di ragazze e ragazzi agiscono in prima persona contro la strage di migranti. Seán Binder, studente di origini tedesche cresciuto in Irlanda, è uno di loro. Il 18 agosto scorso è stato arrestato sull’isola greca di Lesbo con accuse pesantissime. Era insieme a Sara Mardini, nuotatrice siriana di 23 anni che nel 2015 ha salvato 18 persone nel naufragio della barca con cui si dirigeva in Europa. Lo abbiamo incontrato alla presentazione di «Welcoming Europe. Per un’Europa che accoglie».

Perché sei andato a Lesbo?

A ottobre 2017 avevo appena finito un master in «Difesa europea e politiche di sicurezza». Molto di quello che avevo studiato come «sicurezza» riguardava la cosiddetta «crisi dei rifugiati». Ho pensato di avere delle conoscenze su quello che stava accadendo e siccome ho anche delle competenze pratiche, sono un sommozzatore per la ricerca e il soccorso, ho sentito di poter essere utile sull’isola. All’inizio facevo parte dell’equipaggio di una barca, aiutando negli interventi in mare, e del gruppo di terra, che sosteneva le imbarcazione approdate sulla costa. I rifugiati possono arrivare in stato di ipotermia e avere bisogno di interventi di primo soccorso. Li fornivamo con un team medico. Lavoravamo insieme alle autorità locali, in un’ottima relazione.

Cosa ti è successo sull’isola?

Anche se la «crisi» non è più sui giornali, le barche continuano ad arrivare. Le persone cercano ancora di raggiungere l’Europa. Possono esserci tra 50 e 80 arrivi al giorno. Noi aiutavamo le imbarcazioni in difficoltà, assistendo la guardia costiera greca o Frontex nel recupero di persone in pericolo. Lo abbiamo fatto fino a febbraio 2018 quando siamo stati arrestati per la prima volta. In quel momento ero diventato coordinatore dell’organizzazione [Emergency Response Centre International, ong greca ndr]. Coordinavo gli interventi di emergenza e formavamo altre ong assicurandoci di utilizzare le prassi migliori e rispettare tutte le procedure. Avevamo anche aperto un ambulatorio a Moria, uno dei più grandi centri d’accoglienza europei, offrendo assistenza sanitaria. La polizia greca è venuta a prenderci alle 2 di notte, ci ha perquisito e indagato, ma non ha trovato niente. Così il giorno seguente siamo stati rilasciati. Successivamente sui giornali hanno iniziato a circolare strane notizie, si diceva che i servizi segreti fossero sull’isola, si nominavano James Bond e gli 007. Sembrava veramente bizzarro, ma poi ad agosto siamo stati arrestati di nuovo. Siamo finiti in «detenzione preventiva»: non eravamo stati giudicati colpevoli di nulla, ma siccome le accuse erano molto pesanti hanno deciso di isolarci dalla società. Siamo rimasti in carcere per 106 lunghi giorni accusati di spionaggio, traffico di esseri umani, riciclaggio di denaro e altri reati.

Pensi ci sia stata una ragione politica?

In nessun modo mi definirei un prigioniero politico. Però quando abbiamo dato le informazioni sul nostro caso ad Amnesty International, Human Rights Watch e altri esperti di diritto penale greco e internazionale, tutti sono stati concordi nel dire che non c’erano prove. Le leggi che hanno provato a usare contro di noi non si applicano al caso. Quindi deve esserci un’altra ragione. C’è una tendenza di criminalizzazione dell’umanitario che attraversa l’Europa. Ci sono almeno 46 casi simili al nostro, contro persone che hanno distribuito acqua o si sono assicurate che i rifugiati non morissero di freddo. C’è un’idea radicata secondo cui le organizzazioni umanitarie sarebbero un «fattore di attrazione» perché rendono la traversata dei migranti più sicura, spingendoli a partire. Per me è un’accusa molto seria. La prima volta che ci ho riflettuto sopra mi sono detto “oh mio dio, quanto sono ingenuo. Per ogni persona che tiro fuori dall’acqua ne metto in pericolo altre per le quali non posso fare niente. Devo fermarmi”. Poi però mi sono messo a studiare e ho scoperto che nessuna ricerca indipendente è arrivata a queste conclusioni. Nessuno ha potuto dimostrare che esiste una correlazione tra le attività di ricerca e soccorso e la quantità di persone che partono. L’unica correlazione è tra queste attività e i morti in mare: più sono, meno gente perde la vita. Quindi se criminalizzi l’umanitario muoiono più persone. Per me questo è spaventoso.

* Fonte: Giansandro Merli, IL MANIFESTO

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