Editoria. Radio Radicale, aiuto tampone in extremis. Dimenticati i giornali

La maggioranza si spacca su un emendamento al dl Crescita che stanzia 3 milioni per l’archivio storico ma non rinnova la convenzione. Luigi Di Maio e Vito Crimi attaccano Matteo Salvini

Eleonora Martini * • 14/6/2019 • Informazione & Comunicazione, Politica & Istituzioni • 190 Viste

La lista dei pomi della discordia tra i due contraenti del patto di governo è sempre più lunga, ma su Radio Radicale è quasi rissa tra i rispettivi vicepremier. Talmente inconciliabili, le loro posizioni al riguardo, che ieri nelle commissioni Bilancio e Finanze della Camera la Lega ha votato insieme alle opposizioni a favore di un emendamento tampone presentato dal Pd che salva l’emittente almeno per il 2019, in attesa di una nuova gara. Il governo, rappresentato dalla vice ministra Laura Castelli, del M5S, si era schierato contro il provvedimento che stanzia un contributo di 3 milioni di euro per la radio, non più come corrispettivo della convenzione con il Mise, che è scaduta il 21 maggio scorso e non è stata rinnovata, ma come finanziamento per completare la digitalizzazione e la conservazione degli archivi storici multimediali.

Bocciati invece gli emendamenti che erano stati ammessi al testo, contrariamente a quello che rinnovava la convenzione di Radio Radicale giudicato estraneo alla materia, e che abolivano i tagli al fondo per il pluralismo dell’informazione imposti dal sottosegretario Vito Crimi nell’ultima legge di Bilancio. Tagli che mettono a rischio l’esistenza di questo quotidiano, del’Avvenire, di Libero e di centinaia di cooperative che editano periodici locali.

NEL SALUTARE «con grande soddisfazione l’intervento in extremis del parlamento a favore di Radio Radicale», un segnale «che il Parlamento, quando vuole, può tornare in prima linea a difesa del pluralismo al di là delle singole posizioni di parte», la direttrice de il manifesto, Norma Rangeri, e il direttore editoriale, Matteo Bartocci, rilevano però che «gli editori non profit e in cooperativa come il manifesto, insieme a decine di altre testate locali e nazionali, sono invece lasciate all’inferno dei tagli e bavagli».

Ecco perciò la richiesta «alle forze politiche di non lasciar cadere l’impegno dimostrato fin qui per la libertà di stampa e di ristabilire il diritto di fronte alle scelte del governo di turno. L’accanimento dei 5 Stelle e di Di Maio contro i giornali in cooperativa – continuano i direttori – sarebbe ridicolo se non fosse drammatico. Proprio il caso di Radio Radicale dimostra che l’informazione autonoma e indipendente non può dipendere dall’arbitrio del momento ma deve trovare un quadro di regole e di risorse certo e stabilito solo dalla legge. La battaglia per il pluralismo – promettono a nome di tutto il manifesto – continua».

ANCHE SULL’EMENDAMENTO «salva Radio Radicale», che porta la firma dei deputati dem Roberto Giachetti (in sciopero della fame da settimane) e Filippo Sensi, c’era il no categorico di Vito Crimi e di conseguenza del capo politico del Movimento, Luigi Di Maio, che pure qualche tempo fa aveva promesso una soluzione positiva in favore dell’organo della lista Marco Pannella. Per fortuna però l’appello alla libertà di coscienza che si è levato da ogni parte politica ha avuto effetto perfino negli irregimentati ranghi a 5 Stelle. E infatti mentre uno dei due relatori del provvedimento, il leghista Giulio Centemero, ha dato il suo parere favorevole all’ammissione dell’emendamento, l’altro, Raphael Raduzzu del M5S, si è astenuto.

Siccome sul testo del decreto Crescita, così come è stato emendato in commissione, dovrebbe essere posta la fiducia e dunque non sarà più possibile alcuna correzione, quando da lunedì arriverà in Aula, il voto di ieri ha creato non poche tensioni all’interno del M5S. Di Maio si sfoga sui social, o almeno fa ammuina, come si direbbe dalle sue parti: «È una cosa gravissima, di cui anche la Lega dovrà rispondere davanti ai cittadini. Sono franco: dovrà spiegare perché ha appoggiato questa indecente proposta del Pd! Una radio privata che ospita giornalisti con stipendi da capogiro di anche 100 mila euro l’anno (notizia smentita dall’ad di Radio Radicale, Paolo Chiarelli, ndr). Tutti pagati con i vostri e i nostri soldi, da sempre. Dopo di che – rassicura il ministro del Lavoro – si va avanti, perché siamo persone serie».

MA MENTRE MATTEO SALVINI la prende con filosofia – «Ho sempre detto che non si chiude una radio, un giornale, una televisione con un emendamento o un tratto di penna – dice ai microfoni di Radio Radicale, dimenticando evidentemente il manifesto – Chiariremo tutto anche in questo caso» – Vito Crimi non mostra altrettanto pragmatismo.

«Prendo atto che la Lega ha votato insieme al Pd per regalare altri 7 milioni di euro a Radio Radicale (3 milioni nel 2019 e 4 nel 2020) che vanno ad aggiungersi ai milioni già spettanti nel 2019», scrive il sottosegretario su Fb moltiplicando i finanziamenti e facendo conti che nessuno comprende. Neppure dalle sue parti, sembrerebbe, se è vero che, come riporta l’agenzia Dire, nelle chat tra i parlamentari pentastellati si festeggia quasi quanto in via Principe Amedeo: «Abbiamo finito di perdere tempo con questa baggianata di Radio Radicale che sembrava l’unico tema», scrive qualcuno, per esempio. E le stelle (filanti) si moltiplicano.

* Fonte: Eleonora Martini, IL MANIFESTO

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