Le Guerre del Golfo, tra export bellico e petrolio

Trump non può lamentarsi troppo dei suoi alleati visto che appena diventato presidente, ha firmato forniture di armi per 100 miliardi di dollari con Riad

Alberto Negri * • 21/9/2019 • Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 181 Viste

La puzza di bruciato del petrolio saudita è arrivata a ogni piano dell’establishment americano, dalla Casa bianca, al Congresso, ai media. La questione non è soltanto cosa fare con l’Iran ma anche con l’Arabia Saudita e un apparato bellico e geopolitico che ha subito un’autentica e costosa beffa nel cuore del barile.
«Non siamo i mercenari dei sauditi», scrive il New York Times, mentre si soppesano le opzioni di risposta ricordando una famosa frase di Trump del 2014 durante la presidenza Obama: «L’Arabia Saudita dovrebbe fare da sola le sue guerre o pagarci un’enorme fortuna per proteggerla».

Ma Trump oggi non può lamentarsi troppo dei suoi alleati del Golfo visto che appena diventato presidente, prima di stracciare l’accordo del 2015 sul nucleare con l’Iran e imporre sanzioni a Teheran – la vera causa della crisi attuale – ha firmato forniture di armi per 100 miliardi di dollari con Riad, grande cliente anche dei francesi, che infatti sono subito accorsi al capezzale dei Saud.

LA FIGURACCIA in questa vicenda non la fanno soltanto i sauditi, incapaci di proteggere le loro istallazioni, ma anche americani e europei che hanno riempito di armi – forse inutili – una monarchia che in Yemen, pur massacrando i civili a tutto spiano, sta perdendo la guerra contro i ribelli Houthi filo-iraniani.

Al punto che persino gli Emirati Arabi si stanno sganciando e preferirebbero arrivare a una divisione del Paese e a un accordo con gli iraniani. Questa volta costituire una «coalizione di volenterosi» per fare la guerra agli ayatollah è complicato: lo ha intuito anche Mike Pompeo.

La figuraccia è ancora più barbina (e sospetta) se si pensa alle basi americane in Qatar, in Iraq, alla flotta statunitense nel Bahrein, agli aerei, ai satelliti: insomma l’audace colpo dei soliti noti o ignoti ha beffato gli Usa e un nugolo di potenze dotate di tecnologie miliardarie. Suonano così assai ironiche le parole di Putin che consiglia ai sauditi di acquistare il suo sistema anti-missilistico «che – sottolinea – abbiamo già venduto a turchi e iraniani». E aggiungiamo: che è schierato pure in Siria nella basi della Russia, alleata dell’Iran nel sostegno ad Assad.

UN UOMO DALLA MEMORIA CORTA il presidente americano. Forse è all’oscuro che i sauditi hanno già pagato alcune guerre condotte dagli americani e dai loro proxy per conto delle monarchie del Golfo. Gli emiri versarono in otto anni di conflitto contro l’Iran circa 50 miliardi di dollari a Saddam, che, strangolato dai debiti, finì per invadere nel ‘90 il Kuwait. Ma soprattutto i sauditi hanno pagato i conti per la liberazione dell’Emirato degli Al Sabah costata 60 miliardi di dollari: Riad versò 16 miliardi agli Usa, il Kuwait la stessa cifra e la Germania 6,4, persino più del Giappone. La questione è che vengono al pettine i nodi strategici di 70 anni fino all’attuale destabilizzazione innescata dagli americani e dai loro alleati. Prima ancora della fine della seconda guerra, appena dopo il patto di Yalta con Stalin e Churchill, il 14 febbraio 1945, Roosevelt e il sovrano Ibn Saud, stringono un accordo fondamentale per il Medio Oriente: petrolio in cambio della protezione americana del regno.

LA POLITICA MEDIORIENTALE americana comincia così, a bordo dell’incrociatore Quincy ormeggiato nel canale di Suez. Israele non è ancora nato e Roosevelt si impegna con il sovrano saudita a non favorire l’emigrazione ebraica in Palestina. L’altro pilastro americano nella regione, oltre alla Turchia che entrerà nella Nato nel ’53, era l’Iran dello Shah: è qui che avviene il primo episodio della guerra fredda quando gli americani esigono il ritiro dei sovietici dall’Azerbaijan iraniano dove era nata una repubblica comunista.

La strategia Usa di contenimento dell’Unione sovietica sul fronte Sud poggiava su Turchia, Iran e Arabia Saudita, con la prima a sorvegliare gli stretti sul Mar Nero, la seconda a presidiare le frontiere a Sud dell’Urss e la terza a garantire i rifornimenti petroliferi in dollari.

Quello tra Stati uniti e Arabia saudita è stato, finora, uno dei più redditizi rapporti di alleanza degli americani che sfruttarono le risorse saudite per armare contro l’Urss mujaheddin e jihadisti in Afghanistan. Così solido che quando, con la guerra araba dello Yom Kippur del 1973 a Israele, fu decretato l’embargo petrolifero, con un aumento del 400% dei prezzi del greggio, gli americani continuarono segretamente a rifornirsi dalla saudita Aramco.

DEL RESTO L’ARAMCO l’avevano fondata loro, così come Washington aveva insediato la Banca centrale saudita con il compito di comprare i Bond Usa prima ancora dell’apertura dell’asta pubblica. Cosa che avviene ancora adesso.

Dopo abbiamo scoperto che quella guerra servì agli Usa di Nixon e Kissinger a provocare un aumento vertiginoso del petrolio per rafforzare il dollaro che tendeva a svalutarsi in seguito allo sganciamento dall’oro deciso nell’agosto 1971 con il ripudio degli accordi di Bretton Woods.

Era questo, allora, l’audace colpo dei soliti noti che governano le fortune del mondo. Se questa volta ci sarà o meno una guerra all’Iran dipenderà anche dai conti in tasca che si faranno i protagonisti. Ecco perché dai piani alti scende puzza di bruciato.

* Fonte: Alberto Negri, il manifesto

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