In serata lo sbarco a Lampedusa, la gioia dei migranti: «Liberté, liberté».

È andata in porto. La procura di Agrigento apre un’inchiesta e ordina l’ingresso della nave nel porto dell’isola. Migranti trasferiti nell’hotspot

Alfredo Marsala * • 20/3/2019 • Diritti umani & Discriminazioni, Immigrati & Rifugiati • 297 Viste

LAMPEDUSA. E’ buio fitto quando Mare Jonio entra in porto. Il molo è pieno di forze dell’ordine, impediscono ai pochi curiosi arrivati in banchina di avvicinarsi per assistere allo sbarco. A prua le luci illuminano il volto di Luca Casarini, l’equipaggio indossa le divise blu di Mediterranea, la Ong che coordina le missioni dell’imbarcazione umanitaria. In pochi minuti la nave attracca. Si odono le urla di gioia dei migranti: «Liberté… libertè».

SULLO SCAFO salgono gli investigatori. Non c’è tensione. Il primo a scendere la scaletta è un ragazzo avvolto in una sciarpa bianca. Fa freddo. Su Lampedusa soffia tramontana, il mare è grosso. Le previsioni pessime. Il vento che si appresta a girare a levante avrebbe costretto la nave a ripararsi in un altro specchio di mare. Questo era l’avvertimento anche della guardia costiera. Insomma una notte drammatica. Poi la notizia. «Entrano in porto… andiamo presto»: Alessandra Sciurba irrompe nella stanza del sindaco mentre Totò Martello sta parlando con l’armatore Beppe Caccia, che si era recato in municipio per chiedere sostegno all’amministrazione. La portavoce di Mediterranea parla al telefono con l’equipaggio della Jonio. Sono le 18.45.

Sulla nave ci sono gli uomini della Guardia di finanza, comunicano al comandante che deve entrare in porto per sbarcare i 48 migranti, salvati ieri pomeriggio al largo della Libia; l’unico a scendere era stato un naufrago portato prima al pronto soccorso per accertamenti e poi nel centro di accoglienza dopo che il medico Pietro Bartolo ha escluso l’ipotesi della polmonite. Mentre la squadra di Mediterranea corre verso il molo commerciale per accogliere la nave, si sparge la voce che l’imbarcazione sarà sequestrata: qualche minuto dopo fonti del Viminale confermano che l’equipaggio dopo le procedure di sbarco sarà interrogato. A disporre il sequestro probatorio è stata la Procura di Agrigento che ha aperto una inchiesta a carico di ignoti, per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, coordinata dal procuratore Luigi Patronaggio e dall’aggiunto Salvatore Vella.

MARE JONIO è giunta in porto scortata da due motovedette della Gdf. Si sentono urla di giubilo provenienti dall’interno: i naufraghi, tra cui 14 minori, sono tutti di origine africana. Sullo scafo sale Pietro Bartolo per accertare le condizioni fisiche dei migranti: quando il medico fa il segno col pollice che tutto è ok comincia lo sbarco. Dal molo parte qualche applauso; c’è anche don Carmelo La Magra, parroco dell’isola che poco prima aveva esposto, assieme ad altre persone, davanti alla Porta d’Europa in memoria dei migranti morti in mare un lungo striscione rosso con la scritta «Aprite i porti». I naufraghi vengono avvolti nelle coperte termiche: due gruppi salgono su altrettanti mezzi della polizia, un terzo in una ambulanza; vengono portati nel centro di accoglienza in contrada Imbriacola.

RIMANE tutto aperto lo scontro tra il Viminale e Mediterranea; al ministro Salvini che li accusa di avere violato la legge spingendosi ad auspicare l’arresto dell’equipaggio, Mediterranea ribatte sostenendo di avere rispettato il diritto internazionale e il codice di navigazione. «Abbiamo avvertito il Centro di coordinamento italiano prima di effettuare il soccorso dei 49 migranti, poi ci siano diretti verso il porto più vicino, cioè Lampedusa perché Malta era più distante», sostiene la portavoce della Ong. «Con i libici abbiamo avuto solo due contatti, quando hanno assistito al nostro salvataggio e quando siamo ripartiti», aggiunge Sciurba.

Via radio con la motovedetta della Gdf il comandante della Jonio, Pietro Marrone, era stato netto: «Abbiamo persone che non stanno bene, devo portarle al sicuro e ci sono due metri di onda. Io non spengo nessun motore», la risposta ai militari che intimavano di fermarsi, secondo la versione di Mediterranea. Ma secondo il portavoce della Marina libica, l’ammiraglio Ayob Amr Ghasem, Mare Jonio avrebbe agito scorrettamente, prendendo contatto con loro solo dopo il salvataggio. Sarà l’indagine della Procura ad appurare come siano andati i fatti. Certamente è stato evitato un nuovo «caso Diciotti». Le previsioni meteo-marine a Lampedusa del resto sono pessime.

* Fonte: Alfredo Marsala, IL MANIFESTO

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